Venti di guerra santa

Di fronte agli ultimi fatti parigini anche in Italia si sprecano le prese di posizione più disparate e spesso più dissennate. Quella relativamente più accettabile parla di strumentalizzazione dell’Islam a fini politico-terroristici, proclama la più universale tolleranza religiosa e riafferma l’indipendenza dello stato laico come principio irrinunciabile. Ribadisce insomma i temi che caratterizzano la nascita della modernità e dell’occidente così come lo conosciamo. Che questi principi siano da un pezzo in crisi, questo non sembra sfiorare la mente di nessuno. La loro riaffermazione assomiglia più a un fenomeno di regressione psicologica, cioè al ricorso disperato a un qualche punto fermo nel passato, che a una effettiva affermazione di principio.

A differenza di quanto il razionalismo illuministico ci ha abituato a pensare, secondo il quale la tolleranza religiosa sarebbe quanto di meglio ci sia da auspicare, la religione in occidente non ha mai avuto caratteristiche pacifiche. Essa infatti, sia nella versione giudaica che in quella musulmana, fa riferimento a un patto esclusivo tra un Dio personale e il suo popolo credente, che esclude per principio gli altri. Si tratta cioè di un Dio squisitamente politico in quanto legiferatore e fondatore di una comunità anche territorialmente collocata. Queste religioni avevano ben poco di “privato” e “interiore”, almeno nel senso che noi attribuiamo a queste parole, e servivano piuttosto alla coesione interna e all’autoaffermazione di un popolo. E tuttavia credo sarebbe errato ricondurre l’anelito ebraico per la terra promessa o la riunificazione araba di Maometto nel 600 d. C. a una guerra di religione. Si tratta appunto di forme originarie e rozze di autoaffermazione politica di un popolo in una logica imperiale, un po’ come ciò che fece Alessandro Magno per gli elleni e Cesare per i romani.

Per parlare in modo appropriato di guerra di religione credo che dobbiamo – purtroppo – riferirci alla nostra amata tradizione cristiana. Come nel caso dell’ebraismo e dell’islam, credo che anche qui sarebbe inutile andare a cercare fonti testuali per “spiegare” questo sviluppo storico, cioè andare a spulciare Bibbia, Corano e Nuovo Testamento per vedere chi fa affermazioni guerrafondaie o di intolleranza religiosa. I processi storici non sono deducibili dai libri, così come Rousseau non è la “causa” della Rivoluzione Francese né Marx quella della Rivoluzione d’Ottobre. I libri servono semmai a capire i processi storici e solo la nostra comprensione di quest’ultimi può contribuire, questo sì, a determinarli. “Spiegare” un fatto storico, e perciò anche un attentato terroristico, sulla base di quanto scritto in un libro, è un vero segno di fanatismo e di dogmatismo, oltre che di sospetta ingenuità.

La prima autentica guerra di religione sono state le Crociate tra XI e XIII secolo per la riconquista dei luoghi santi della cristianità contro i musulmani, “pellegrinaggi armati” condotti dalle principali popolazioni europee, sostenuti dai vari papi in carica e finanziati dalle banche dei comuni italiani, a cui parteciparono “crociati” provenienti da tutti i ceti sociali, in cambio – cito da un manuale – di “indulgenza plenaria, moratoria per debiti e dilazione dei procedimenti giudiziari pendenti”. Insomma una bella accolita di delinquenti, psicopatici e avventurieri.

Ma sarebbe riduttivo spiegare questo fenomeno in termini di interessi più o meno leciti. Essere un “soldato di Dio” aveva anche una sua rilevanza culturale e simbolica, rispondeva a un bisogno istintuale e archetipico, al quale autori dell’epoca seppero dare forma letteraria. E qui ha senso citare dei testi. Sono note le celebrazioni letterarie de “La Canzone di Rolando”, un poema epico-tragico, in cui troviamo l’introduzione del concetto di guerra per giusta causa: “I pagani indossano usberghi saraceni […] Or guardi ciascuno di distribuir qui gran colpi, che vituperosa canzone di noi cantata non sia. I pagani sono nel torto e i cristiani nel giusto. Di turpe favola non sarò certo argomento.” E ancora un brano, dove invece si annuncia il concetto di martirio e di ricompensa ultraterrena: “Il cristianesimo aiutate a sostenere! Battaglia avrete; voi ne siete tutti certi, ché coi vostri occhi vedete i Saraceni. Dite il vostro mea culpa e pregate da Dio grazia! Vi assolverà per salvare le vostre anime. Se voi morirete, sarete santi martiri, seggi avrete nel più alto Paradiso.”

Ma c’è un testo ancora più eloquente, il De laude novae militiae di un certo Bernardo di Clairvaux, scritto nel XII secolo per i Templari, una sorta di milizia armata antimusulmana. Questo testo rivela una estrema finezza teorica e cerca di trovare una risposta a inquietudini sociali – il ceto dei cavalieri in via di dissolvimento – e culturali, come il paradosso di una guerra in nome di Cristo. Qui il miles, il soldato di Dio, non è solo martire, ma compiuta realizzazione di un cristianesimo di guerra. La guerra santa porta il soldato di Dio più vicino a Cristo: “E’ un soldato certamente impavido e sicuro su tutti i fronti, colui che, come riveste il corpo di ferro, così riveste l’animo della corazza della fede. […] Né ha paura della morte, lui che desidera morire. Che cosa dovrebbe infatti temere, da viva o da morta, la persona per cui la vita è Cristo e la morte è un guadagno? Egli vive fiduciosamente e volentieri in Cristo; ma desidera anche di più morire ed essere insieme con Cristo, ciò è infatti meglio per lui.”

Uccidere il musulmano (e, aggiungiamo, anche l’eretico cristiano) non è un crimine, ma un merito, un atto di fede: “I soldati di Cristo combattono sicuri le guerre del loro Signore e non temono né il peccato, se uccidono il nemico, né il pericolo, se muoiono essi stessi: dal momento che la morte viene data o ricevuta in nome di Cristo […]. Un soldato di Cristo, intendo, sicuro uccide e più sicuro è ucciso. Presta servizio a se stesso quando è ucciso, a Cristo quando uccide. Infatti non senza motivo porta la spada, perché è ministro di Dio nella punizione dei malvagi e nelle lodi dei buoni.”

Dal momento che il recente attentato terroristico ha coinvolto un giornale satirico, si è parlato di diritto alla satira e di lotta alla censura. Sarebbe in questo caso ancora da ricordare che proprio a proposito di guerre di religione è sorta la prima forma ufficiale di censura, ancora nel grembo del cristianesimo. E’ noto infatti che XVI e XVII secolo furono dilaniati dalle guerre di religione a seguito delle tesi di Lutero del 1517, rivolte contro la cancrena etico-religiosa in cui versava la chiesa romana. Nel corso della Controriforma cattolica si giunse ad istituire l’Indice dei libri proibiti, una sorta di reato ideologico a tutela dell’ortodossia, le cui conseguenze non erano molto dissimili da quelle che i fanatici di Al Quaida hanno inflitto nella sede di Charlie Hebdo – lo sperimentarono prontamente Giordano Bruno e Galileo Galilei, giusto per restare ai nomi celebri. L’Indice esiste ancora ed è in vigore.

La soluzione politica che si riuscì a trovare a seguito di questi eventi fu quella già più o meno anticipata dal nostro Dante di separare potere spirituale e temporale – e che si parli di “potere” anche a proposito dello “spirito” è significativo. La soluzione filosofica per addomesticare il demone religioso fu la razionalizzazione del concetto di Dio, di volta in volta visto nel suo significato etico, cosmologico, fisico-teleologico ecc. Lo Stato laico e la sua affiliata Ragione illuminata divenivano gli unici titolari della convivenza civile e di conseguenza del culto religioso, che veniva relegato nell’ambito del sentire privato e personale. Che la convivenza di questi coniugi separati in casa non abbia sortito gli effetti desiderati, lo testimoniano a mio avviso le forme “sublimate” di empito religioso che furono i nazionalismi del XVIII e del XIX secolo (si pensi a un Mazzini in Italia) e i totalitarismi del XX secolo. E con queste forme di guerra sempre si associava il nemico assoluto, lo “straniero” per il patriota, il nemico di classe o “borghese” per il comunista, l’ebreo e l’inferiore per il nazionalsocialista.

Chi dunque di questi tempi in Italia parla o auspica una guerra di religione, sa bene a quale tradizione fare riferimento, salvo che in questo caso il suo ruolo è quello di mero epigone, succube di una patologica “coazione a ripetere” che può avere solo i caratteri del ridicolo. Il problema a mio giudizio però resta e non si risolve pensando in modo riduttivo alla ricerca delle vere “cause” del fenomeno terroristico: la Cia, il sistema capitalistico, i servizi segreti di chissà chi. Dobbiamo cercare di cogliere il fenomeno alla radice, che è sempre e solo culturale, e quindi indirettamente archetipica – qualcosa in cui la cultura è istinto, movente simbolico.

Domande che andrebbero in questo senso potrebbero essere le seguenti: che cosa porta un individuo a scegliere la morte dando la morte in nome di una fede? A quale profonda istanza umana risponde questa “fede” così criminale? Che cosa si cela dietro il bisogno del Nemico assoluto, di qualcuno che incarni il Male? In questo intervento mi premeva solo mostrare come queste e altre domande coinvolgano tutti senza eccezione, qualunque sia la loro fede (escluse dovrebbero forse essere le religioni orientali), poiché anche la nostra storia di occidentali ha ferite inferte insanabili. Non si tratta affatto di fare un generico mea culpa. Si tratta di trovare un terreno culturale e storico di dialogo comune ad ogni uomo perché lo si possa riconoscere come fratello o più propriamente come cittadino del mondo.