Un viaggio nella sovranità. A proposito di “A testa in su” di Alessandro Di Battista

Questo libro di Alessandro Di Battista, “A testa in su. Investire in felicità per non essere sudditi” (Rizzoli 2016) è innanzitutto una grande conferma. La conferma che è finalmente nata una nuova generazione in Italia, veramente e autenticamente rivoluzionaria, capace di impersonare e affrontare i compiti e le sfide che la nostra società ci impone. Essere una nuova generazione non è solo un fatto biografico, non basta essere giovani per esserlo, bisogna volerlo e saperlo essere. E’ una questione di volontà e responsabilità dunque, ma soprattutto di sostanza, appunto di essere. E proprio qui è la conferma, per chi ancora ne avesse bisogno, che attraverso questo libro di Di Battista ci viene data della natura e della portata del MoVimento 5 Stelle: si tratta di qualcosa di innovativo e insieme adeguato ai tempi, una nuova sintesi di tradizione e aspettative politiche future, sostenuta da una nuova figura sociale e politica che si manifesta, vive e pulsa in ogni pagina di questo racconto di un portavoce del MoVimento: il cittadino globale e sovrano.

L’Italia del dopoguerra ha visto sostanzialmente avvicendarsi due generazioni, di cui quella attuale, cresciuta nel clima del crollo del Muro di Berlino, sarebbe la terza. La prima generazione è stata quella dei giovani combattenti della Resistenza e artefici della repubblica. A mio giudizio, la loro è stata una delle prime generazioni di perdenti, per così dire di “reduci”. Nonostante la tronfia retorica del regime democratico-cristiano e dei suoi alleati del partito comunista negli anni ’70, “la Repubblica nata dalla Resistenza” è stata un tradimento degli ideali rivoluzionari che l’avevano animata, primo fra tutti quello che è stato alla base di ogni rivoluzione politica tra ‘800 e ‘900, e cioè l’autodeterminazione politica di un popolo, la volontà di scegliere le proprie istituzioni di governo. I due partiti su nominati, e lo ricorda espressamente anche Alessandro, erano uno al servizio degli americani, l’altro al servizio – anche ben finanziato in termini di denaro – della repubblica dei Soviet.

Questa lunga scia resistenziale, fatta di fascismo e antifascismo, doveva connotare anche i movimenti giovanili degli anni ’60 e ’70, sovraccaricandoli di ideologia terzomondista, di risentimento e di culto della violenza. L’Italia era vincolata, per ragioni che oggi diremmo geopolitiche, al blocco occidentale antisovietico e liberale, quindi un paese ancora una volta sottoposto al dominio straniero così come succedeva ormai da secoli. La presunta liberazione sarebbe dovuta venire dal paese contrapposto, quello del cosiddetto socialismo reale, che era in realtà una dittatura di partito al servizio di una ideologia totalizzante e disumanizzante. Tra l’incudine e il martello, e con zero prospettive di effettivo cambiamento, i movimenti giovanili della sinistra extraparlamentare di quegli anni dovevano sprofondare nell’abisso pratico apertosi loro davanti tra una utopia egualitaria sempre più radicale, il “comunismo”, e una realtà effettiva fatta di sudditanza politica, economica e culturale. Le trasformazioni sociali decisive sottostanti a quei movimenti erano la scolarizzazione di massa e il proletariato urbano prodotto dall’economia sommersa, ma il linguaggio era ancora quello di un paese avviato in ritardo all’industrializzazione, mentre il mondo avanzato scopriva l’informatizzazione dei processi produttivi, tanto che l’obiettivo rivoluzionario di quei tempi era un non meglio specificato “potere operaio” stile 1917. Se poi si aggiunge per l’Italia il cancro secolare della Mafia e il peso millenario del Vaticano, il quadro è completo. La “resistenza tradita” doveva animare simbolicamente anche molti tra le fila del terrorismo delle Brigate Rosse.

I decenni successivi non dovevano essere migliori, fatti all’insegna della rimozione culturale collettiva e dell’adeguamento sociale ad ogni costo. Per rimozione culturale intendo proprio quel meccanismo psicologico che ti fa non solo dimenticare un problema, ma che opera in modo tale che tu dimentichi questa stessa dimenticanza. Un non sapere di ignorare, una ignoranza senza residui e presentimenti. Il rimosso della nuova generazione degli yuppies o dei futuri berlusconiani, il grande ignoto con cui questa nuova generazione nasceva, era proprio l’impegno culturale e civile, o in termini più crudi la stupidità fatta sistema e scelta di vita. Allora lo si chiamava “disincanto” e il suo senso era la giustificazione del cinismo per sopravvivere. Arrivismo sociale e individualismo, indifferenza etica, dominio degli altri e asservimento al mondo delle merci e del possesso: furono queste le principali caratteristiche culturali che accompagnarono prima il craxismo e poi il berlusconismo, mai morti e di nuovo resuscitati, speriamo per breve vita, dallo gnomo di Rignano. A ben vedere queste tendenze erano specularmente contrapposte a quelle della generazione precedente. Individualismo contro comunità, egoismo contro solidarietà, adeguamento personale alle circostanze contro indipendenza di giudizio e progettualità collettiva. Nel frattempo lo Stato dichiarava bancarotta, veniva asservito agli interessi dominanti e più in generale alla nuova tendenza del neoliberismo, dove finanza e mercato danno le regole di vita e di morte alla società.

E’ in questo contesto e deserto di prospettive che nasce la generazione di Alessandro e del MoVimento 5 Stelle, il deserto civile della espropriazione di diritti e di tutele in nome del diritto incontrastato di circolazione delle merci e dell’acquisizione di profitto sul loro prezzo. Il suo libro è innanzitutto il diario di una ricerca esistenziale condotta come un viaggio alla scoperta del mondo. E’ innanzitutto una ricerca e una riscoperta di solidarietà umana, quelle che Alessandro chiama “spremute di umanità”. Il suo riferimento privilegiato, e per niente casuale, è l’America latina, che Alessandro ha girato in lungo e in largo per due anni in autostop, con lo zaino sulle spalle, facendo lavori occasionali e talvolta massacranti per vivere la vita di quei popoli, per conoscerli veramente e non da turista. E’ come se lì avesse veramente imparato ad amare la vita concreta. E come nel suo viaggio non voleva essere solo un turista ma un cittadino del mondo, così adesso che è in parlamento non vuole essere solo un “parlamentare”. Alessandro continua a viaggiare, come ha fatto quest’estate per il referendum per il no alla riforma costituzionale, e adesso la sua America latina è tutta l’Italia.

Ed ecco qui un primo elemento potente di sintesi rispetto alle due generazioni precedenti. Alessandro non cerca nelle popolazioni latinoamericane i tradizionali “ultimi”, i diseredati della terra, anche se le loro condizioni di vita sono veramente da diseredati. Queste persone non sono per lui “la massa”, proletaria o contadina che sia, da guidare come avanguardia verso la liberazione. Alessandro ha soprattutto incontri con altre persone ricche della loro esperienza, lui cerca anche qui tracce di indipendenza e di sovranità e le trova ad esempio in una fabbrica di ceramiche autogestita da operai, la Zanon a Buenos Aires in Argentina. La vicenda stessa di questa fabbrica, con decenni di crescita, poi la minaccia di chiusura, le contestazioni e i morti, e infine l’appropriazione operaia, è uno spaccato di due secoli e si conclude in modo poco enfatico e assai problematico con la consapevolezza che la gestione implica la responsabilizzazione di chi gestisce, una responsabilità il cui peso può far desiderare una rinnovata soggezione al padrone e alle sue regole.

Per questo l’alternativa politica, contenuta in questo libro, alla attuale situazione italiana non è utopica né tanto meno regressiva, è invece una aperta e conclamata richiesta di potere e di autoaffermazione civile. Una richiesta di potere, cioè di “sovranità”, tanto radicale quanto lo è stata la sua espropriazione. Ma non si tratta di occupare il Palazzo, si tratta invece di aprirlo ai cittadini. E qui abbiamo il tema del “cittadino che si fa Stato” e la proposta di democrazia diretta, vero cardine della proposta politica 5 Stelle. La democrazia rappresentativa viene riconosciuta come indirettamente responsabile della situazione attuale in quanto non ha saputo impedire uno sviluppo autoritario delle nostre istituzioni e la loro progressiva corruzione. La rivendicazione di sovranità deve perciò raggiungere il singolo cittadino come la vera, sola e unica fonte di potere. E, come abbiamo visto, nella narrazione di Alessandro questa rivendicazione politica si sostanzia di una ricerca personale e civile di indipendenza, una indipendenza vissuta innanzitutto a contatto del mondo sudamericano, il mondo soggetto al potere per antonomasia. Una indipendenza non esclusiva ed egocentrica, ma inclusiva e solidale, fatta di “sobrietà” e non di povertà, di “lentezza” e non di ricerca spasmodica di efficienza, una indipendenza da vivere insieme e riaffermare contro chi spreca la propria vita e il denaro pubblico, contro chi abusa del proprio potere a spese del prossimo.

Se osserviamo questo libro come evento generazionale, come sua nuova sintesi culturale e guidati dall’idea che una nuova generazione si presenti nella storia del nostro Paese e finalmente, dal suo costituirsi in repubblica, sembri avere le carte in regola per cambiarlo, ne capiamo anche quella che su le prime può sembrare un’ingenuità: il suo voler essere unica e originale. Alessandro parla sempre dal suo punto di vista, che è il punto di vista di chi parte da zero, di chi fa “punto e a capo” rispetto alla storia precedente. Un esempio fra tutti è il tema della fine delle ideologie e della divisione tra destra e sinistra. Alessandro fa molti esempi per mostrarne l’inattualità e conia un neologismo molto efficace in proposito, quello di “creditocrazia”, per darne una giustificazione sociologica grazie alla svolta nel governo della società operata dal “capitale”. “Nei regimi creditocratici il capitale è diventato solo un tramite per creare, attraverso il prestito, un debito, e lucrare sugli interessi. […] Ecco, per il grande capitale il debito è l’investimento più adatto allo scopo di controllare i governi indebitati, e quindi i loro Parlamenti, e poter, di fatto, legiferare al posto dei rappresentanti del popolo. Di fronte a tutto questo […] ha senso parlare di destra e sinistra?” E’ molto probabile che in molti, di destra e di sinistra, potrebbero rispondere ancora di sì, il punto è però secondo me appunto generazionale: Alessandro come molti altri è cresciuto ed ha vissuto come propria una esperienza che non può più capirsi e orientarsi nel mondo con quella dicotomia del passato.

In conclusione vorrei fare un ulteriore tentativo di interpretazione e collocazione di questo contributo. Se volessimo inquadrare questo percorso umano e civile all’interno di alcune categorie tradizionali del pensiero politico, potremmo dire che il viaggio di Alessandro, e di chi con lui fa parte di questa magnifica avventura politica e civile, è stato ed è come un processo di ridefinizione delle nozioni di “contratto sociale” e dell’originario e pre-politico “stato di natura” dell’individuo. Alessandro ha con il suo viaggio nell’America latina conosciuto e vissuto un originario stato di indipendenza e sovranità del cittadino, che non ha niente a che vedere con quello della tradizione politica che lo vede o come una condizione di barbarie o di idilliaca bontà. Alessandro ha fatto esperienza del significato politico della gestione del quotidiano secondo principi orientati al buon senso e alla solidarietà come sono la temperanza nell’uso del tempo e il rispetto verso la natura. Ciò che nel sistema di sfruttamento delle risorse mirato a una fantomatica “crescita” viene asservito e distrutto nella sua diversità, è per intero riscoperto nella sua vitalità e originarietà come fondamento politico. Prima viene la vita e poi il lavoro, prima viene la felicità e poi il possesso, prima viene la persona e poi il suo ruolo sociale. Ma appunto, questa condizione originaria non è appesa a qualche ipotesi o visione del mondo, può e deve essere vissuta ed esercitata in prima persona da ciascuno di noi.

A ben vedere questo è in gioco e alla base in ogni contratto o accordo politico dei singoli con le istituzioni che governano una società. E se nelle precedenti teorie del contratto sociale il cosiddetto stato di natura è di volta in volta qualcosa di terribile da superare o invece di paradisiaco da vanamente rimpiangere se non addirittura un ideale irraggiungibile di perfezione, ecco che attraverso la nuova collocazione dello stato di natura operata da Alessandro il contratto non è più cessione incondizionata di sovranità, non è più delega in bianco, non è più mera rappresentatività, ma assunzione in pieno di responsabilità civile. Il politico di professione, e anche su questo Alessandro è molto chiaro e deciso, come rappresentante di questa delega di sovranità impersona un duplice imbroglio: vuole espropriarti del diritto di fare politica e vuole illuderti, e si illude in malafede, che il sapere politico sia una cosa separata dalla vita civile, che sia una cosa troppo alta e difficile da capire per un semplice cittadino. Bene, Alessandro con la sua esperienza ha gli elementi per rivoltare il quadro. E’ il cittadino la vera e unica fonte di sovranità, suo è il compito essenziale di fare politica e i contenuti di essa non sono qualcosa che volteggi sulla sua testa, ma sono proprio la sua vita civile stessa. Il contratto è revocabile in ogni momento, la sovranità è solo parzialmente e provvisoriamente affidata, mai ceduta completamente.

Se questo modo di intendere il libro di Alessandro collima con il suo intento, ci è ancora più evidente perché la realtà italiana attuale gli sembri al confronto “un Paese fatto alla rovescia”, “il Paese del sottosopra”, e cioè perché la sua propria esperienza e i nuovi principi che la costituiscono vengono qui sistematicamente negati. La nostra interpretazione, per così dire generazionale, ci pone infine di fronte ad un quesito che può non essere irrilevante per capire questo libro: in quanti possono condividere questa esperienza? Fino a che punto altri di altre generazioni possono sentirla propria? Come sappiamo Alessandro non è solo e non vuole diventarlo, ma neppure ha una ideologia salvifica da impersonare e veicolare nella società. Lui ci e si ricorda che la sua dimensione di vita è il viaggio, anche come parlamentare della Repubblica. Sta finendo il suo mandato di cinque anni e non sa neppure se si ricandiderà, ma se lo farà sarà per l’ultima volta, scaduto il secondo mandato dovrà cercarsi un’altra attività per vivere. Anche in questo la storia di Alessandro è soprattutto e solo un esempio: soprattutto un esempio, vissuto e vero, per ciascun cittadino affinché faccia della propria vita un’autentica esperienza civile; ma anche soltanto un esempio perché il suo contenuto non è un’ideologia rivelata a cui convertirsi e per cui fare proseliti. Direi insomma che questa straordinaria vicenda raccontata da Alessandro è un invito e un esempio di individuazione culturale e civile capace al contempo di affrontare il mondo nella sua realtà effettuale. . In questo senso vanno anche certe caratteristiche evidenziate da Alessandro del futuro cittadino e uomo politico: la capacità di “ascolto”, l’ “empatia” e la “sobrietà”, la risolutezza come “questione ambientale” e l’indipendenza di giudizio di fronte a un fenomeno per “interpretarlo usando esclusivamente il buon senso”. Non pensava forse anche a questo il fondatore del pensiero politico moderno, il concittadino Machiavelli, quando parlava del suo principe e dei modi di organizzazione e sviluppo delle pubbliche istituzioni civili?