Un Bildungsroman sulla questione palestinese

La vicenda del popolo palestinese è ormai legata indissolubilmente alla nascita della Stato di Israele del 1948 voluta dalle Nazioni Unite. L’autrice Susan Abulhawa, nel suo primo romanzo “Ogni mattina a Jenin” (Feltrinelli 2013), è forse la prima ad affrontare questo tema in forma letteraria e di romanzo. La storia della protagonista del romanzo, Amal, può ben essere considerata un riepilogo della vicenda biografica dell’autrice, che dalla nascita in un campo profughi e dall’esperienza di un orfanotrofio finisce poi in America da adulta, dove compie i suoi studi e trova un lavoro, lotta con la propria storia e identità e infine riscopre le sue radici culturali e ritrova un senso alla propria esistenza con la causa palestinese. Il confronto con una testimonianza letteraria, che ha inoltre quasi i tratti di un romanzo di formazione, vuole significare che in queste nostre considerazioni non è tanto a tema la vicenda storica e politica di questo autentico dramma contemporaneo, quanto piuttosto la sua portata simbolica e culturale, insomma quegli elementi che di solito e a torto vengono considerati come di cornice o forse addirittura come secondari. In realtà, il vissuto dell’autrice e protagonista del romanzo rappresenta quel portato simbolico che ci consente di capire il perché del qui e ora di un evento, le sue circostanze peculiari e motivanti per gli individui che ne sono coinvolti, quegli elementi insomma senza i quali un fatto storico non sarebbe quel che è.

Abbiamo parlato della vicenda palestinese e dello Stato di Israele come di un dramma. Questo non solo perché questa vicenda ha caratteri crudeli e inquietanti, ma soprattutto perché un dramma è una storia con un inizio e una fine, uno sviluppo ed eventualmente una impasse – come è qui il caso -, un esito voluto o indesiderato da coloro che ne sono coinvolti, insomma un evento partecipato in cui si decide la sorta dei suoi partecipanti, protagonisti o vittime che siano. Ebbene, nel racconto di questa vicenda è forse possibile vedere la rappresentazione più diretta e purtroppo ancora attuale di una situazione fondamentale che sta alla base della nostra epoca moderna: l’istituzione degli stati nazionali nella loro versione indipendentista e rivoluzionaria. Stiamo parlando dunque non di quelle monarchie che si realizzarono fra XV e XVII secolo in Spagna, Francia ed Inghilterra, quanto piuttosto del loro sviluppo in America e poi in Europa a partire dal XVIII secolo. E` quanto caratterizza anche la nostra storia nazionale con la liberazione dal dominio austriaco e l’unificazione dell’Italia. E’ in questo contesto di autoaffermazione nazionale come comunità territoriale, linguistica ed etico-culturale che si colloca la nascita dello Stato di Israele alla fine dell’800 sotto il nome di Sionismo.

Se questa è la circostanza o l’occasione storica per il sorgere di questo movimento, il suo contenuto o idea, cioè la rifondazione di uno Stato di Israele, sono comprensibili solo alla luce della tradizione culturale e religiosa del popolo ebraico. Il popolo ebraico è storicamente l’iniziatore del monoteismo etico e nazionale, in cui un popolo si riconosce unito e responsabilizzato dall’ipotetico appello di un Dio trascendente e sovrumano, un Dio che governa e comunica con il suo popolo attraverso individualità eccezionali, come gli antichi patriarchi e monarchi e poi i cosiddetti profeti, e che ha in sorte per esso una terra da governare e un destino di salvezza eterna. Lo sviluppo del XIX secolo, il secolo dell’erompere del Nazionalismo e poi dell’Imperialismo, doveva sembrare a un tale popolo, disperso ma ancora religiosamente unito, un’atroce ironia della sorte o anche un inequivocabile appello a riprendere in mano le proprie sorti storiche come il vero e autentico portatore di un destino nazionale dopo quasi due millenni di diaspora o di dispersione e persecuzione. Il Sionismo doveva poi trovare nel suo cammino l’epoca della più feroce persecuzione con la nascita di una nuova versione del Nazionalismo, il Nazionalsocialismo tedesco, che decise di collegare la propria ipotetica esistenza millenaria allo sterminio fisico di questo popolo.

Se è plausibile pensare che solo con il conclamato riconoscimento dello sterminio nazista dopo la guerra le forze internazionali arrivarono ad accettare la fondazione di uno Stato israeliano in Palestina, bisogna dire che le circostanze del suo insediamento risultarono fin da subito peculiari. Non si trattava infatti di riconquistare una terra irredenta o di cacciare un invasore, ma di prendere possesso di una terra appartenuta da quasi due millenni ad altre popolazioni. Il diritto al suo possesso non aveva più niente di storico, se non le sue circostanze, ma semmai di divino. Si trattava insomma di riattualizzare una “promessa” che era stata posta come principio fondatore di uno Stato realizzato in pratica solo per pochi secoli quasi tre mila anni fa. C’è già in questa circostanza un elemento sacrilego, che alcuni ebrei anche avvertirono, per il fatto che la volontà divina venga a coincidere – o sia addirittura sostituita? – con quella di forze terrene non ebraiche, una circostanza anche questa peraltro non del tutto nuova nella storia del popolo ebraico, come dimostra ad esempio l’enfasi nella Bibbia per il dominio persiano quando si sostituì a quello babilonese. In queste circostanze, tra l’altro, il popolo ebraico aveva sperimentato una sorta di separazione governo politico, straniero, e culto religioso autoctono.

Ritornando ai nostri tempi e alle fasi precedenti al 1948 troviamo, oltre alla peculiarità accennate, un contesto relativamente tipico. Come in ogni fondazione nazionale le premesse sono delle migliori. Theodor Herzl, padre spirituale dello Stato ebraico, aveva scritto nel suo programma del 1896: “Sì, noi abbiamo la forza di formare uno Stato, anzi uno Stato esemplare. Noi abbiamo tutti i mezzi materiali e umani che sono necessari a questo scopo.” La capacità di autodeterminazione di un popolo sembrano sempre la migliore premessa per l’indipendenza politica e per l’avventura in una guerra nazionalista. Anche qui si riproduce una tipica dinamica degli stati nazionali prima e di quelli ideologici poi (comunista e fascista), e le smentite supereranno sempre le conferme. La guerra è il mezzo inevitabile per l’appropriazione o riappropriazione della terra, ma questo mezzo giustifica il fine ideale e condiviso anche dagli altri Stati. Così come vale anche nella vita di un individuo, l’essere se stesso ha come premessa la libertà, la soggezione ad altro nega l’una e l’altra cosa. E così come l’individuo è ed ha una sua proprietà nei mezzi di sussistenza, così la terra e il possesso dei suoi beni sono la condizione di esistenza di uno Stato sovrano.

Dati questi elementi di continuità con in più le peculiarità simboliche evidenziate, il Sionismo doveva assumere i caratteri di un nazionalismo fortemente etnico e/o religioso in sostanza ancora più primitivo dello stato laico nazionale così come si era affermato in Europa. Negli anni precedenti al 1948, e cioè anche dopo la fine della seconda guerra mondiale, popolazione palestinese e forze di occupazione britanniche dovevano essere l’obiettivo di attacchi di tipo terroristico, esemplare fra tutti l’assassinio del mediatore svedese delle Nazioni Unite Folke Bernadotte. Con l’istituzione definitiva della Stato le varie organizzazioni terroristiche furono integrate nell’esercito e così legalizzate. Un fatto di per sé eccezionale e significativo di continuità, che ad esempio nell’Italia postresistenziale non avvenne. La pratica del terrorismo non era certo nuova nell’ambito dei movimenti indipendentisti, come ad esempio era avvenuto in Irlanda più o meno in quegli stessi anni. In Palestina però la questione del possesso di territorio doveva avere esiti paradossali e inusitati, poiché i suoi confini non erano mai stati storicamente ben definiti, salvo la mitica epoca davidica che non a caso corrisponde alla maggiore estensione mai raggiunta. Con le successive occupazioni da parte di Israele e l’introduzione della pratica degli insediamenti nei territori occupati e della distruzione delle abitazioni palestinesi, la tesi nazionalista dell’identità di Stato e Terra rivela infine un tratto inquietante e a dir poco patologico di questo conflitto, che ritualizza la pratica dell’occupazione fine a se stessa in un processo che pare senza fine e che continua tutt’oggi.

In questo genocidio strisciante e ritualizzato si rivela il tratto forse estremo e compiuto di ogni tipo di nazionalismo, qualcosa che richiama alla memoria un altro sterminio dimenticato come quello delle popolazioni degli Indiani d’America. Se però gli inglesi si erano limitati a fare di parti dell’America una colonia, è solo con l’istituzione della Confederazione e dell’indipendenza nazionale che inizia il processo noto come “conquista del far west”. Anche lì il territorio era abitato da un “popolo senza stato” e perciò considerato libero per la conquista; qui in Palestina alla dichiarazione di possesso dello Stato di Israele doveva seguire la deportazione nei campi profughi e/o lo sterminio dei palestinesi. I coloni inglesi e più in generale europei avevano davanti a sé un territorio effettivamente sconfinato; gli israeliani occupano un triangolo di terra risibile e ormai privo di rilevanza commerciale o economica di altro genere. Queste caratteristiche eliminano anche qualsiasi ipotesi di convenienza pratica nel conflitto. Gli israeliani conducono questa guerra continua per la terra proprio perché Terra è identità di popolo. Qui oltre al possesso della terra e alla sua occupazione, oltretutto con insediamenti moderni che niente hanno a che fare con la tradizione del posto, conta anche il confine. E’ quanto si rivela anche nella vecchia e nuova Intifada. Raggiungere o anche solo minacciare il confine tra Palestina e Israele è esercizio di dominio simbolico, sfida perpetua tra due contendenti assolutamente sproporzionati per forze e mezzi. Diviene un rituale identitario e di autoaffermazione per entrambe le forze in campo che assolutizza il conflitto nella sua insensatezza e non ha nessun sbocco pratico. Ed è proprio questo il pericolo maggiore e presente: che i due contendenti, occupanti e occupati, trovino il senso della loro esistenza nel conflitto mortale con il proprio nemico.

 

Veniamo adesso al romanzo. La vicenda va dal 1941 al 2002, quindi dai prodromi dello Stato al dopo 11 settembre 2001, ed è narrata esclusivamente dalle diverse generazioni di una famiglia palestinese che abita un piccolo paese. L’inizio descrive una vita quotidiana senza Storia o come fuori da essa, dove ciò che accade in quel momento potrebbe essere accaduto cento o cinquecento anni prima – l’autrice ricorda che il paese fu fondato nel XII secolo. Il villaggio, composto di famiglie patriarcali proprietarie di terreni e uliveti, è colto al risveglio nel periodo della raccolta, “in un tempo lontano, prima che la storia giungesse a spazzarne le colline”: la preghiera musulmana prima del lavoro, gli screzi con i vicini, l’orgoglio per i giovani figli, il patriarca che suona il flauto così rivivendo il vincolo con gli avi: tutto è tradizione e radicamento in essa, mitologia quotidiana e ritualizzata. E poi l’amicizia vera e sincera di due bambini, un ebreo sfuggito con la famiglia ai nazisti e un palestinese, le relazioni problematiche e indesiderate dei giovani figli, la discriminazione tra sedentari e beduini, le crudeli punizioni pubbliche dei disobbedienti e poi “la terra senza popolo” che diviene preda del “popolo senza terra”. “I palestinesi avevano già dovuto subire molti dominatori – romani, bizantini, crociati, ottomani, inglesi – e per il nazionalismo non c’era nessuno spazio. La loro esistenza ruotava intorno a Dio, la terra e la famiglia, e combattevano perché tutto restasse così com’era.”

La ferocia dell’occupazione e deportazione israeliana risulta quasi incomprensibile. L’autrice ha una convinzione in proposito, e cioè che “i palestinesi abbiano dovuto pagare il prezzo per l’olocausto ebraico.” E questa è molto probabilmente una verità infamante per l’occidente che ancora una volta dispone degli ex possedimenti coloniali a proprio piacimento. Ma non è tutto. Quando l’autrice cerca di capire le possibili motivazioni profonde della volontà di morte degli israeliani nei confronti dei palestinesi – perché di questo si tratta – si richiama a una sorta di delirio di onnipotenza, del potere assoluto di vita e di morte su altri. Questo può essere ammissibile per quanto riguarda il vissuto individuale del singolo carnefice e come tale applicabile a tutte quelle forme di violenza come ad esempio la tortura poliziesca in qualche modo garantita dallo Stato – è anche un fatto tipico delle dittature. Si tratta di quella identificazione di un individuo, generalmente succube di conflitti inconsapevoli, con il potere assoluto e il suo esercizio come violenza e distruzione. La mia impressione è che ci sia invece altro e di più specifico, ovvero, come ho sostenuto in precedenza, il rivivere un mito fondatore che appartiene per essenza alla nostra tradizione e anche, è il caso adesso di aggiungere, a quella storicamente qui contrapposta: ebraismo e islamismo.

Accenniamone qui alcuni aspetti essenziali. La prima è fondante rispetto alla seconda sia cronologicamente che nel contenuto: Maometto opera nel VII secolo dopo Cristo e riconosce il Dio di Abramo come Allah e come Dio comune. In entrambe le credenze Dio è il fondatore di un popolo-nazione, un Dio che istituisce un popolo come tale e se ne fa scopo ultimo. Il Dio ebraico è soprattutto collegato al possesso di una terra mentre il Dio musulmano richiede la diffusione del credo e il proselitismo tra altri popoli e in altre terre. In entrambi i casi si tratta di un Dio politico, istitutore di costumi e di rituali, di una Legge che vuole essere sia interiore che esteriore. Un Dio dello spirito che genera moralità nel singolo e buona convivenza con l’altro uomo ma solo in quanto credente nel medesimo Dio. Ciò comporta anche disprezzo e intransigenza con quanto di sé il singolo non sa addomesticare – di solito il piacere per le cose terrene e le seduzioni corporali – e verso l’altro uomo che non condivide la stessa fede. In entrambe le confessioni si tratta di un processo di individuazione fortemente spiritualizzante e collegato a forme di vita ben diverse dalle nostre. Entrambe le popolazioni erano di origine o pratica nomade in via di insediamento stabile e portatrici di valori patriarcali e familistici. Che nei nostri tempi questo conflitto confessionale sia ritornato drammaticamente attuale, e ciò proprio nella forma a cui assistiamo in Palestina, non significa affatto che il suo contenuto sia culturalmente e psicologicamente avanzato.

Gli ebrei sionisti, coloro che vogliono l’esistenza di uno Stato di Israele, vogliono rivivere il mito originario della costituzione divina di un popolo mediante l’assegnazione di una sua terra, ma in questo modo vivono una realtà per così dire drogata, poiché questo loro mito era stato condiviso e razionalizzato in epoca moderna con lo stato laico e di diritto. Anche se hanno instaurato una democrazia parlamentare sono comunque e fondamentalmente una teocrazia. Coloro che sono stati espropriati della terra in cui hanno sempre vissuto si ritrovano a vivere una discriminazione religiosa e etnica che li porta ad identificarsi con la tradizione religiosa vissuta da sempre. Discriminati in quanto palestinesi e musulmani si vogliono anch’essi palestinesi e musulmani senza residui e in forma mitica. Che l’autrice ambienti questo romanzo e anche il successivo in piccoli paesi non è un caso o solo per motivi di contrasto. Tradizione e costumi, religione e famiglia, non sono mai messi in discussione nel romanzo, essi sono un semplice dato non questionabile. E quando la protagonista Amal parla della sua esperienza negli Stati Uniti da ragazza e afferma di aver cercato di essere del tutto americanizzata come Amy, ci dice quale sia in realtà la fondamentale contrapposizione in gioco in questo romanzo: il capitalismo, di cui l’America sarebbe la più chiara espressione con il suo “anelito verso il profitto e le cose materiali”, e la vita contadina e patriarcale dove “l’io perduto” ritrova se stesso, dove è possibile rivivere “un sogno di amore, famiglia e bambini. Non di patria, giustizia o cultura”. In altre parole dove è possibile rivivere quella “specie di amore che si proietta nudo verso l’eternità, verso Dio”.

Questo romanzo vuole essere programmaticamente una denuncia ma anche una dichiarazione di amore e riconciliazione. Esso infatti si apre e si chiude con il ritrovamento del fratello di Amal, che è stato rubato ai genitori piccolissimo e allevato da ebrei e che ha torturato da soldato il suo stesso fratello. Descrive poi una possibile parabola verso il terrorismo attraverso un altro fratello, che poi riesce a capire come quella sia una strada impercorribile. Si tratta infine anche e soprattutto della storia di un radicamento, quello di Susan Abulhawa, di una ritrovata identità nella propria tradizione in quanto vilipesa e rinnegata dal presente. Ma in questo senso è storia fin troppo nota e la questione palestinese perde il suo specifico. D’altra parte i casi più eclatanti di sterminio e di rimozione di popolazioni e culture, che caratterizzano la storia moderna dell’occidente, non possono lasciarci ignorare lo specifico di questo dramma, qualcosa che solo dal dopoguerra può esistere: l’esistenza dell’Onu e la politica imperialistica degli Stati Uniti. Questo è qualcosa che di fatto interagisce con ogni conflitto localizzato in un modo ben preciso e problematico, e che anche la Palestina ha conosciuto: quello dell’intervento più o meno palese e mediato da forze terze, in questo caso dell’America a fianco di Israele e dell’Urss con la Palestina, cosa poi venuta meno con la fine del regime sovietico. Ogni conflitto localizzato implica sempre il coinvolgimento della cosiddetta comunità internazionale. A giudicare dagli ultimi decenni, con la guerra nella ex Jugoslavia e poi in Irak e in Libia, e oggi in Siria, questo non lascia ben sperare: l’eccidio è messo nel conto come e forse più di prima. Se si viene vilipesi o ignorati come popolo, non è solo il nemico a farlo, ma il mondo intero. Ma solidarizzare con la causa palestinese non fa di noi dei Palestinesi né tantomeno dei musulmani. La solidarietà non può diventare comunità di intenti. Laicismo in politica e cittadinanza globale restano obiettivi superiori e forse per la prima volta realizzabili, contro ogni tendenza culturale regressiva e arcaica comunque imposta dalla situazione. Se l’autrice testimonia con questo libro una riscoperta identità di sangue, suolo e religione, dobbiamo dire che questa conquista è solo sua e in gran parte deve rimanerlo.

Che cosa può avere oggi l’occidente, e questo significa anche e soprattutto l’America, con la sua storia repubblicana e laica, da imparare da questa vicenda? Che ruolo possono ancora avere Dio, la terra e la tradizione culturale nell’ambito del Politico? La sintesi realizzata alla nascita del moderno, con la tripartizione dei poteri dello Stato e la privatizzazione della Fede, possono ancora restare un faro per le istituzioni terrene di Stato e Confessione, ma vanno evidentemente ripensate sulla base nel nuovo vissuto dei cittadini. I totalitarismi del 900 e l’odierno furore musulmano ne sono evidentemente una critica. Alla coppia concettuale Nazione-Popolo dovremmo forse sostituire quella di Cittadino-Legge. Se il sangue e il suolo erano gli elementi del Popolo-Nazione, da salvaguardare, all’occorrenza da difendere, ma soprattutto da imporre, per il Cittadino e la sua Legge sono l’individuo e il suo sviluppo civile e culturale il principio costituente, ovunque egli si trovi o abbia scelto di stare. La sua comunità costitutiva non è la famiglia biologica ma sono coloro che ha scelto come compagni di viaggio nella sua impresa del momento. La terra non è sua, ma gli è donata purché ne sappia fare un buon uso e la sappia rispettare. Solo una terra scelta come individuo è veramente amata. Il movimento o anche la fuga sono condizione di libertà e di rinnovata capacità di adattamento, mentre la stanzialità diventa una condizione provvisoria. La Natura dentro e fuori di lui sono la sua forza originaria e il Concetto, ovvero la sua realizzazione come Legge, è ciò che regola e vincola la vita dell’individuo, il tetto sopra la testa di chi sta con i piedi per terra e la testa nel cielo. Cittadino e Legge trovano la loro casa nella Città e la loro espressione più alta nella Cittadinanza come sintesi sempre da inventare e promuovere. L’unica vera autoaffermazione positiva non è quella dello Stato territoriale e del suo popolo, ma quella dell’Individuo come mediatore creativo della Natura dentro e fuori di sé e della Cultura ereditata.

Queste nozioni di Cittadino e Legge non sono poi neppure così distanti da quanto Ebraismo e Islam riconoscono come propri. Il loro Dio è innanzitutto istitutore della Legge e l’appello divino è rivolto all’uomo nella sua totalità. Si tratta di una forma originaria di responsabilizzazione individuale e collettiva che può dare i suoi frutti anche nelle nostre odierne e nuove condizioni di vita, a patto però che questa spiritualizzazione non comporti la condanna del mondo (e di scienza e tecnica) e della corporeità (erotismo e femmineo) e non renda questa Legge un assoluto inamovibile. La Legge per il cittadino gode della stessa sacralità del divino ma solo in quanto posta da lui insieme ad altri come regola del convivere. Qualcosa di non ispirato divinamente ma di argomentato, di non assoluto ma di posto in date e determinate circostanze, e per questo rivedibile, migliorabile o abrogabile. Una Legge che ha il suo pregio, oltre che nel contenuto condiviso, proprio nel fatto di essere relativa e quindi espressione di libertà e di capacità argomentativa. Quanto alla totalità dell’appello divino e sancita ipoteticamente dalla Fede dell’individuo, essa diventa compito della Cittadinanza, costituisce la Cittadinanza stessa come qualcosa di non meramente individuale o egoistico. Un compito che ciascuno deve assolvere o anche fallire in modo esclusivo e insostituibile.