Televisione batte Social Network 2 a 0

E come si temeva il referendum sulle trivellazioni non ha raggiunto il quorum. Nonostante la martellante campagna sui Social Network e l’endorsement di molti vip del mondo dello spettacolo e dell’editoria, la sostanziale poca copertura televisiva ed una mirata disinformazione, anche sulla carta stampata, hanno prevalso e soltanto il 32% degli italiani si è recato alle urne. La RAI ha mostrato per l’ennesima volta di essere l’house horgan del partito di maggioranza e questo dovrebbe far riflettere sull’iniquità del canone obbligatorio per un servizio pubblico non indipendente. Per ora, stante l’attuale situazione demografica del Paese, la televisione riesce ancora a prevalere sulla Rete ed è bene che questo venga compreso, in quanto, come già successo per le Elezioni Europee, la situazione reale rischia di essere distorta dalla lente dei social network sui quali sembrava che l’Italia intera sarebbe andata a votare.

Il referendum, purtroppo, è stato caricato di un significato politico, come alle Europee, ma questa volta è stato Renzi, probabilmente forte di sondaggi “veri” molto attendibili, a dargli questo significato con una mossa molto astuta e scaltra ovvero invitando all’astensione “per salvaguardare i posti di lavoro”. E così lui ora incassa il dividendo e rafforza la sua leadership nel PD a scapito della sua opposizione interna guidata dal governatore pugliese Emiliano. Ed il successo di ieri ha reso ancor più spavaldo Renzi che ha dichiarato riguardo il referendum sulla riforma costituzionale: “Vinceremo anche quello con il 60% dei consensi. Prendete nota di questa mia previsione”.

Ora qui non si è forse capito che la maggioranza degli italiani ha una particolare inclinazione verso le stagioni politiche di vent’anni, per cui dopo il ventennio berlusconiano si corre il forte rischio di trovarsi  Renzi (ed i renziani) per dieci anni e poi la Boschi (!) per altri dieci. Prendendo atto che Renzi è sostenuto da una minoranza stabile ed organizzata del Paese e dai poteri “forti” o si cambia registro o si è condannati ad essere “altra” minoranza a vita. Senza una strategia chiara i tentativi tattici di spallata sono destinati a fallire miseramente, perchè i numeri in Parlamento sono blindati. Non c’è più spazio per l’improvvisazione e la disorganizzazione organizzata. Renzi va sconfitto sul piano della proposta politica e non va sottovalutato o ridicolizzato come troppo spesso accade.

Il referendum abrogativo è, nei fatti, uno strumento di partecipazione popolare oramai logoro ed andrebbe utilizzato con più parsimonia e saggezza, a partire dalle tematiche, dalla questioni specifiche e dall’elaborazione del quesito. Oramai l’esperienza prova che arrivare all’agognato quorum necessita di un forte coinvolgimento di tutti gli strati della società per cui il voto deve vertere su qualcosa che la gente capisca. Senza una forte spinta delle forze politiche fin dall’inizio del percorso referendario, il quorum lo si vede col cannocchiale. Su questo dovrebbe riflettere la cosiddetta società civile che si anima all’interno dei comitati. Il problema dell’Italia è essenzialmente politico e provare ad aggirarlo con lo strumento referendario è un palleativo. O la gente torna a fare politica e si cerca di ridurre l’astensionismo oppure la situazione non cambierà. Purtroppo il clima di campagna elettorale permanente ed i toni accesi non fa altro che stancare tanta gente e spingerla al non voto, circostanza molto gradita al PD renziano. E’ anche vero che se esiste un quorum (per garantire la significatività dei numeri) i sostenitori del SI o del NO (a seconda del quesito) possono avvalersi con un ragionamento tattico dell’astensione. Andrebbe percorsa la strada del referendum propositivo senza quorum, come in Svizzera, nel quale anche i contrari sono costretti ad attivarsi per sostenere le proprie ragioni in quanto non possono avvalersi dell’aiuto dell’astensione e questo porta al dibattito che stimola la società verso l’alto.

Chiudo con una nota personale: da rappresentante di lista mi sono ritrovato in un’aula di scuola elementare e dopo poco ho realizzato il fatto che nel 2016 si vota ancora con le stesse modalità del 1946… Manifesti in Times New Roman old style scritti in un italiano solenne, schede elettorali, matite copiative, cabine, urne, registri, estratti di verbale, timbri, tamponi, matite blu/rosse, bustoni di carta e di plastica, nastro adesivo, bauli in legno… insomma una marea di carta e procedure rigidamente manuali con la necessità di impiegare un sacco di persone tra scrutatori e forze dell’ordine. E’ plausibile che nell’era dell’IT e degli smartphone con i quali puoi gestire operazioni bancarie e di trading on line ed applicazioni di domotica a distanza, si debba mantenere in piedi tutto questa costosa ritualità di carta? Ma perché uno non può votare da casa? I moderni protocolli di sicurezza informatica e di crittografia garantiscono molto di più dai brogli elettorali che il voto fisico, se fosse il (falso) problema.