Sovranismo

Quale è la differenza tra sovranisti e gli altri? Che i sovranisti lo sono consapevolmente, avendo maturato il loro pensiero in seguito ad anni di studio fuori dal mainstream, un percorso molto simile a quello descritto da Platone nel mito della Caverna. Chiunque è diventato sovranista è partito dalla constatazione che l’Italia non è più il Paese di prima, ma le risposte date da partiti, televisioni e giornali non facevano altro che aggravare la situazione o parlavano d’altro. Le cose non tornavano e disconnessosi dal Matrix, il sovranista si avvicinava a voci non allineate e pian piano capiva l’arcano. Farlo 10 anni fa non era semplice, oggi fortunatamente la situazione è molto migliorata ed anche il quadro politico si è finalmente chiarito, ogni ambiguità è caduta per cui chi non capisce è perchè non vuole o non è in grado di capire. Ecco perché in una discussione il piddino o il radicale eurofanatico di turno (che si credono acculturati per cui intelligenti) devono battere in ritirata dopo che gli smonti quelle 3-4 nozioncine imparate a memoria su la Repubblica o il Corsera.

Ed è questo il motivo per cui al mainstream è stato dato ordine di evitare i dibattiti uno contro uno nei quali il sovranista asfalterebbe il globalista eurista di turno. Bisogna creare sempre situazioni asimmetriche dove il sovranista è  in netta inferiorità numerica, in modo che se sta prevalendo con la forza delle sue argomentazioni (cioè la VERITA’) il gruppo la butta in rissa con il conduttore compiacente e lo spettatore non capisce nulla.

Tra i danni peggiori fatti dalla propaganda eurista c’è quello di aver tirato su una chiocciata di saputelli insolenti ai quali sono stati fissati in testa 3-4 concetti che i suddetti tirano sempre fuori quando si parla di Unione €uropea e di €uroZona. Spesso questi ignoranti sono stati condizionati con ampie dosi di fattoidi supportati da dati falsi o estrapolati fuori dal contesto generale.

Un primo punto di indottrinamento è l’applicazione del paradigma tecnologico all’Economia che è, invece, una scienza sociale. Non è detto che una innovazione (nel senso che arriva dopo sull’asse temporale) porti ad un miglioramento del sistema economico come avviene di solito con la tecnologia. In parole povere l’Euro sarebbe una cosa nuova quindi un progresso, per cui il ritorno ad una moneta nazionale sarebbe un regresso. La tipica esclamazione dell’imbecille di turno è: “Ed allora perché non torniamo al sesterzio?”. Il poveretto pensa, infatti, che l’Euro o la Lira siano solamente degli strumenti di pagamento, perché non sa nulla di sovranità monetaria e delle politiche che si possono intraprendere quando hai una tua Banca Centrale che stampa moneta. Il poveretto non sa o non capisce che l’€uro è a tutti gli effetti una moneta straniera e quanto sia pericoloso che il debito pubblico italiano siano denominato in una valuta estera.

Una seconda fiche sempre buttata sul tavolo dal saputello di turno è la questione che l’entrata nell’€uro abbia favorito la discesa dei tassi d’interesse e, quindi, una minore onerosità nel prendere a prestito del denaro o accendere un mutuo al netto delle garanzie reali richieste. Innanzitutto il poveretto si dimentica della bassa inflazione divenuta addirittura deflazione nel 2017. Poi si possono avere anche tassi vicino a zero, ma in banca nemmeno ci vai se sono necessarie garanzie solidissime a protezione del debito e se la maggior parte degli imprenditori è segnalata in Centrale dei Rischi a causa delle regole bancarie imposte da Brussels. Inoltre, dopo la sbornia pre-Crisi, oggi la percentuale di finanziamento su un mutuo è al massimo del 50%, per cui le banche sostanzialmente prestano denaro a chi ce lo ha già… E riducono le aperture di credito alle imprese senza nessun motivo oggettivo, ma solo per cautelarsi.

Il tasso d’interesse rappresenta il costo del denaro e non è una variabile astratta per la quale si può fissare un valore ideale. Esso va rapportato alla dinamica dei prezzi e, quindi, dei redditi. Quando i prezzi scendono durante una lunga recessione il tasso d’interesse può anche arrivare vicino a zero, ma il debitore ci rimette comunque in quanto deve ripagare il proprio debito in una valuta che, paradossalmente, ha visto aumentare il proprio potere d’acquisto. La deflazione porta, inoltre, all’erosione dei fatturati, per cui gli imprenditori sono costretti a pagare di meno i propri dipendenti o a licenziarli per recuperare produttività. Quando c’è, invece, inflazione il tasso d’interesse può essere anche alto, ma la moneta perde peso e la rata del mutuo (o del prestito) è più leggera da pagare. Negli anni ’80 e ’90 c’erano tassi alti, ma crescevano adeguatamente anche i fatturati delle imprese e, quindi, i redditi delle famiglie. Questo avviene in situazioni normali, non certo nella Repubblica di Weimar gravata dall’onere di dover ripagare un abnorme debito di guerra…

L’aver introdotto meccanismi che hanno artificiosamente abbassato i tassi d’interesse, combinati con un valore unico del cambio (con effetti distorsivi di dumping valutario a favore della Germania) e con una bassa inflazione, ha comportato una inefficiente allocazione delle risorse che, nei paesi periferici dell’€uroZona, ha generato una gigantesca bolla immobiliare (ne avevo parlato compiutamente, a proposito della Grecia, qui), nonostante tassi di natalità nulli o, addirittura, negativi da anni.

La stabilità dei tassi poi non dipende nemmeno dall’aver aderito all’€uro come dovrebbero insegnare i fatti del 2011, quando un paio di banche d’investimento tedesche misero in piedi un attacco speculativo contro l’Italia per costringere Berlusconi a dimettersi ed il differenziale tra il rendimento dei Btp italiani e tedeschi andò alle stelle, il famoso spread che tornò poi a livelli normali non per l’avvento di Monti, ma quando il governatore Mario Draghi affermò che il debito pubblico italiano sarebbe stato comunque e sempre garantito dalla BCE.