Soggettività politica e questione generazionale. A proposito del discorso di Di Maio del 2 marzo

In un mio contributo di più di un anno fa sul libro di di Battista “A testa in su”, cercavo di dare una lettura generazionale del MoVimento 5 Stelle, svincolata cioè da determinismi storici o economici, per evidenziarne il carattere innovativo non solo nei singoli contenuti politici, ma proprio nella forma in cui il conflitto politico e la dinamica sociale si presentano oggi e forse ancor di più faranno in futuro. Il 2 Marzo di Maio ha letto in piazza una su lettera dal titolo “Nonostante tutto cambieremo l’Italia”, che a mio avviso conferma e approfondisce questo nuovo carattere generazionale della dinamica politica odierna e futura. Riporto qui tra virgolette parti dell’intervento di di Maio a cui faccio seguire un mio commento.

“Voglio leggervi una lettera. Una lettera che parla della mia generazione, tutte quelle persone che sono nate tra la metà degli anni ’70 e la fine degli anni ’90, quelli che oggi hanno grossomodo tra i 20 e i 40 anni,

Perché noi siamo quelli che nonostante tutto ce la stanno facendo.
All’inizio sembrava tutto perfetto. I nostri genitori avevano un lavoro e il futuro sembrava assicurato. Poi mentre crescevamo tutto è cambiato all’improvviso e lì per lì non ce ne accorgemmo. Il muro di Berlino che cadeva in diretta Tv. Tangentopoli e Mani Pulite. Il rumore del modem 56k che si diffondeva in casa. L’11 settembre del 2001. Un ordine che era lo stesso da 50 anni si stava sgretolando.

Non ci siamo abbattuti. Ci siamo evoluti. Abbiamo cambiato mentalità. Ci avevano detto che dovevamo seguire dei binari prestabiliti, ma poi ci siamo accorti che era un binario morto. E allora abbiamo spiccato il volo. Abbiamo mollato i vecchi metodi e abbiamo cominciato a cercare nuove informazioni su internet e le abbiamo trovate.

Il mondo è cambiato e allora noi siamo cambiati assieme al mondo, adattandoci ai nuovi contesti. E ora siamo diventati grandi. E vogliamo rivendicare il diritto a guidare il cambiamento di cui il Paese ha bisogno.
Perché il mondo è cambiato, noi siamo cambiati, ma l’Italia è sempre la stessa.

La mobilità sociale non esiste, i più ricchi di oggi sono gli stessi del secolo scorso.

Per una evoluzione della specie devono cedere il passo. Non è una minaccia, è una legge biologica, ed è la storia a dircelo.

Chiedete a un burocrate di scrivere una poesia. Non ci riuscirà mai.”

– Di Maio sottolinea con forza il carattere generazionale del MoVimento 5 stelle e indirettamente sottolinea l’importanza della questione generazionale nei movimenti politici. Il primo elemento è la sensibilità giovanile all’evento storico e alla tecnica. Il giovane vive come presupposto e base della sua esistenza ciò che per le precedenti generazioni è un risultato. L’esempio del crollo del Muro di Berlino è chiaro. Chi aveva già vissuto una fetta consistente di quel secolo o era stato giovane ancora nella seconda metà del 900, non poté non assistere a quell’evento che come alla fine di un’epoca, lasciando spazio al rimpianto, alla commiserazione e in qualche caso persino allo spirito di rivalsa. Il segretario del Pci Occhetto che piange per dover eliminare la falce e il martello dal simbolo del partito ne è un esempio eclatante.

Questo mondo è per la generazione nascente il mondo dei padri, il mondo di chi vive guardando indietro e vede il presente appunto come un risultato della sua opera, sia esso una vittoria o come in questo caso una sconfitta. Il 900 era stato infatti il secolo in cui nella realizzazione di una società comunista si era catalizzato l’interesse di un paio di generazioni. Ora, il giovane vuole invece trovare in questo risultato un presupposto della sua individualità futura. E qui viene la delusione. Questi presupposti mancano, le consegne dei genitori sono inadeguate. Studiare, voler crescere, volersi migliorare sembrano allora impossibili. Oltre a questo, il vecchio mondo crolla ma non vuole farsi da parte, non vuole nemmeno ammettere la propria sconfitta. Il vecchio mondo non sa neppure percepire il cambiamento storico e materiale che attraversa la società.

La apparentemente consueta “questione generazionale” diventa così un conflitto tra visioni del mondo e della vita. Se la vecchia generazione fa tutt’uno con un mondo superato e apparentemente inamovibile, la nuova generazione deve proiettarsi in un nuovo mondo, deve ricostruire questo mondo dagli elementi presenti già oggi. Il primo ineludibile elemento è, come già accennato, la tecnica ed in particolare l’innovazione informatica. Questa generazione nasce quando l’informatizzazione e con essa la socializzazione del sapere sono un dato acquisito. Io ricordo un libro di inizio anni ’80 all’epoca famoso come “Il sapere nella società postmoderna”, dove si cercava appunto di diagnosticare gli effetti culturali e filosofici di questa possibile evoluzione tecnologica. Quell’innovazione sembrava all’epoca una eresia, post-moderno faceva rima con disillusione e disincanto. Di tutto questo non c’è traccia nella generazione di di Maio. Il sapere socializzato è la base del futuro.-

“Il mondo di oggi è caratterizzato dall’incertezza, ma quello che lo rovina è l’assenza di solidarietà. Ci siamo adattati, sappiamo cavalcare questa tigre e vogliamo farlo con due obiettivi fondamentali: la massima qualità della vita e il massimo senso della comunità.

La nostra parola d’ordine è una: solidarietà.

Sappiamo che il mondo non è stabile, ma sappiamo anche che è ricco di opportunità che possono essere colte. Guardare il futuro non ci spaventa, ma ci esalta! Gli altri guardano il futuro e vedono il buio, noi vediamo la luce. Siamo noi che dobbiamo aprire l’Italia al mondo.

Basta tagli e politiche di austerità che ci hanno distrutto la vita. Rovesciamo il paradigma. Noi vogliamo crescere, vogliamo raddoppiare, triplicare, decuplicare, giungere a livelli mai visti prima, non solo nei parametri economici ma nella qualità della nostra vita.

Per loro se il PIL sale dobbiamo essere tutti felici. Questo è il loro ragionamento. Io non capisco questo pensiero, non lo voglio capire. Lo voglio ribaltare. Vogliamo prendere come indicatore la felicità e la qualità della vita. La politica economica che per noi è naturale è quella espansiva, che non significa solo mettere soldi pubblici nell’economia, ma è un modo per rischiare e iniziare finalmente a scommettere sul futuro.

Pretendiamo un ricambio veloce e vogliamo che sia mantenuto costante. La flessibilità deve essere massima per chi prende le decisioni. Io ho il diritto di sapere cosa fa chi ha un incarico. Trasparenza! Se uno non è in grado se ne va. Competenza! Se uno è bravo va avanti. Meritocrazia! Questo è quello che pretendiamo!”

– La nuova generazione è sicura di sé e vuole l’autoaffermazione. Su questa base vitale rielabora i contenuti tradizionali e attinge anche all’origine di essi. La felicità individuale e la solidarietà sono elementi che già troviamo nella Dichiarazioni dei diritti dell’uomo nel 700, le quali recuperano una tradizione essenzialmente laica già attiva nei Comuni Italiani e nelle Città-Stato greche. Questa pretesa sembra sorgere ogni qualvolta le condizioni materiali e tecniche di riproduzione di una società fanno un salto verso la condivisione e la distribuzione generale di beni. La differenza rispetto al passato è che oggi questo salto si è verificato non più nei beni di consumo ma nelle formazione e diffusione del sapere, rendendo quest’ultimo la nuova base di costituzione e sviluppo della società. Di questo decisivo salto qualitativo si nutre la nuova questione generazionale. La generazione di di Maio è intessuta di questo balzo antropologico.

Ed è per questo che cerca di affrontare vecchi problemi con soluzioni nuove. Meritocrazia, felicità e crescita individuale non sono più viste in contraddizione con la solidarietà proprio perché lo sviluppo tecnologico rende possibile nuove forme di condivisione e partecipazione basate sul sapere e, aggiungerei, sull’immaginazione. Questo nuovo campo di organizzazione della vita e di cui la nuova generazione si fa espressione, non ammette esclusività e possessi elitari, non riconosce posizioni e diritti acquisiti. Il sapere non si possiede per sangue e non si eredita. Lo si conquista e lo si possiede per breve tempo, occorre aggiornarlo continuamente, occorre crearlo dal nulla quando se ne presenta la necessità.

E di questa necessità si fa portavoce di Maio. La sua generazione vuole fare del dinamismo e dell’adattabilità alle emergenti condizioni tecniche di riproduzione della società non qualcosa che di subìto ma una nuova condizione di vita. E con questo veniamo al tradizionale problema di ogni teoria politica: il problema dello Stato come garante della consistenza e dello sviluppo della vita umana associata.-

“Noi vogliamo volare, ma con la tranquillità di sapere che puoi osare perché c’è lo Stato che ti protegge se cadi. Mai più soli e sempre liberi di volare e di rischiare. Uno Stato solidale, ma liberale. Uno Stato a misura di chi vuole il massimo dalla vita. Di chi è disposto a rischiare per dare il massimo alla sua famiglia.

La connessione fa la forza è il nostro motto. L’intelligenza collettiva è il nostro conforto. La partecipazione è il nostro stimolo. Noi siamo quelli che nonostante tutto ce la stanno facendo. E, nonostante tutto, questa volta possiamo farcela davvero. Se tutti partecipiamo e scegliamo, allora davvero cambiamo l’Italia. Grazie a tutti!”

– Il compito dello Stato è stato interpretato in tanti modi, ma è nel solco della tradizione liberale, a cui di Maio giustamente si appella, che il suo compito è fin da sempre in funzione dell’individuo. Occorre però rilevare il cambiamento del senso di questa funzionalità. L’individuo liberale del 700 veniva pensato come portatore di interessi egoistici e materiali potenzialmente in conflitto con altri, era un produttore e un consumatore di beni sostanzialmente separato dalla funzione politica e governativa. La sua rappresentanza politica ovviamente influiva sulla sua vita ma in ultima analisi era più una condizione esterna e un vincolo. L’affermazione della qualità della vita come tale comporta invece una ridefinizione del cosiddetto “contratto politico” tra cittadini e Stato e una diversa divisione dei compiti.

Dove il sapere è l’elemento fondamentale della vita associata, l’individuo deve ripensare anche la propria individualità e il proprio ruolo nella comunità. Questa innovazione deve anche ripercuotersi nel ruolo dello Stato. Ebbene, un cittadino vivente nella società informatizzata non ha bisogno di uno Stato semplicemente spettatore dei giochi o garante esterno delle regole del gioco. Ha bisogno di uno Stato al suo servizio, di uno Stato garante della sovranità individuale e finalizzato alla sua conservazione e promozione. Questo perché il cittadino è il primo soggetto di sovranità nel quotidiano ed è l’unico ad acquisire e filtrare il sapere del mondo che lo circonda. Il vero Stato è uno strumento del Cittadino, e non il contrario. Non per questo lo Stato e diciamo le Istituzioni in generale vengono a perdere di importanza. Al contrario ne acquistano a condizione che assolvano il loro compito, che è quello poi tradizionale di incorporare e far diventare seconda natura quanto di positivo viene creato nella società in fatto di costumi, apprendimento e creatività.

A ben vedere, ciò di cui lo Stato deve spossessarsi è la sua funzione socializzante. L’individuo liberale era una monade racchiusa nel suo interesse particolare, lo Stato doveva ricordargli obblighi e doveri quanto alla sua vita associata, che l’individuo tendeva a ignorare o ledere. L’informatizzazione del sapere e la sua centralità sociale, possono invece essere vissute come la generazione di di Maio sta proponendo di fare, ovvero come elemento socializzante già nell’individuo, come una socialità interiore e vissuta positivamente. Una socialità vissuta nella condivisione dei beni fondamentali della Natura e nei rapporti interumani. Il vecchio Stato dava briglia sciolta all’etica individuale fino alla soglia del crimine. Adesso è il Cittadino ad imporre una nuova eticità e a pretendere che essa sia vincolante per ognuno.

La generazione di di Maio ci parla di una nuova visione della politica e di una nuova cittadinanza. A mio avviso, se si traggono le conseguenze di questa nuova visione, veniamo a scoprire che anche il rapporto con la Storia e il sapere politico tradizionale necessitano di una innovazione. Le popolazioni si vedranno sempre meno rappresentate dalle Nazioni dell’800, dove Nazione voleva essere l’identità di un popolo in base a lingua, territorio e tradizione, una distinzione in sé non del tutto fuorviante ma comunque calibrata sulla centralità del mercato dei beni materiali deperibili e dell’individuo proprietario e consumatore. La nozione di Cittadinanza che sta emergendo in Europa grazie al MoVimento 5 stelle ha bisogno di uno Stato più flessibile e virtuale, basato sullo status e l’etica di vita del cittadino e non tanto su confini o le qualità nazionali esclusive.

Il nuovo Cittadino ha bisogno anche di un nuovo approccio alla Storia e agli eventi collettivi. Un approccio non basato su identità e esclusivo interesse nazionale ma sulla capacità di saper affrontare i problemi e i conflitti in modo obiettivo e risolutivo, dove gli eventuali conflitti con altre popolazioni non siano visti come occasione di riaffermazione di muscoli ed entrate sicure per le proprie fabbriche di armi, ma come problema geopolitico oggettivo e condiviso, in termini cioè sovranazionali e in vista della convivenza pacifica. La Nazione, l’identità nel sangue, nel suolo o nella potenza economica, ha da sempre in sé la ricerca del Nemico da umiliare, derubare e sottopagare. La Nazione non è mai soddisfatta di sé, a differenza di quel che può affermare di se stessa, ma ha costante bisogno di un Nemico che le faccia conoscere il proprio valore. Solo nel conflitto con il Nemico conosce la propria identità, sa godere del proprio benessere materiale solo se è superiore a quello di un altro. Il Cittadino sovrano sa conoscere se stesso in ben altro modo che con la violenza su un altro o sul suo sfruttamento. La sua vita è un rischio e un gioco costante, dove il Nemico sta dentro di lui sotto il nome di pigrizia, indifferenza, rassegnazione, e l’Amico è il compagno di strada, di progetto e di sensibilità, ma più a fondo è la sua essenza di bambino sorpreso e curioso del mondo che lo circonda.