Sindacati

La Romagna, come la Sicilia, è terra di cantastorie, che una volta raccontavano le gesta del “Passator cortese“. Oggi, in piena era internet, il duo “Formazione minima” riprende la tradizione, ma affrontando temi più attuali (e guadagnandosi così una chiamata alla kermesse 5 Stelle del Circo Massimo di quest’ottobre 2014). Prendetevi tutti i 3 minuti e 42 secondi che dura il filmato sopra questo post, detraete la notevole quota di recita parrocchiale che contiene e guardate in faccia i volti e i contenuti: vi troverete tutto il difficile rapporto di questi ultimi diversi anni tra i giovani e il sindacato. Nel millenario confronto tra capitale e lavoro, in Italia, come in Inghilterra, nel lontano ‘800 a sinistra prima venne il sindacato e poi il partito, che non a caso in Inghilterra si chiamò Laburista, cioè del lavoro. Ovvero, ad un certo punto della Storia con la esse maiuscola, il sindacato si accorse che la sua azione a difesa dei lavoratori non poteva prescindere dalla politica. Per essere applicati su tutto il territorio di una nazione i contratti di lavoro debbono avere valore di legge e in generale c’è bisogno di una legislazione che legittimi l’azione sindacale e la renda possibile. Dunque è dai Parlamenti che si gettano le basi per il mantenimento in vita del sindacato e da qui la “decisione” di dar vita a partiti “collaterali”. Per tutto un glorioso periodo sindacati e partiti collaterali marciano uniti verso un unico destino, poi qualcosa si spezza. manifestazione_sindacaleIl liberismo di Thatcher e Reagan uniti nella lotta ridefinisce le regole e spiazza antichi equilibri. Perché nel frattempo sindacati e partiti collaterali erano divenute entità sempre più distinte e distanti. Con una cosa in comune: l’aver prodotto classi dirigenti alquanto fuori dalla realtà o per meglio dire sopra la realtà. Insomma gente che non aveva mai lavorato, per usare una frase fatta (un esempio a caso Susanna Camusso). E alla fine viene un momento in cui la politica si accorge che, per prendere voti, non ha più bisogno del sindacato e comincia a fare leggi che tolgono man mano sempre più spazio all’azione sindacale, a cominciare, in Italia, dalla citatissima legge Treu. Sempre più precarizzati, i giovani cominciano a vedere nel sindacato l’istituzione che non li ha difesi. Sì, è vero, disoccupazione e precarizzazione galoppanti sanciscono oltre ogni ragionevole dubbio la sconfitta storica del sindacato, non solo in Italia, ma in tutta Europa. Il concetto è espresso per esteso in un famoso post del blog di Beppe Grillo del gennaio 2013, dove si adombra la cogestione delle aziende, vecchia idea che ogni tanto riaffiora, con toni diversi, sia a destra che a sinistra. Si noti la distinzione fatta nel post tra i grandi sindacati (più compromessi con le classi dirigenti) e i piccoli sindacati (espressione più genuina dei lavoratori). Però, andando oltre le apparenze, forse ai sindacati si addebitano più colpe di quante effettivamente non abbiano. Non è colpa dei sindacati se alla fine del ‘900 troppi elettori si sono lasciati abbindolare da politici improbabili e li hanno votati in massa (curioso fenomeno di masochismo diffuso, ancora in pieno svolgimento nell’Italia contemporanea). I politici improbabili hanno preso decisioni e fatto leggi altrettanto improbabili e a un certo punto, in Italia, non ci sono state più le condizioni “tecniche” per un’efficace azione sindacale. E’ tornato il tempo in cui, per trovare un lavoro e/o per migliorare le proprie condizioni di lavoro, più che iscriversi a un sindacato o partecipare a degli scioperi occorre fare politica. Fare politica e cambiare le classi dirigenti e le leggi che ci hanno strangolato, è questa la “missione impossibile” del MoVimento 5 Stelle. Solo una volta ripristinato un sistema di regole corretto e democratico, il sindacato potrà tornare a svolgere il suo importante ruolo di regolatore dei conflitti sociali, trovare una seconda giovinezza e non ridursi ad essere, per dirla con Odoardo Spadaro  e lo storico paroliere Riccardo Morbelli, solo “un curioso avanzo dell’antichità”.

Un’antichità che però corriamo seriamente il rischio di rimpiangere tutti. Le tanto sbandierate “modernità” e “innovazione” del centrodestra renziano si stanno infatti rivelando sempre di più un grandioso ritorno a prima del lontano ‘800, quando nessun lavoratore poteva contare sulle garanzie seppur minime dei contratti nazionali di lavoro e il governo delle nazioni era affare esclusivo di un numero ristretto di notabili.