Santa Madre Russia

Sulla prodigiosa avanzata dell’Isis in Medio Oriente, il vostro affezionato, era già intervenuto in tempi non sospetti per segnalare come le dimensioni e la logistica di una tale organizzazione non potesse non essere supportata da sostanziosi aiuti “esterni”. L’escalation militare del Califfato inizia, guarda caso, nella primavera del 2011 quando Obama emanò due ordini presidenziali similari che recitavano così: “Il Governo libico – e nell’altro quello siriano – costituisce una minaccia economica e strategica alla sicurezza nazionale degli Usa”. Pochi mesi dopo Gheddafi verrà deposto ed ucciso ed inizierà un’avanzata inarrestabile dell’Isis, in Siria, fino ad arrivare a soli otto chilometri dalla capitale Damasco.
Il clamore delle azioni terroristiche a Parigi ha, finalmente, scoperchiato quella cappa di disinformazione mediatica e generale disinteresse, ora tutti sanno che il Califfato è un vero e proprio Stato con una capitale (la città siriana di Raqqa), una sua moneta, il Dinaro, ed un suo Fisco, un esercito, verosimilmente, con più di 80.000 combattenti, vestiti e armati di tutto punto, dotati di armi tecnologicamente avanzate. Sono tutti ben pagati con una robusta componente di almeno 15.000 “foreign fighters”. La gente non si rende conto cosa significi supportare, da anni, logisticamente un tale numero di soldati e dell’enorme sforzo finanziario che occorre. Per inciso, la maggioranza delle milizie “primaverili” addestrate e fomentate dagli Americani per abbattere Assad sono rapidamente passate tra le fila dell’Isis…
La Repubblica Araba Siriana del legittimo presidente Bashar al-Assad ha resistito eroicamente per 5 anni contro un esercito finanziato da Arabia Saudita e Qatar, rifornito attraverso i confini turchi e da aviolanci americani (ancora fino a pochi giorni fa) e fiancheggiato dall’intelligence americana e turca. Ai finanziamenti occulti si è aggiunto il commercio illegale di petrolio dei pozzi conquistati nell’Est della Siria che viene venduto e trasportato su centinaia di autocisterne attraverso la Turchia, di reperti archeologici trafugati da siti e musei siriani ed iracheni ed i riscatti derivanti da rapimenti di occidentali.

Al Baghdadi vs Assad

Il sedicente Califfo Al Baghdadi ed il Presidente della Repubblica Araba Siriana Assad: con chi pensate si possano intrattenere trattative diplomatiche?

Bashar al-Assad studiava oftalmologia a Londra e sembrava mostrare scarso interesse per la vita politica, tant’è che il padre Hafiz destinò alla successione l’altro figlio, il fratello maggiore di Basil morto prematuramente in un incidente stradale nel 1994. Sempre vestito, in maniera inappuntabile, giacca e cravatta, raramente in divisa militare al contrario di Saddam Hussein e mai in abiti etnici o stravaganti come Gheddafi, già questo dovrebbe far capire che siamo in presenza di un interlocutore in piena sintonia con i costumi “occidentali” e degli stati civili. Sotto il profilo del buon senso, appare davvero folle questa fissazione di USA, Regno Unito e Francia di volerlo defenestrare con la conclamata certezza di ritrovarsi come interlocutore il Califfo Al Baghdadi

La Siria stremata avrebbe alla fine capitolato se, non fosse intervenuta militarmente la Federazione Russa del presidente Vladimir Putin che, conscio dell’importanza di mantenere in Siria un interlocutore legittimo e laico, ha pianificato e messo in atto una pesante campagna di bombardamenti impiegando l’aviazione ed i missili balistici della Marina, addirittura lanciati da unità nel Mar Caspio.

E la Russia sta operando nella piena legittimità del Diritto Internazionale in aiuto di un Governo legittimo sotto palese aggressione di potenze straniere.
La Siria era un Paese laico, prospero e tollerante in cui da sempre hanno convissuto pacificamente tutte le religioni e che, fin dal 1948, ha difeso il diritto della Palestina ad avere un proprio Stato. Un Paese in cui convivevano in pace da sempre popolazioni con credo religioso diverso. Musulmani, cristiani ed ebrei. A Latakia, grande città sul Mediterraneo, l’antica Laodicea, vi è persino un quartiere abitato da cristiani Armeni, che trovarono accoglienza quando la Turchia diede inizio al loro genocidio. La Siria era una Nazione civile, colta ed avanzata, e rappresentava l’ultimo alleato dell’Iran in Medio Oriente; prima di questa vile aggressione la Siria accoglieva, nel silenzio generale, un milione di rifugiati iracheni sul suo territorio, un’altra tragedia cagionata dell’unilateralismo americano.
Il numero di obiettivi annientati dai Russi (carri armati e veicoli blindati, pick-up e furoistrada, caserme, autocisterne, depositi di armi e munizioni, campi di addestramento, centri di comunicazione, fabbriche di munizioni) è impressionante e questo fa capire le proporzioni raggiunte dal Califfato, mentre l’opinione pubblica occidentale dormiva. Putin, in seguito al vile attentato del volo di linea A321 sui cieli del Sinai, ha ordinato l’impiego dei bombardieri strategici e di attaccare anche i siti petroliferi, oltre a continuare la distruzione delle autocisterne.
Anche sul fronte terrestre i russi stanno supportando l’esercito siriano e gli hezbollah con l’impiego di artiglieria pesante ed elicotteri da combattimento Mi-24 Hind. Grazie a questo concreto e massiccio supporto le forze terrestri siriane sono passate alla controffensiva, rompendo l’assedio della base aerea di Kuweires che durava da 2 anni. I russi hanno dispiegato anche unità antiaeree a difesa della loro base navale di Latakia. L’entrata in scena in Siria della Russia, non solo ha scongiurato l’istituzione della solita subdola no-fly zone di irachena e libica memoria, ma sono finiti gli sconfinamenti dei jet turchi ed israeliani. L’ambiguità di Israele, fin dall’inizio, sulla situazione siriana non fa che confermare i sospetti sul piano di frantumare la Siria in una serie di staterelli governati da clan, di carattere etnico e soprattutto religioso, in lotta fra di loro, così come è avvenuto in Afghanistan, in Iraq ed in Libia e facilmente manipolabili dalle potenze occidentali. Peccato che l’Isis sia sfuggito di mano ed il Califfato sia l’opposto del “divide et impera”, per cui anche Israele sta ripensando alla situazione, vista la risolutezza di Putin.
La guerra in Siria sarà ancora lunga, è un Paese grande più della metà dell’Italia (in prevalenza desertico ed impervio) e la sconfitta dell’Isis potrà avvenire soltanto con il suo annientamento sul terreno, quindi con impiego di forze terrestri. Vedremo se i Russi manderanno i loro carri armati ed i veterani della Cecenia, esperti in combattimenti urbani. Una cosa è certa: la Russia mostra i muscoli ed avverte che i tempi di Eltsin sono lontani.
Questo enorme putiferio, compresa una gigantesca emergenza umanitaria di milioni di siriani che cercano di arrivare in Europa (con Istanbul che “ospita” il commercio di passaporti falsi ed il trasporto su gommone in Grecia), aggiungendosi ai profughi afgani ed iracheni, è figlia dell’unilateralismo (imperialismo) statunitense che ha preso piede dopo lo sfaldamento dell’U.R.S.S. Da lì in poi abbiamo assistito a venticinque anni di interventismo americano in barba al diritto internazionale e con l’ONU ridotta ad un ruolo comprimario. Il culmine del delirio unilaterale americano è stata l’invasione dell’Iraq nel 2003, “Operation Iraqi freedom”, ovvero “Operazione libertà in Iraq”, così era stata definita. La giustificazione per una tale aggressione ed il rovesciamento di un governo legittimo era quella di eliminare le armi di distruzione di massa possedute, a detta dell’intelligence americana, da Saddam Hussein ed “esportare” la democrazia in Iraq… Gli Americani, col dente avvelenato contro Saddam che aveva osato vendere il proprio petrolio in Euro e non più in dollari, appoggiati politicamente dai loro alleati storici britannici (UK, Canada ed Australia), Israele, Stati satelliti europei (tra cui ovviamente l’Italia), Turchia ed alcuni paesi arabi tra i meno democratici al mondo (Arabia Saudita in testa), invadono ed occupano rapidamente l’Iraq, un paese oramai militarmente inoffensivo a causa di un ferreo embargo decennale. Saddam, fatto prigioniero dagli Americani, viene consegnato agli Sciiti, processato ed impiccato.
Ma quella che avrebbe dovuto essere una campagna breve ed efficace, si è in realtà trasformata in uno dei conflitti più sanguinosi del secolo, con un numero enorme di morti. Secondo le stime più recenti pubblicate in un articolo su Plos Medicine, nei nove anni di conflitto, dal 2003 al 2011, circa 500.000 iracheni hanno perso la vita, con oltre il 60% delle vittime uccise negli scontri armati, e il rimanente 30-40% morto per cause indirette dovute al collasso delle infrastrutture mediche e sociali. Lo studio, guidato dal team di Amy Hagopian dell’Università di Washignton negli Stati Uniti, ha coinvolto diversi centri nord americani, insieme all’Università Mustansiriya di Bagdad e al Ministero della salute iracheno. Le armi di distruzione di massa si riveleranno una colossale balla inventata dagli Americani per impaurire le opinioni pubbliche occidentali (ci hanno riprovato, di nuovo, in Siria accusando Assad di aver usato armi chimiche, invece, impiegate dall’Isis), rincretinite da una costante disinformazione mediatica, e convincerle che i paesi “democratici”, sotto la guida dello zio Sam, hanno il diritto superiore di esportare il “progresso” ed imporre il proprio modello di governo a suon di bombe… Il popolo iracheno ha patito lutti e sofferenze indicibili, milioni i profughi fuggiti e l’Iraq oramai esiste solo sulle carte geografiche. La componente sunnita dell’esercito iracheno, per reazione ed odio verso gli occidentali, ora combatte per il Califfato.
La signora Hillary Clinton è il più fulgido esempio di invasata “esportatrice” di democrazia e guerrafondaia (in allegra sintonia con il senatore John McCain), minacciando Russia e Cina di “gravi conseguenze” se non si allineano alla politica estera americana e dimostrando come gli USA siano un reale pericolo per la pace mondiale e l’autodeterminazione dei popoli, che governino democratici o repubblicani.

Paradossalmente (o forse no) un ex agente del KGB è oggi il baluardo delle prerogative del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, delle decisioni consensuali, della concordia tra i popoli, dellla cooperazione internazionale, dell’autodeterminazione, del rispetto delle regole del diritto internazionale, della lotta al terrorismo di matrice islamica.

In questo scenario geo-politico il livello degli interventi dei politici italiani ci riportano alle miserie nostrane, anche perché l’Italia non solo non conta una mazza sullo scacchiere internazionale, essendo il più suddito dei paesi sudditi degli USA, ma la sua storica ambiguità (vedasi 8 settembre 1943) oramai ci contraddistingue, davanti al mondo, come inaffidabili e pusillanimi, in generale delle banderuole.

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Marzo 2010: il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, onora il presidente siriano, Bashar al Assad, della più alta onorificenza del nostro paese «Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran cordone al merito della Repubblica italiana».

D’altre parte siamo l’unica nazione al mondo che acconsente, da anni, alla detenzione illegale di due suoi militari da parte dell’India. Oramai capisco appieno la lungimiranza dei padri costituenti quando scrissero l’articolo 11 della Costituzione Italiana: L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. Sono 25 anni che questo articolo viene violato, prima con la truffa della semantica delle missioni di “pace”, ed ora apertamente visto che l’opinione si è assuefatta alla guerra “preventiva” contro il terrorismo. La stessa permanenza nella NATO è una violazione dell’art. 11, visto che da alleanza difensiva si è trasformata in strumento di offesa ed aggressione.
L’Italia, purtroppo, ha perso ogni dignità con la sconfitta nella seconda guerra mondiale, ma per i suoi interessi strategici, economici ed energetici dovrebbe, di corsa, uscire dalla NATO e proclamarsi stato neutrale, dotarsi di un esercito meramente difensivo (semmai con il ripristino della Leva) su modello svizzero, ed iniziare amichevoli programmi di cooperazione e partnership con le nazioni che si affacciano sul Mediterraneo, con la Russia e la Cina che rappresentano mercati dalle enormi potenzialità per le nostre produzioni. Ed, invece, perseveriamo tra le file delle truppe cammellate degli Americani.