Riprendiamoci la città!

In questa primavera 2016, con le lezioni comunali in alcune grandi città, si gioca una partita decisiva per il MoVimento e quindi per l’Italia. Questo sembrano averlo capito tutti, soprattutto i nostri avversari politici, ad eccezione di alcune realtà del MoVimento stesso. Mi riferisco in particolare allo sfaldamento interno che si sta verificando qui da noi in certe zone della Toscana (ma il problema si è già presentato altrove e si ripresenterà), alle polemiche personalistiche, alla gara, consentitemi l’espressione volgare e livornese, a chi ce l’ha più lungo… Ognuno rimprovera all’altro la mancata osservanza di principi fondamentali, il loro tradimento, il voler usare il MoVimento come personale trampolino di lancio politico o anche semplicemente professionale, cioè per ricoprire posizioni di prestigio e ben remunerate. Dall’altra parte, ovunque dove il MoVimento già governa, siamo sotto assedio: Livorno, Quarto, Bagheria… e non credo che questo dipenda – almeno significativamente – dalla qualità dell’amministrazione rispetto a città di cui si parla meno, come Parma o Pomezia. Direi che questo dipende più dalla capacità di resistenza dei poteri consolidati.

Loro hanno tutto dalla loro parte, noi possiamo avere solo noi stessi e i cittadini. Loro hanno dalla loro parte l’Europa, le banche, le vecchie dinastie industriali parassitarie come gli Agnelli, il Vaticano e la sua incultura tribale, la mafia e la corruzione, le lobby del gioco d’azzardo, dell’editoria e via dicendo, l’evasione fiscale, il consociativismo targato Dc e Pci, oggi sedicente Pd, che ha paralizzato l’economia e si appresta a devastare il patrimonio naturale e architettonico che ci contraddistingue nel mondo. E noi cosa facciamo? Per quello che posso capire io, dal mio osservatorio teutonico di emigrato, ci stiamo chiudendo a riccio anche nei confronti dei cittadini e ci lasciamo deviare dalla polemica quotidiana orchestrata dalla stampa di regime, oltre che, come ho già detto, farci la guerra come piccoli vassalli arroccati ognuno nel suo castelletto. Non tutto è così, questo è chiaro, ma estremizzo per evidenziare un pericolo e per ricordare a tutti quali sono i nostri compiti. E questo, ci tengo a precisarlo, dalla mia posizione di “nessuno”, di uno senza un ruolo e senza potere, ma che solamente cerca di avere la sua forza nell’argomentare.

Ed è proprio questo che innanzitutto vorrei richiamare a chi si sente parte del MoVimento. Nel nostro compito storico – per come la vedo io – di ridare dignità alla vita del Cittadino e alla nozione di Cittadinanza, rientra innanzitutto la capacità di analisi della realtà e di argomentazione. Lo so, questo può sembrare forse il titolo di un tema di educazione civica per le medie, ma non lo è – o forse sì, e proprio da qui dobbiamo ricominciare. Sto parlando, per dirla in termini più consueti, del ruolo della conoscenza, dell’informazione e della capacità di giudizio reale del cittadino. Una lunga frequentazione delle cose di filosofia, quella disciplina in cui ci si pongono domande su cosa siano “la realtà”, “la verità” o “la persona”, mi ha portato a credere che non esista una realtà ultima indubitabile, il fatto nudo e crudo e inequivocabile. Chi dice di affermare la realtà come fatto, spesso camuffa la sua opinione in questo modo e vuole spacciarla per assoluta. Credo piuttosto che esistano molteplici modi di guardare alla realtà e che dietro a ogni conoscenza ci sia un forte interesse. Il punto NON è raggiungere una “conoscenza disinteressata”, ma parlare in nome di un interesse qualificante e appropriato alla situazione. Quando noi parliamo nell’interesse dei cittadini e cerchiamo di portarne avanti le istanze, di essere dei portavoce – espressione stupenda! – facciamo proprio questo.

Ora, questo atteggiamento, che ogni attivista dovrebbe far suo, non deve restare prerogativa di chi fa parte del MoVimento, ma deve diventare un costume diffuso per una Cittadinanza consapevole. Chi fa parte del MoVimento è per così dire l’avamposto, ma in ultima istanza il suo ruolo è quello di un intermediario provvisorio, che deve essere destinato a scomparire come ruolo separato. Non sono i cittadini a dover diventare dei 5 Stelle, ma sono i 5 Stelle a dover scomparire nei cittadini. La mia impressione è che questo in alcuni casi non stia avvenendo e si stia invece assumendo il ruolo dei robin hood, quello cioè di autoreferenziali paladini del popolo. Certe comunicazioni su iniziative dei portavoce sembrano spesso voler significare: guardate quanto siamo bravi a difendere i vostri diritti, noi sì, mica loro! La mia impressione è che così si contribuisca a creare dei tifosi e non dei cittadini consapevoli. E’ giusto sì sottolineare le proprie iniziative e far sapere come il MoVimento si muove, ma occorre anche non dimenticare quale è la posta in gioco.

La posta in gioco è istituire e potenziare gli strumenti di conoscenza della realtà e di autogoverno dei cittadini. Di Maio ha detto una volta: “Noi vogliamo entrare nelle istituzioni per restituirvele!” e non per far vedere come sono bravi i 5 Stelle a governare. Nessuno ha la scienza infusa, i 5 Stelle fanno la differenza perché hanno capito questo e sanno che solo in costante dialogo con i cittadini, solo attingendo al loro sapere quotidiano e alle loro capacità è possibile sviluppare una conoscenza effettiva della realtà cittadina. Non è più – o non solo ormai – un problema di democraticità, di essere cioè più o meno accondiscendenti verso “il popolo”, è un problema di capacità effettiva di conoscenza del tessuto urbano che impone il rapporto di comunicazione costante tra chi amministra e chi gestisce la propria quotidianità di cittadino. L’amministratore deve imparare a far uso del sapere diffuso nella città e fra i suoi cittadini.

Esistono certo altri problemi che richiedono capacità specifiche di intervento e decisione, come nell’ordine pubblico contro il degrado di certi quartieri e la criminalità, o le competenze specifiche legate alla manutenzione del patrimonio pubblico. Ma non dobbiamo confondere queste competenze tecniche con il sapere politico proprio di chi amministra una città. Non esiste un modello assoluto e buono di governare una città, e l’efficienza dei servizi o la capacità di intervento tempestivo sono un dovere piuttosto che un merito. Quello che a mio parere resta fondamentale è l’idea che la città meglio governata è quella in cui il maggior numero di cittadini ha voce in capitolo, dove il singolo o la piccola comunità possono esprimere ciò che sanno o di cui hanno bisogno, e possono a loro volta essere introdotti in un processo più ampio di conoscenza e di comunicazione. Chi vive la realtà quotidiana di una città – e non gode dei privilegi che gli consentono di ignorarla – deve diventare da “sfigato” a protagonista. Solo chi ha più bisogno di cure e ha pochi soldi, sa come funziona la sanità pubblica. Solo chi frequenta la scuola pubblica e vive – consapevolmente o meno – nell’aspettativa di crearsi un futuro, sa quali sono le sue magagne amministrative, le arretratezze culturali e gli ostacoli a un positivo ingresso nel mondo. Solo chi non ha il jet personale o il fuoristrada falciapassanti, sa cosa significa circolare per le strade intasate e girare delle ore per un parcheggio. E gli esempi potrebbero continuare all’infinito.

Quello che voglio dire è che NON si tratta solo di far vedere che i 5 Stelle sanno fare meglio e che alle prossime elezioni è ancora il caso di votarli. Si tratta invece di far vedere che con i 5 Stelle i cittadini finalmente si riprendono in mano la città, hanno voce in capitolo sulle decisioni, hanno i canali di comunicazione fino ai centri decisionali, condividono scelte e pongono opzioni, e vivaddio imparano loro stessi a obbedire alle regole che si danno. Se tutto questo non succederà, il MoVimento non avrà fatto la differenza, non sarà stato un vero elemento di progresso culturale e politico, e la maggior parte dei cittadini resteranno gli sfigati che erano, perché quelle tante capacità ed esperienze che fanno la loro quotidianità resteranno inespresse, mute e sorde, motivo di frustrazione e non di arricchimento personale e collettivo. E allora non avrà perso solo il MoVimento, avremo perso tutti un’altra possibilità di vivere una vita più degna. E resteranno solo le macerie.