Quando cittadino fa rima con bambino

Il presente è ormai da tempo la dimensione dominante della nostra vita. La lettura dei giornali ci aggiorna – entrambe le parole hanno la stessa radice: il diurno, il solare – sui fatti accaduti, anzi possiamo ormai dire sui fatti mentre accadono. Questa attenzione al presente ci è così connaturata che rimane irriflessa, spontanea e ci sembra del tutto ovvio non aver altro a cui pensare che a quello che sta accadendo. Già il rapporto con “ieri” richiede una certa “memoria”, la capacità di staccarsi dal presente “adesso” per osservarlo alla luce o in rapporto con l’ “adesso” accaduto ieri. L’appello alla memoria diventa così un monito del tipo: “noi non dimentichiamo!”, sappiamo cosa è accaduto un giorno, un anno o dieci anni fa. Più difficile sembra semmai il rapporto con il futuro e la nostra capacità di previsione, con ciò che accadrà domani. Anche il futuro può diventare un monito, quando ad esempio si pensa al numero di abitanti sulla terra nel 2050, si dice 10 miliardi, e alle conseguenze sul problema della alimentazione di una tale massa; oppure quando si cerca di calcolare il tempo di realizzazione dell’effetto serra sul pianeta. In entrambe i casi comunque passato e futuro sono in funzione del presente, ci dicono su che cosa dovremmo riflettere per intervenire nella nostra situazione presente.

Chiediamoci: con quali risultati? Scarsi, si direbbe. Il più delle volte sono “gli altri” che non vogliono vedere passato e futuro, che sono irresponsabili e si lasciano dettare l’agenda dalle urgenze immediate del presente. Chi però vive, o sembra vivere, solo nel presente può a sua giustificazione dire che “non c’è tempo” per perdersi in riflessioni, che l’urgenza della situazione non consente tentennamenti, che solo “ora” esiste e questo ora richiede “decisione”. Questa parola altisonante e carica di pathos, così come le espressioni tipo “fare delle scelte” e “intervenire concretamente”, rilevano il tratto caratteristico di chi vive nel presente: l’azione. L’uomo d’azione, nel caso del politico chi governa, è un uomo che trasforma la realtà, che la plasma secondo la sua volontà, che sa ben calcolare i mezzi per raggiungere un fine. Quando però gli scopi della sua azione non sono il frutto di una sua riflessione, di un suo disegno, ma gli sono dati dalla “realtà”, più che un uomo d’azione dovremmo forse definirlo un manipolatore.

Manipolazione – anche, ma non solo mediatica – della realtà e assenza di passato e di prospettiva, sono i caratteri esistenziali dell’uomo postmoderno, del disincanto divenuto strumento di successo. Queste mie affermazioni un po’ ridondanti e forse troppo “filosofiche” vogliono solo catturare concettualmente una esperienza condivisa dalla maggior parte di noi negli ultimi 30 anni. Se questa diagnosi coglie nel segno, è comprensibile il disagio che viviamo oggi, e questo disagio deve farci riflettere sulle possibilità che abbiamo di invertire questa tendenza.

C’è da dire che la prima inversione da fare è forse la più difficile ed è cioè quella di pensarsi in collettivo. Di una dimensione “collettiva” autentica sappiamo ormai molto poco. I partiti non sono più portatori di una visione del mondo e di una nuova umanità, bensì comitati d’affari malavitosi e rappresentanti di lobby. La famiglia, sia essa intesa nella forma più ampia, è pur sempre una dimensione personale di rapporto, io e tu – o anche se vogliamo un terzo, un quarto… lui e/o lei – nella quale la personalità o il cosiddetto carattere giocano un ruolo dominante. Il passaggio fondamentale da capire è invece che per raggiungere e apportare una trasformazione alla dimensione pocanzi delineata dobbiamo passare a considerare il rapporto del singolo con le cose e più in generale con il mondo, in altre parole vederlo come cittadino. Se consideriamo il singolo come cittadino, il singolo tra le cose e nel mondo, ecco che abbiamo il modo adeguato di affrontare il suo rapporto con gli altri, la sua dimensione collettiva.

A ben vedere, infatti, l’uomo postmoderno, il cinico di successo, non solo si è venduto l’anima, ma è anche solo. È sì il più delle volte circondato da persone, ma in quanto non persegue scopi che gli siano veramente propri, non ha neppure qualcosa di proprio da condividere con gli altri, non ha un motivo per condividere qualcosa con gli altri. Il cittadino invece ha un mondo da condividere o sarebbe meglio dire una infinità di mondi: il mondo della salute e dell’alimentazione, del gioco allegro o spericolato, della natura, dell’impegno civile, della letteratura e in generale dell’arte… a ben vedere il passo spesso faticoso per “trovare” gli altri è solo la scoperta di una dimensione in cui eravamo già, solo che adesso si tratta di viverla positivamente. In questa dimensione “mondana” e civile ritrovano poi anche le relazioni più individuali e magari “intime” il loro giusto peso, e l’altro non è più “tutto per me” – comunque si ponga l’accento – dal momento che questo “essere-tutto” è un mio compito come cittadino e non una responsabilità o un peso da scaricare sulla coscienza di altri.

E’ all’interno di questa dimensione correlata al mondo e collettiva che capiamo l’importanza del tempo, perché è per suo tramite che quei due momenti diventano progetto o in termini più strettamente politici programma. E’ in questa dimensione che ha senso conoscere il passato e cercare di capire cosa ci riserva il futuro, solo se abbiamo un mondo da condividere insieme. Allora forse troveremmo che il passato non è solo un fatto accaduto che dobbiamo sforzarci di non dimenticare, che dobbiamo aver sempre presente nella memoria, bensì qualcosa che viveva già inconsapevolmente dentro di noi. Una esperienza intensamente vissuta, un evento drammatico o felice, una soluzione imprevista e fortunata… questo ed altro troviamo nelle esperienze passate di altri uomini uniti in un progetto o anche disperatamente soli e abbandonati a se stessi. Il passato ci offre allora situazioni paradigmatiche già vissute da altre persone, situazioni con le quali è possibile dialogare, capirle e capirsi, per trarre da questa esperienza lumi per la nostra condotta nel presente. Un presente che non risulta più esaurito nell’immediato, stabilito nel successo del momento e volutamente ignaro delle conseguenze, semmai un presente che già si proietta nel domani, che anzi solo domani troverà i suoi momenti di verifica o di smentita.

Per usare un’altra parola evocativa, questo presente aperto al passato e al futuro diventa fare veramente esperienza di qualcosa o anche sperimentarsi nella vita. Affrontare la vita come un gioco come fa l’artista con la propria arte, anche se questo potrebbe dar luogo a un senso troppo “estetizzante” e fuorviante. Diciamo forse che sarebbe qualcosa di simile a un tornare bambini, ma da adulti, imparare a giocare con la realtà con la massima serietà perché sappiamo che ne va della nostra vita, cosa che un bambino non sa. E forse non c’è modo migliore di diventare adulti che quello di poter restare ancora bambini.