Per una nuova nozione di Cittadinanza. Interiorità, tecnica e gli orizzonti del simbolico

Queste riflessioni, né brevi né semplici, non hanno lo scopo di offrire informazioni o strategie politiche nuove al MoVimento. Si tratta di riflessioni personali che cercano di radicare una determinata scelta politica in uno specifico contesto storico e culturale. Il compenso per la fatica del lettore è forse riuscire a veder convergere fenomeni tra i più diversi e disparati in una prospettiva unitaria. Si tratta in altre parole di vedere il proprio operare politico come singoli all’interno di una tendenza storica più ampia. Quando da ragazzo, negli anni ’70, leggevo i volantini dell’estrema sinistra, di cui facevo parte, ti dimostravano la necessità di uno sciopero a scuola per la carta igienica a partire dalle contraddizioni del “Capitale” mondiale e dei “rapporti di forza” tra le classi. Forse qualcosa di quel delirio mi è rimasto ancora.

Per formulare la mia ipotesi di un nuovo status del concetto di cittadinanza, che integri e superi la sua visione come portatore di diritti e doveri o quella che vede nel singolo il soggetto di bisogni o peggio ancora del semplice ‘consumatore’, è necessario partire da alcune considerazioni di carattere generale. Vorrei muovere da due caratteristiche molto generali dello sviluppo storico degli ultimi secoli, ovvero a partire dal risorgere della Civiltà Urbana in Europa nel tardo medioevo: l’orizzonte dell’attività umana si è reso sempre più indipendente e si presenta oggi sempre più oggettivato. La prima caratteristica si manifesta, da una parte, attraverso lo sviluppo della scienza a partire da Galilei (la matematizzazione dei fenomeni naturali e il loro impiego nel lavoro) e della concomitante capacità di controllo e previsione degli eventi naturali, e dall’altra, con la crescita di importanza del ruolo delle istituzioni politiche, prima con la formazione degli stati nazionali fino all’800 e poi con istituzioni internazionali nel 900 come l’Onu e l’Ue. Connaturato a questa caratteristica è il fatto che al di fuori del mondo umano, cioè nella natura, e al suo interno, cioè nella società, cresca la quantità dei mezzi che devono garantire questa indipendenza o capacità di autodeterminazione.

Dal momento però che questo controllo, e questa è la seconda caratteristica, si tecnicizza e si burocratizza sempre più, cresce anche la sua obiettivazione, il suo incorporarsi in mezzi e funzioni professionali. Questa seconda caratteristica porta con sé la tendenza o forse la necessità da parte dell’uomo di applicare a se stesso quei mezzi di controllo del mondo naturale e sociale che dovrebbero garantire la sua indipendenza e sicurezza. Tutto rimanda all’uomo ma non per questo il tutto si umanizza, anzi, perché l’uomo contemporaneamente fa di sé sempre più un oggetto e una funzione. In questo modo si afferma la tendenza alla tecnicizzazione e burocratizzazione di quella autoreferenzialità.

Quello a cui mi riferisco con questa espressione apparentemente astrusa è il fatto che ciò che l’individuo avverte come impersonale e alienante, e per questo per una certa visione anche ‘innaturale’, è un elemento necessario e direi addirittura positivo del convivere. L’individuo esperimenta e deve imparare per suo tramite ad avere a che fare con il sapere oggettivo, un che di sovraindividuale e neutro. Come vedremo più avanti, istituzioni educative e ricreative, mezzi di comunicazione di massa e in generale la fruizione così come l’impiego del terziario, sono tutti elementi di questa obiettivata autorefenzialità di fronte ai quali il singolo impara a trascendere la propria egoisticità o il proprio connaturato arbitrio.

Con queste considerazioni siamo già all’interno di un altro fattore decisivo, il ruolo del lavoro e dei suoi cambiamenti in rapporto all’uomo. Se le caratteristiche prima menzionate hanno un tratto fortemente cultuale e perciò variabile, e possono ridursi fino ai minimi termini, come ad esempio nella civiltà medioevale la capacità di controllo dei fenomeni naturali viene ridotta alle disposizioni individuali, il lavoro resta una costante fondamentale proprio per il suo stretto rapporto con la riproduzione organica dell’uomo come specie. Se in una civiltà questa costante fondamentale viene in qualche modo intaccata, allora l’equilibrio tra dimensione animale e dimensione culturale nell’uomo si sposta fortemente in direzione della prima e l’uomo si ‘imbestia’. In questo caso l’aspettativa di un comportamento ‘razionale’ da parte sua si riduce in modo estremo. La povertà materiale produce barbarie.

Se invece una civiltà è ancora in grado di adempiere a questa costante, se l’uomo vive in una società che gli garantisce almeno la sopravvivenza, allora è venuto il momento di riflettere anche su altri fattori meno ‘materiali’ della sua esistenza, mi riferisco in particola alla sua realtà psichica. Questo non vuol dire naturalmente che chi è povero non abbia una psiche. Vuol dire piuttosto che le condizioni per un adeguato rapporto con la propria psiche si pongo solo quando altre condizioni più fondamentali sono state risolte. Chi deve combattere ogni giorno letteralmente per la sopravvivenza fisica, nelle periferie e nei ghetti delle grandi metropoli così come nei paesi del cosiddetto terzo mondo, è semmai sopraffatto dalla propria psiche e non è in grado per lo più di avere un comportamento cosciente di sé.

Vediamo dunque quale rapporto possa stabilirsi tra le caratteristiche prima evidenziate, la tendenza alla obiettivazione dell’autorefenzialità, e la vita psichica. La vita psichica non è fatta solo di sentimenti più o meno controllabili o di manifestazioni patologiche. La vita psichica ingloba e presiede anche a ogni comportamento considerato normale senza per questo ridursi a questo. La vita psichica non si riduce alla nostra coscienza né alla consapevolezza che ne abbiamo. La vita psichica è innanzitutto proprio ciò che risiede in noi come un che di intimo e che ci condiziona giornalmente ma di cui NON abbiamo innanzitutto consapevolezza. Da qui il suo stretto rapporto con il cosiddetto inconscio. Se siamo disposti ad ammettere che in noi ci sono ‘cose’ che influenzano il nostro comportamento e i nostri sentimenti, i nostri pensieri e le nostre fantasie, senza che ne siamo consapevoli, allora abbiamo già riconosciuto l’esistenza di una vita psichica in noi.

E’ importante sottolineare che si tratta di VITA, qualcosa che si organizza e si trasforma anche secondo propri principi. La descritta esteriorizzazione della vita umana, che come ho cercato di indicare significa non solo essere rivolti verso l’esterno ma anche esteriorizzare l’interno, lascia supporre che si verifichi un forte contraccolpo nell’intimo inconscio. Questa sorta di contraccolpo è proprio ciò a cui ci si riferisce quando si parla di carattere ‘compensatorio’ dell’inconscio. E qui non si tratta solo di una reazione meccanica contrapposta, ma di un costante tentativo da parte dell’inconscio, ovvero ciò che non è controllato dalla nostra volontà o coscienza, di riequilibrare gli eventuali scompensi energetici prodotti dalla nostra attività e vita consapevole.

I più noti fenomeni di riequilibrio sono il sonno e la vita onirica, ma adesso qui mi interessa considerare le manifestazioni della vita desta e nel suo rapporto con la vita immaginativa. È infatti la fantasia l’elemento con cui l’inconscio opera sulla nostra psiche in senso compensatorio o autoregolante. La definizione tradizionale dell’immaginazione come ‘facoltà di produrre rappresentazioni in assenza degli oggetti corrispondenti’ ci dice già quale sia la sua caratteristica: essa produce liberamente, cioè creativamente, immagini senza un necessario vincolo con la realtà. Quello che la psicologia ha aggiunto a questa definizione filosofica è che queste immagini sono o possono diventare sempre dei simboli, ovvero delle rappresentazioni che in qualche modo ci parlano o parlano di noi.

Nel contesto che ci interessa non vorrei innanzitutto considerare le manifestazioni simboliche come espressioni legate all’arte, quanto in quelle forme in cui la componente non intenzionale o involontaria è più forte e in cui la valenza compensatoria dell’inconscio si esprime in forma più pura e immediata. Queste simbologie compensatorie hanno la loro espressione più consolidata e tradizionale nelle religioni. Le religioni sono in questo senso sempre una risposta della componente inconscia della psiche finalizzata al riequilibrio della vita cosciente del singolo e dei gruppi. Si può dire che una religione è viva fintantoché intrattiene con l’inconscio un rapporto compensatorio e produce equilibrio psichico. I suoi simboli parlano all’animo del singolo, ne tengono desta la partecipazione alla vita.

Parlare di equilibro psichico non deve essere inteso come un ‘trovare la calma’ o ‘accettazione’ nel mondo. Significa piuttosto avere la forza di seguire i propri impulsi e trovare la forza per affrontare, se è il caso, situazioni difficili o tra le più insolite. I credenti del cristianesimo originario manifestarono nel martirio la forza della loro fede, qui intesa come la vitalità dei propri simboli e loro capacità di dare senso al loro agire. Altri cristiani cercarono nei secoli successivi nella fuga dalla città e il rifugio nel deserto le ragioni della loro fede e poi nei monasteri e nella vita monacali. Questi nuovi modelli di vita sorsero proprio dalla capacità di dialogo con la propria simbologia inconscia, furono risposte consapevoli all’effetto compensatorio dell’inconscio.

I fenomeni religiosi non vanno solo considerati nel loro sviluppo storico o secondo le diverse tradizioni che li caratterizzano, come monoteiste o politeiste, occidentali o orientali, ecc. Le religioni, ma più in generale, le manifestazioni simboliche inconsce vanno considerate anche per il loro rapporto con il presente perché è in questo rapporto che organizzano il loro specifico significato psichico. Nel caso del cristianesimo era appunto la crisi della civiltà imperiale e dell’urbanità a determinare certe risposte nei singoli. Adesso è ormai un diventato un luogo comune che, almeno in occidente, le religioni abbiano sempre meno peso nella vita odierna, che cioè la loro carica simbolica si sia esaurita. La nostra precedente analisi dell’odierno sembrerebbe dare le ragioni di questo evento: l’uomo vivrebbe ormai così tanto nel suo ‘fuori’, e in un ‘fuori’ razionalizzato e demitizzato, che ogni pulsione simbolica andrebbe irrimediabilmente esaurendosi. La vita prosaica, anonima e materialistica dominerebbe sullo ‘spirito’ e su ogni aspirazione religiosa o anche solo ideale.

La mia impressione è che, se si riflette sulle considerazioni fin qui fatte, niente di tutto questo è vero. Certo, la religione vecchio stile ci è lontana, le sue confessioni e istituzioni hanno sempre meno di sacro e di ultramondano. Oppure assistiamo a una recrudescenza di fanatismo religioso in risposta a problemi geopolitici che fanno pensare che un ritorno a un’epoca premoderna, quella delle guerre di religione, sia ancora possibile. Questo confermerebbe in negativo che meno ci occupiamo di psiche e di immaginario e meglio è. Non è in fondo ogni religione una superstizione? Queste considerazioni, a mio giudizio, non centrano un punto fondamentale: ignorano l’origine di ogni religione e ignorano che questa origine, la vita psichica per così dire al naturale, è un elemento propulsivo della vita individuale anche al di là della fine delle confessioni tradizionali e anche quando le circostanze storiche siano le più difficili. In altre parole occorre vedere quale sia per noi oggi una possibile risposta simbolica positiva in rapporto alla nostra realtà. Per far questo dobbiamo considerare un ultimo punto della nostra analisi in riferimento al lavoro e alla vita sociale.

Si tratta di capire brevemente quali modificazioni tecniche siano intervenute nel lavoro. E’ una considerazione di tradizione marxista quella che sottolinea il senso politico e culturale delle modificazioni che intervengono nel processo produttivo. Per questo mi riferisco soprattutto al contributo di Antonio Negri e alla sua opera di inizio millennio “Impero”. In generale la tradizione che fa appello a questo autore, il cosiddetto “operaismo”, distingue tre fasi nella modificazione della forza lavoro: operaio di mestiere, operaio massa e operaio sociale.

Il primo lavoratore è in pratica l’artigiano medievale inserito in una fabbrica con macchine a vapore prima e elettriche poi, che ancora ha una visione d’insieme del processo produttivo, è l’operaio che sa come lavorare, che ha una competenza specifica. E’ l’operaio artefice della Rivoluzione russa, che ha il controllo cognitivo del processo produttivo e vuole anche quello politico e sociale attraverso i Soviet. E’ l’operaio della prima tradizione sindacale e dei partiti di sinistra tra 800 e 900. La macchina non incorpora sapere, la macchina è energia non umana messa al servizio del processo produttivo.

Poi viene l’operaio massa frutto della fabbrica fordista, della catena di montaggio. L’operaio è una macchina tra le macchine, la competenza dell’operaio di mestiere è stata spezzettata e incorporata nel processo che viene adesso meccanizzato, velocizzato e controllato dall’alto. Questo operaio si riconosce ancora nelle avanguardie politiche tradizionali ma in cambio del suo sfruttamento chiede più servizi, più garanzie sul lavoro, più tempo libero. Da noi in Italia questo fenomeno si afferma con estremo ritardo, nell’epoca del boom economico del dopoguerra. In Europa e in America questa trasformazione mostra le sue implicazioni sociali già nel periodo fra le due guerre e dà il via allo stato sociale keynesiano come risposta politica alternativa al socialismo reale – che in realtà sono omogenei nel perseguire il produttivismo.

L’operaio sociale, corrispondente alla nostra situazione attuale, è quello che vede sostanzialmente due passaggi. Il primo ha le sue premesse nella precedente fase in cui la società intera viene investita nel processo cosiddetto di “accumulazione capitalistica”. Se il ‘compenso’ della sfruttamento di fabbrica sono i servizi della società, adesso è l’intera società che concorre alla produzione di ricchezza cosicché anche la distinzione tra produzione di beni e riproduzione della forza lavoro viene meno. L’intera società è messa in produzione con la conseguenza che il cosiddetto terziario, i servizi, diventano il principale settore produttivo. Il mercato diventa centrale, i bisogni che lo alimentano sono adesso costitutivi per l’identità sociale e non le ore di lavoro trascorse in fabbrica. La società intera, le relazioni interpersonali, gli elementi culturali e simbolici acquistano valore politico. La qualità della vita del cittadino diventa il centro e il soggetto di un progetto di trasformazione della società.

Al contempo, nella fabbrica e nella società stessa, si afferma la terza rivoluzione industriale con l’informatica. Questa consente una ulteriore semplificazione e velocizzazione dei processi produttivi con l’esclusione in massa di forza lavoro dalla fabbrica, la quale si trasforma in un centro robotizzato controllato dall’operaio tecnico e supervisore. La sua capacità specifica adesso non è più la mera prestazione fisica acefala, ma al contrario la capacità di controllo razionale e consapevole del processo produttivo automatizzato. Questo insieme a una tendenza del lavoro terziario esattamente contrapposta che vede nell’empatia umana, nella capacità di dialogo e di relazionarsi i suoi valori principali. Educazione di ogni ordine e grado, l’assistenza sociale, la ricreazione come intrattenimento e turismo, l’amministrazione pubblica e privata (enti pubblici, assicurazioni private), consulenza e razionalizzazione dei processi produttivi: tutti questi settori senza certi elementi ‘umani’ come conoscenza o emozione non vanno avanti. La competenza professionale non è più un fattore statico e a se stante, va sempre rinnovata e in più deve essere incorporata in un ‘atteggiamento’ umanamente ricco e positivo. Etica e lavoro si distinguono sempre meno.

Abbiamo sempre più a che fare dunque con una società che vive di sapere e di relazioni umane. Con questo abbiamo l’ultimo anello che mancava alle nostre considerazioni precedenti sull’obiettivazione dell’autoriferimento e il suo rapporto con la vita psichica. Se le caratteristiche dello sviluppo del lavoro che ho delineato sono corrette, vuol dire che nella nostra vita abbiamo sempre più a che fare con un mondo simbolico obiettivato che ci si impone da fuori, che riproduce caratteristiche ‘umane’, sapere ed emotività, su un piano generale e pretende da noi che ci adeguiamo e partecipiamo ad esse. Il mondo del simbolo, che abbiamo caratterizzato come specifico della vita psichica, ci si ripresenta all’esterno come motore della stessa società e della realtà. Il simbolo, l’immagine che ci coinvolge e ci guida nel cuore e nella mente, lavora anche, produce ricchezza e relazioni umane.

Se questo è vero, se questa è la realtà, quale possibile reazione individuale possiamo aspettarci? Al momento sembra legittimo poter dire che tutto possiamo aspettarci tranne una ‘umanizzazione’ della società e della realtà, semmai un potenziamento delle occasioni di conflitto e di distruzione. Si pensi ad esempio all’influenza dei mercati finanziari sulla società reale: se questa influenza si esercita in maniera ferrea e implacabile e le sue ‘bolle’ portano alla distruzione economica di interi continenti, le operazioni condotte dagli operatori sono legate a elementi impalpabili e ‘psicologici’ come la prudenza o il suo contrario l’avventatezza, il rischio calcolato o l’improvvisazione. Non a caso si parla anche di ‘umori’ dei mercati. Chi opera in questi settori opera come individuo ma produce conseguenze reali enormi.

Ma torniamo al discorso generale sulle possibili risposte della psiche individuale a una realtà sempre più simbolizzata. La prima possibile risposta mi sembra sotto gli occhi di tutti: è il generale istupidimento o la patologia psichica. L’individuo reagisce in modo banalmente reattivo, rifiuta in se stesso questa massa di simboli, fa orecchi da mercante per così dire, e fa di se stesso una macchina: mangia come una macchina e diventa obeso, fa sport come una macchina e diventa un muscolo, lavora come una macchina in circostanze in cui gli sarebbero richieste competenza e sensibilità; si relaziona come una macchina, fa e subisce mobbing ignorando i sentimenti propri o altrui; fa sesso o abusa sessualmente come una macchina a destra e a sinistra senza distinzioni di età, cultura, sentimenti; compra come una macchina e si sommerge di elettrodomestici inutili, vacanze esotiche, avventure e pericoli organizzati dall’agenzia turistica.

Questo dovrebbe condurci a negare la nostra vita psichica e simbolica? Direi proprio di no, non fosse altro perché adesso essa è il modo in cui la realtà stessa è organizzata e vive. Dobbiamo vivere psicologicamente, cioè dialogando con il nostro inconscio, non tanto per amore del mistero e della ‘spiritualità’, per sentimentalismo o per debolezza, ma proprio perché è diventato il modo più realistico di affrontare la realtà! Se questa è la realtà dobbiamo però imparare anche a gettare uno sguardo su di noi in modo nuovo perché forse anche noi nel frattempo siamo cambiati e questo mondo psichico è molto meno ‘intimistico’ e ‘esclusivo’ di quanto sembri o sembrasse prima. Nella nostra vita psichica, che ciascuno di noi può e deve sempre dire propria ed esclusiva almeno finché ha senso dire ‘Io’, si agitano visioni e problemi sempre meno personalistici o individuali.

Dobbiamo forse riconoscere che la socializzazione ed esteriorizzazione dell’autoriferimento ha luogo non solo fuori di noi ma anche in noi. Il problema dell’educazione dei bambini è collettivo non solo per il fatto che esistono – o dovrebbero esistere – strutture esterne deputate a questo, ma è socializzato anche perché i criteri dell’educazione sono sempre più tema di decisioni e discussioni collettive, nelle quali ciascuno di noi porta le sue esperienze individuali e il suo proprio modo di affrontare l’infanzia. A ben vedere sia l’operatore che il genitore operano secondo elementi originari psichici comuni che si sono formati nella sua infanzia e che rimandano al suo modo di averla vissuta. Lo stesso forse si potrebbe dire per gli anziani e per chi opera con loro o per i diversamente abili. La specifica competenza non viene per questo meno, essa è pero sostenuta e individualizzata dal portato psichico.

La prospettiva all’agire politico che queste riflessioni vorrebbero offrire è quella di una partecipazione e di una condivisione della vita pubblica a 360°, non tanto per filantropia o per amore dell’impegno per l’impegno, ma perché di fatto ormai singolo e collettività possono comunicare su un piano omogeneo che è appunto quello del simbolico così come esso vive in ciascuno di noi e come esso trova effettuazione nella realtà esterna. Il nome più appropriato per questa nuova prospettiva del singolo nella realtà è a mio avviso ancora quello di cittadino e cittadinanza (dalla parola città), della vita urbana condivisa e consapevole, della partecipazione al Comune fuori e dentro di noi, un Comune appunto tanto reale quanto simbolico, tanto ‘mio’ come ‘di tutti’. Questa nuova prospettiva dobbiamo ancora per il momento chiamarla strategia politica del MoVimento 5 Stelle in Italia, ma c’è da augurarsi che presto perda i suoi connotati di circostanza per diventare una istanza di rinascita civile universale, dove ciascun cittadino di questa terra sappia farla sua in modo unico e originale.