Per un nuovo Rinascimento

Questo slogan o appello è stato lanciato di recente da Alessandro Di Battista in uno dei suoi tanti incontri con la popolazione italiana. A giudicare dall’esito del referendum sulle trivelle, e prima di questo delle elezioni regionali di un anno fa, sembrerebbe il caso di pensare che gli italiani abbiano fatto loro un altro appello: Per un nuovo Imbarbarimento! Se ormai tutti pensano che “la politica è una cosa sporca…”, potevamo immaginare che almeno il nostro mare, in un paese che ne è letteralmente circondato, che il nostro mare fosse qualcosa a cui gli italiani tengono ancora… illusione vana. Né il mare, né la salute, e ancor meno la civiltà e la dignità sembrano essere una cosa per cui vale la pena, non dico di lottare, ma almeno di fare una croce su un foglio… L’appello di Di Battista mi sembra comunque da prendere sul serio, ha delle sue ragioni non meramente edificanti e retoriche o banalmente nazionalistiche.

Noi siamo stati in effetti la patria del Rinascimento e dell’Età Comunale. Siamo stati il primo paese europeo a riorganizzare in grande stile la civiltà urbana attorno a piccole città indipendenti fuori e contro la teocrazia imperiale e le varie monarchie dell’epoca. Non era più – solo – la fede che teneva uniti questi cittadini, non era il sangue nobiliare e neppure il valore cavalleresco. I cittadini dei Comuni erano tenuti insieme dal lavoro e dal benessere che ne derivava, erano tenuti insieme – o per meglio dire a debita distanza – dallo spirito di avventura e dalla spregiudicatezza che li portavano ad esplorare e a sfruttare nuove terre. Ma era soprattutto lo spirito di libertà e la scelta di vita cittadina a tenerli insieme, la fuga dal servaggio e dalla terra. Una scelta col tempo rivelatasi tutt’altro che facile da condividere, segnata da continui conflitti interni e sedizioni, che ha caratterizzato quest’epoca e poi ne ha decretato, come si legge dagli storiografi, l’inevitabile fine sotto la Signoria con il ritorno al comando di un uomo solo e della sua famiglia.

L’enorme sviluppo civile e culturale che siamo soliti collegare a questa epoca è sorto a mio avviso proprio da questa rivissuta libertà. La cultura in generale non è una cosa fatta perché i posteri possano ‘goderne’ nei musei o lasciarsene annoiare nelle scuole. Non è nemmeno fatta perché gli specialisti la incasellino in correnti e correntine per farla meglio entrare nei loro manuali ‘scientifici’. La cultura occidentale è la risposta più o meno riuscita e consapevole a mutamenti strutturali del vivere civile, tali da esigere una riconfigurazione dell’orizzonte simbolico umano necessario alla sua propria sopravvivenza. Non è retorica dire che la cultura è vita, perché dove non c’è cultura, c’è barbarie e morte. Occorrono degli esempi? Il cittadino dell’epoca Comunale doveva saper rispondere simbolicamente alla sua voluta condizione di libero, di non più servo e al sicuro, di non più protetto dal Dio Signore e Pastore. L’esito storico e politico finale di questa esperienza lo conosciamo: a fronte dell’insorgenza popolare per una maggiore e più radicale partecipazione politica, di cui la rivolta dei Ciompi a Firenze nella seconda metà del 300 è stata la più macroscopica manifestazione, sorgono i roghi, la signoria e la soggezione straniera secolare.

Bene, quando in questi giorni, ma in realtà ormai da tempo, si leggono sconfortate opinioni sullo spessore civile e culturale degli italiani e se ne seguono le diagnosi più o meno plausibili: dove c’è chi dà la colpa a Berlusconi, chi al suo peggiore discepolo BimboMinkia, chi alla generazione dei paninari e chi a quella dei sessantottini… bene in questo turbinio sento anch’io il bisogno di formulare una diagnosi dell’attuale stato degli italiani e addirittura una terapia. Il richiamo al Rinascimento, o secondo me all’epoca che gli ha dato vita, appunto l’epoca Comunale, ha il suo valore proprio perché la sua storia ci appartiene, è la nostra storia, quella che vediamo per fortuna ancora ad ogni angolo di strada, nei nostri libri di scuola e anche nelle celebrazioni e nei giochi che ancora facciamo periodicamente rivivere. Se c’è da capire cosa è andato storto in noi e ancora oggi ci condiziona, come mai siamo oggi così profondamente malati in fatto di cultura e di civiltà, dobbiamo proprio risalire a oltre 500 anni fa, all’ultima volta, salvo rare eccezioni, in cui siamo stati veramente liberi.

Dobbiamo risalire alle particolari condizioni che ci hanno costituito come cittadini e che poi sono state man mano tradite e svigorite. Mi riferisco proprio al lavoro e al rapporto che per suo tramite acquisiamo con la realtà, con noi stessi e gli altri. Il tutto non in vista di una riedizione di quell’epoca memorabile, ma per capire cosa nel nostro oggi sia ancora possibile di quel periodo. Da quell’epoca ci separano, dal punto di vista dei modi di produzione, l’industrializzazione e l’informatizzazione dei processi produttivi e, a mio giudizio, l’inversione del primato della produzione sul cosiddetto consumo. Assieme alla centralità del mercato rispetto alla produzione si è andata affermando negli ultimi decenni la centralità della società sull’economia e sul lavoro. La qualità della vita determina la lotta politica, non solo il salario e le garanzie di lavoro. Tutto questo determina una rinnovata centralità politica del cittadino e dei suoi stili di vita.

Anche noi cittadini del nuovo Millennio siamo in fuga da dottrine e sistemi di vita che non ci appartengono più. La società dei consumi di massa e l’imperialismo hanno segnato il secolo che abbiamo alle nostre spalle, mentre il disincanto e il neo liberismo, l’assenza di conoscenza e la guerra di tutti contro tutti, sono gli attuali numi infausti della nostra esistenza. La diffusa percezione della mancanza di senso, talmente diffusa da far dimenticare se stessa, il disinteresse cronico per ciò che è pubblico e comune, la stessa mancanza di conoscenza di questi aspetti della vita, dipendono a mio avviso non solo dalle condizioni materiali di vita, ma dalla nostra incapacità di dare una risposta positiva e all’altezza della situazione. Questa risposta secondo me viene se ci ricolleghiamo al luogo d’origine della nostra esistenza storica e lo sappiamo ripensare in termini attuali. Questo luogo d’origine è appunto il lavoro come capacità di produrre un valore sociale utile, qualcosa che soddisfi i bisogni altrui e consenta anche all’operatore di esprimere la sua personalità e la sua competenza.

Il lavoro moderno produce sempre meno oggetti e sempre più servizi. Il lavoro non deve più innanzitutto plasmare una materia informe e esporsi a un mercato imprevedibile. Il lavoro come servizio è innanzitutto una prestazione a forti caratteri interpersonali, dove la competenza non è un dato fisso e invariabilmente applicabile, ma è un sapere in situazione sempre rivedibile e modificabile. Gli ‘altri’, gli utenti o consumatori, non vengono dopo come acquirenti ma sono già implicati nel servizio stesso, ne sono elementi interagenti. Il cosiddetto mercato è la società intera e con essa l’individuo preso nel suo insieme, 24 ore su 24, nella mente e nel corpo, negli affetti e nei pensieri. Questa non è stata una scelta dei singoli o di qualche politico illuminato, questo è un dato strutturale con il quale dobbiamo misurare le nostre forze culturali. O il cittadino sa essere all’altezza di questa realtà, oppure, come sta accadendo, ne è succube.

In questo non vedo però tanto una sorta di astratto imperativo politico. Si tratta appunto, come dicevo all’inizio e in questo sta la possibilità di un nuovo Rinascimento, di un ritorno a una condizione originaria per il Cittadino. Il Cittadino è colui che sa farsi valere in società con il suo lavoro e le competenze che sa mettere in campo, e vede in questo non una condanna ma la condizione della sua emancipazione dalle strapotenze regressive sempre in agguato: la guerra e la violenza come soluzioni dei conflitti, la superstizione e l’inganno come fonti di potere e di autorità. Questo nuovo Cittadino è il portatore di un sapere sperimentale insostituibile per la società, ne conosce significati e valenze impensabili per il tronfio ‘amministratore’ che si illude di far tutto da sé e a proprio vantaggio. Il lavoro è l’aggancio conoscitivo e esperienziale fondamentale tra individuo e collettività, non più e non tanto una fonte di sussistenza. Se il lavoro presto finirà di essere un ricatto e sarà sempre più una scelta, tornerà ad essere un modo di espressione di sé e soprattutto di conoscenza della realtà cittadina. Quando sarà sempre più difficile distinguere tempo del lavoro dal tempo libero, avrò la possibilità con la mia attività – non chiamiamolo più nemmeno ‘lavoro’ – di plasmare e interagire con la mia realtà circostante e forse anche planetaria. E non ci sarà un giorno in cui non sia possibile scoprire nuove terre – non da sfruttare e desertificare ma da amare e vivere.