Per un nuovo inizio

L’intervista in tv di ieri, 2 ottobre 2020, a Di Battista segnala secondo me un problema innanzitutto culturale. Non esistono attualmente nei media di massa personalità culturali in grado di comunicare l’essenziale dei problemi politici che l’Italia sta vivendo. In prima linea sta sempre il protagonismo e il giornalismo dei comunicatori che ci abituano a pensare in termini di “fare notizia”, strappando all’intervistato la parola forte o la presa di posizione polemica; oppure di ottenere una risposta a una questione posta dal tale e tal altro politico avversario, volendo così dare l’impressione di sviluppare un fantomatico “dialogo politico”, che spesso non è altro che scambio di battute e offese o polemica sterile; oppure ancora di personalizzare il confronto politico in termini di caratteristiche del temperamento, per cui lui è uno così, mentre tu non ci vai d’accordo perché tu sei uno cosà, e allora: “…ma vi sentite sempre?… Quand’è che avete parlato l’ultima volta…” Su questo tenore del confronto si perde l’occasione di capire veramente quello che sta succedendo e di quali posizioni politiche siano in campo. Di Battista in questo confronto ha avuto a mala pena la possibilità di parlare di precisi progetti e delle sue motivazioni, che tra l’altro avrebbero rappresentato anche una risposta al tema identità del MoVimento versus compromesso con e governo della realtà.

Se si prescinde da tutti questi elementi e si bada a cosa ha detto Di Battista, sembra che il nucleo principale della sua preoccupazione sia il seguente: Dibba paventa il bipolarismo come il pericolo prossimo venturo, in cui il MoVimento 5 stelle rischia di ridursi a un piccolo partito politicamente ininfluente che si vedrà costretto, per continuare ad esistere, a una alleanza con le cosiddette forze progressiste nelle prossime elezioni. Per questo già da ora perorare la causa delle alleanze nelle regionali e nelle comunali sarebbe una posizione fallimentare e miope, che non riesce a vedere il problema principale: l’identità del MoVimento e le ragioni della sua vittoriosa affermazione nel 2018. Secondo me è possibile riassumere questo problema nella dicotomia Governo/Movimento, un problema che non affligge solo i 5 stelle ma che ha invece profondi richiami in campo storico-politico e finanche psicologico. E’ il solito conflitto tra inizi mitici e idealistici e la cruda realtà dell’esistenza (Rousseau causa della ghigliottina di Robespierre), oppure tra gioventù entusiastica del mondo e l’inevitabile invecchiamento nella rassegnazione. Il MoVimento 5 stelle è stato anche quello con il maggior numero di giovani, alcuni dei quali si avviano adesso al “mezzo del cammin di nostra vita…” o lo hanno già superato. E’ questa effettivamente una questione inaggirabile irrisolvibile? L’idealità è questione giovanile e tale deve rimanere, mentre la gestione della realtà richiede un sacrificio di quest’ultima e l’effettivo realismo di “sporcarsi le mani”, che in Italia soprattutto devono effettivamente ‘sporcarsi’ molto e anche di più?

A questo problema è secondo me possibile rispondere osservando la natura del MoVimento nella sua stessa ascesa a principale forza politica italiana. Alla sua base non c’erano solo idealità o principi belli e inattuabili, ma singole evidenze di vita pronte a permeare l’esistenza quotidiana di ciascuno noi. Quello che soprattutto Beppe ha per anni, anzi decenni, realizzato con i suoi spettacoli era non solo la denuncia del regime esistente, quel regime che lo aveva cacciato ingiustamente per una frase – vera! – dalla tv di Stato, ma anche l’avvicinamento delle menti e dei cuori degli spettatori a problematiche per così dire politicamente trasversali e tuttavia proprie di ciascuno. Era ricondurre quell’immane caos del mondo a singoli vissuti personali e mostrare come ciascuno di noi fosse in contatto con il mondo reale, in modi però che fino a quel momento non avevano avuto parola e riconoscimento. Il centro delle parole di Beppe consisteva nel dire: così stanno le cose e tu ne fai parte volente o nolente… che intendi fare in proposito?! Non era certo un messaggio nuovo, ma nuove erano evidentemente le circostanze storiche.

Si trattava allora di fare di questo forzato coinvolgimento nel mondo una forma di autoaffermazione e di conoscenza della realtà. Invece del solito mugugno per le tante cose che non vanno si trattava di prendere l’iniziativa e sperare che altri si affiancassero in essa. Non tanto una condivisione di pensieri nel senso di una visione totalizzante, le cosiddette ideologie, ma una condivisione di azioni e sentimenti che lasciava poi i singoli liberi di pensare o agire in altri campi in modo del tutto personale. In questo si mescolavano naturalmente anche posizioni o interessi culturali del tutto diversi o addirittura opposti. Ma questa diventava una sana solitudine nella diversità di pensiero e una enorme forma di responsabilizzazione rispetto alla realtà. Non dover convincere altri ad una determinata ‘rivelazione’ politica, ancora l’ideologia, ma afferrare semmai una piccola porzione della tua esistenza concreta e farsene portavoce. Io definirei questo cambiamento d’orizzonte una riscoperta della dimensione d’uso della vita, di tutti quei momenti inappariscenti della nostra giornata sui quali invece si giocano decisioni importanti e quasi mai condivise. E’ l’uso dei mezzi pubblici o delle auto private che determina la situazione del traffico, le condizioni dell’aria e dell’ambiente; ed è una riflessione su questa dimensione che può portare ad esempio allo sfruttamento di grandi innovazioni tecnologiche. E’ la qualità dei servizi sanitari o scolastici che determina la salute fisica e la qualità culturale dei suoi cittadini. E così via.

Questa trasformazione della prospettiva politica è secondo me la vera innovazione del MoVimento 5 stelle e la chiave della sua affermazione. Il suo messaggio non è affatto ideale e giovanilistico, ma ben piantato nella realtà cittadina di ogni giorno, nel modo in cui ciascuno di noi vive il suo rapporto con la realtà e si fa portavoce di soluzioni adatte ad essa. Si tratta in altre parole di una nuova forma di protagonismo individuale e collettivo, di una nuova forma anche di consenso basata non su ipotetici valori assoluti, ma sui modi di intervenire sulla realtà, di trasformarla in meglio secondo le proprie esigenze, di pretendere dalle figure dell’amministrazione pubblica consequenzialità e trasparenza nella gestione. Una radicale democratizzazione della vita civile il cui scopo non è altro che di affermare se stessa, di radicarsi e di riprodursi ovunque possibile. Se questo progetto dovesse andare a fondo, allora non solo il MoVimento avrebbe fine, ma si aprirebbe per l’Italia la via di una restaurazione e di un regresso civile anche a livello europeo senza confronti.

Quando Dibba abbraccia Virginia o si presenta all’ultimo agorà di Laricchia vuole secondo me sottolineare che questo approccio complessivo alla realtà ha dato i suoi frutti, che questa avventura del MoVimento non è affatto una passeggiata ma che richiede molta forza, determinazione e intransigenza, ma anche che si sono persone – in particolare donne – che si sono mostrate straordinariamente capaci di realizzare questo progetto. Di realizzare la partecipazione vissuta dapprima solo come un sentimento, di vivere una qualità della vita effettivamente migliore, di godere di rapporti umani meno complicati e nevrotici e più creativi, di lavorare senza ricatto e in base alle proprie inclinazioni e interessi. In ultima istanza di veder riconosciuta e di poter affermare la propria dignità umana come persona, come anche la nostra Costituzione ci insegna. La portata di una simile istanza non può essere vittima ancora una volta di intrighi o convenienze politiche, di presunte necessità del momento. Ed è quando il MoVimento avrà realizzato questa istanza ed essa sarà diventata realtà vera che la sua missione sarà assolta.