Ogni scarrafone è bell’a mamma soja – giovani e società II.

Quello dei giovani che si contrappongono al mondo degli adulti è un luogo comune molto diffuso e che ha molte ragioni d’essere. E’ facile constatarlo, innanzitutto, ed è spesso un argomento degli adulti per saper accettare il conflitto. I giovani non lo usano invece, per loro questo conflitto sembra essere sempre legato a motivi specifici. Forse perché non conoscono ancora la psicologia? Forse, ma forse anche perché sono meno scaltriti nella dinamiche interpersonali, sono più diretti e immediati, meno riflessivi. Ma perché sono così? Da dove vengono queste loro caratteristiche?

Gli adulti sono spontaneamente portati a considerare i giovani come dei quasi-adulti e dimenticano troppo spesso, forse perché lo hanno dimenticato loro stessi, da dove vengono i giovani, e cioè dall’infanzia – e mi perdonino gli esperti se semplifico un po’ le cose. I giovani vengono dall’infanzia così come peraltro gli adulti, ne serbano di certo ancora il ricordo come di una fase della loro vita che ormai sta alle loro spalle, che anzi desiderano ardentemente sapere superata, poiché adesso – con la sessualità e la crescita fisica vistosa – si apprestano a diventare finalmente “grandi”. Ma poniamoci una domanda: siamo proprio sicuri che sia giusto prenderli in parola quando ci dicono che “non sono più dei bambini”? Non sarà che forse l’infanzia ancora cova in loro in qualche modo o da qualche parte? E questo non come un difetto, un residuo ancora non risolto, ma proprio come un elemento costituente del loro essere “giovani”?

Questo approccio al discorso sembra presupporre che l’infanzia sia una fase della vita che sia l’adolescente che l’adulto conoscono molto bene poiché noi “siamo stati tutti bambini”. E se fosse invece che questo presupposto, questa banale constatazione, siano alla base di molti fraintendimenti su noi stessi come adulti e sui giovani? Siamo stati tutti bambini… certo, e che cosa ne sappiamo ancora dell’infanzia? Non dico tanto dell’infanzia in se stessa, dei bambini che vediamo in giro o che abbiamo in famiglia, quanto di ciò che è rimasto in noi di quell’epoca della nostra vita. Abbiamo ricordi vaghi, forse riproduzioni di immagini di allora, ma del senso dell’infanzia, del fatto di essere stati bambini, che cosa resta in noi?

Ho provato a dare una risposta a questa domanda in un post recente dal titolo “Cittadino e Infanzia”. Riassumo qui: Infanzia sarebbe quel fatto passato che ciascuno di noi ha vissuto e che può ancora determinare la nostra vita al modo di un richiamo all’esser se stessi, ad essere un Uno e Tutto di contro alla dispersione quotidiana e alle fratture determinate da scelte e obblighi. Un esser se stessi sentito come confidenza nelle proprie capacità di realizzazione e nelle proprie istintualità comportamentali. Affermavo inoltre che una cittadinanza consapevole e adulta ha tutto da guadagnare da un rapporto con la propria infanzia così definita, se questa è intesa cioè non come un rifugio per sfuggire alle proprie responsabilità, ma proprio come suo necessario elemento compensatorio e propulsivo.

La questione che adesso invece vorrei porre è un’altra: che cosa ne sa o ne può sapere l’adolescente di tutto questo? Il “giovane” starebbe cronologicamente nel mezzo tra infanzia e adultità. Ma è solo una specie di terzo incomodo, provvisorio elemento di una fase di passaggio? Rispetto alle altre due fasi l’adolescenza sembra avere la caratteristica precipua del divenire, appunto del trapasso. Per questo forse la si connota spesso come fase di instabilità, di precarietà, insomma una fase difficile. Ma quali sono le caratteristiche di questa “difficoltà”? Io direi approssimativamente: l’aggressività verbale e fisica, la criticità argomentativa ad ogni costo, l’arroganza nel comportamento come di chi la sa più lunga di tutti gli altri. Ci sarebbero poi da segnalare altri atteggiamenti tipici come il fare gruppo, il conformismo esasperato al suo interno, l’importanza dell’aspetto e dell’esteriorità. Queste però mi sembrano già forme che qualificano l’identità positiva dell’adolescente e non tanto la sua difettività. E’ quest’ultima invece che secondo me è da approfondire per capire il nesso con l’infanzia e l’adultità.

Abbiamo detto: il giovane è difficile perché critico, aggressivo, arrogante. Nei confronti di chi? Innanzitutto dell’adulto e cioè del genitore. Ma perché? Si è portati a dire che “è così” e che c’è poco da spiegare. Se osserviamo il fenomeno nella nostra tradizione culturale vediamo però che questo giudizio è quantomeno superficiale. Il conflitto padri e figli – ahimè dobbiamo parlare al maschile almeno fino a tutto l’800 e per il ‘900 fino a noi la questione giovanile nelle donne è inevitabilmente legata alla più ampia questione dell’emancipazione femminile -, il conflitto generazionale è stato per molto tempo una molla di sviluppo e di crescita della società sul piano culturale e politico. Il giovane non aveva solo da dar contro al padre, ma anche da proporre e dar voce a sentimenti e istanze nuove che non trovavano spazio nell’esistente. Bene, concentriamoci adesso non tanto sui singoli contenuti, ma soltanto sull’aspetto psicologico e culturale, appunto generazionale.

Che cosa ha da criticare il giovane nel padre? Che cosa vede in lui? Da dove trae gli elementi della sua critica e opposizione, visto che oltretutto non ha esperienza del mondo? La mia impressione, che qui vorrei formulare come prima ipotesi, è che il giovane abbia ancora l’integrità dello sguardo del bambino (cui ho accennato prima) e che questa integrità vada a cozzare contro tutti gli elementi di ipocrisia dell’atteggiamento paterno. Ricordiamoci che il paterno è innanzitutto per il bambino fonte di autorità e di esempio. E’ proprio quando questa autorevolezza viene meno che il giovane afferma la propria criticità, che si mostra deluso e reagisce come a un tradimento. E in effetti tradite sono le sue aspettative, aspettative coltivate il più delle volte proprio dal genitore, quando si atteggia a colui che sa tutto e dispone di tutto. Il giovane conserva in sé ancora quella integrità etica tra il dire e il fare che è caratteristica inconsapevole del bambino e che va a cozzare invece proprio là dove questa integrità non c’è o almeno tende a incrinarsi.

Non che il giovane sappia cosa c’è da fare nelle singole circostanze o cosa sia bene o male. Lui semplicemente avverte l’inganno, l’ipocrisia, riconosce la falsificazione nel comportamento senza ben sapere quale sia l’originale – proprio come in un dipinto. Forse per questo la sua “critica” al mondo adulto è spesso vuota, inconcludente, per partito preso. Spesso il giovane non sa dire cosa ci sia di sbagliato in ciò che avversa o a cui si oppone così risolutamente. Questo è certo da collegare alla sua mancanza di conoscenze e di sapere, ma non di meno il suo afflato è autentico, e quello che voglio qui sottolineare è che molto spesso è anche giustificato, coglie cioè nel segno.

E’ il suo istinto che glielo dice, è l’infante che è ancora in lui e che vede il mondo con i suoi occhi a dirgli che alla parola, al detto e all’insegnato, non seguono azioni conseguenti. Il bambino è cresciuto credendo nell’infallibilità genitoriale. Questa gli viene spesso inculcata, ma anche se non fosse così sarebbe lo stesso: poiché questo è tipico dell’infanzia, che è ciò che è proprio perché cresciuta nell’affidamento al genitore, nel saperlo imitare e seguire, nel volerlo e saperlo vicino a sé. Nell’adolescente abbiamo adesso proprio tutto il contrario non perché sia diventato improvvisamente cattivo e diffidente, ma perché sa riconoscere le crepe dell’adulto, sa vedere dove questi si dà ad intendere cose che non ci sono, su se stesso, sugli altri e sul mondo. Sull’ipocrisia come carattere del mondo adulto credo non ci siano da dare troppe delucidazioni.

Riflettiamo su questo: il giovane spesso sa queste cose inconsapevolmente, perché sa riconoscere l’inganno senza sapere quale sia l’autentico, anzi spesso impara proprio mentre critica, trova gli argomenti per il suo discorso nel mentre lo fa – questo proprio per la sua inesperienza e la sua mancanza di conoscenze obiettive. C’è però forse un’altra considerazione da fare a questo proposito, qualcosa che si lega al problema generazionale sul piano sociale e culturale. E’ appunto più o meno dalla Rivoluzione industriale che il problema del conflitto generazionale si pone in modo eclatante. Questa non è forse una coincidenza. E’ perché la vita materiale si trasforma adesso incessantemente che il passaggio di venti o trenta anni, quello appunto di una generazione, fa la differenza.

Ora domandiamoci: chi è in grado di intuire, e cioè di avvertire come proprio, questo fenomeno nella società? Gli adulti maschi di ‘700 e ‘800 lo gestiscono e lo promuovono, e cercano di dare l’impressione di governarlo. L’adulto maschio porta a casa i soldi, sia egli un proletario o un borghese, oppure semplicemente dispone di un patrimonio, se è un aristocratico, ma comunque è l’artefice di un cambiamento reale e materiale che condiziona direttamente la vita dei componenti familiari. Tutti gli oggetti di cui si dispone vengono da lui – anche perché si compiace spesso di ricordarlo. Il genitore è un po’ come il vecchio capo azienda di una volta, che conosce tutti i passaggi del processo produttivo e sa riparare un guasto elettrico come anche dirigere le maestranze. Quando però questi oggetti d’uso vengono ad acquisire un grado di tecnicità elevato, come inizia ad accadere con la produzione di massa di elettrodomestici – e qui siamo già in pieno ‘900 – il suo ruolo diventa necessariamente quello del supervisore o controllore.

E’ però con l’ingresso dei mezzi di comunicazione di massa e con l’informatica che la trasformazione della quotidianità familiare acquista caratteri inquietanti. Il genitore-supervisore diventa sempre più una figura superflua, è quello che ti dice: “Non so cosa stai facendo, ma basta che tu non faccia danni!” Lui non sa minimamente di che cosa sta parlano – naturalmente qui estremizzo nel mio argomento per rendere la cosa più evidente – ma pretende ancora di gestire e controllare tutto. Ora, è qui che il dato psicologico che abbiamo prima discusso viene a sovrapporsi a una situazione materiale inedita. Con le seguenti conseguenze: che il giovane non è più così ignaro del mondo in cui vive, anzi conosce effettivamente una parte di mondo che l’adulto ignora, e precisamente quella parte di mondo che sta cambiando insieme a lui. In pratica si tratta di una sorta di sintonia inconsapevole con il processo di sviluppo tecnologico e sociale. Per questo ho parlato prima di intuire il cambiamento, perché l’adolescente è in simbiosi con questo processo, crescono insieme.

Ecco che allora al fenomeno schiettamente etico che ho evidenziato all’inizio, quello dello sguardo integro del bambino nell’adolescente che critica ogni ipocrisia del genitore, una critica dettata dall’abitudine infantile di vedere in lui un esempio di vita, a questo fenomeno si associa la conoscenza effettiva di una parte della realtà che l’adulto o ignora o è ormai individualmente incapace di assimilare. Il giovane cresce insieme all’innovazione tecnologica ed è costitutivamente il più capace di usarla e innovarla, mentre l’adulto guarda con sufficienza le ultime “diavolerie” della tecnica, per lui paragonabili alle mode dei jeans stracciati o dei piercings. La sua conoscenza del mondo è ormai circoscritta all’ambito professionale scelto e per il cui aggiornamento deve già fare abbastanza fatica. Si apre così una situazione di conflitto con caratteristiche inedite, in cui i ruoli giovane e genitore vanno ripensati in un contesto più generale, culturale e politico. Per concludere però mi limiterei a una sorta di consiglio da adulto a adulto: forse il genitore dovrebbe rinunciare al proprio ruolo di Governatore supremo e accettare quello più modesto, ma certo anche più interessante, di partecipe interlocutore, di testimone di un’epoca passata che ha fatto anche il presente in cui il giovane vive, ma che adesso è curiosa di vedere quali sviluppi potrà avere tra le mani di una nuova generazione futura.