O Roma o Orte

Le prossime amministrative della primavera 2016 riguarderanno diverse grandi città italiane e quindi, se vanno male per Renzi, potrebbero ridimensionarlo alquanto sul piano dell’immagine che lui tenta disperatamente di costruirsi, cioè quella del vincente di successo. Sul piano mediatico la grande protagonista della tornata sarà senz’altro Roma. Come mi hanno confermato anche alcuni amici romani di passaggio a Pisa, la parabola del fu sindaco Marino aveva imboccato il viale del tramonto ben prima dei mitici funerali Casamonica. Sotto Alemanno, come ampiamente riportato dalle cronache, i due servizi più importanti di competenza comunale (raccolta rifiuti e trasporto pubblico) erano andati ampiamente in tilt, ma sotto Marino erano vieppiù peggiorati. Ovviamente disastri di questo genere non si fanno in due anni e neppure in cinque, è chiaro che vanno chiamate in causa le amministrazioni precedenti di Rutelli e Veltroni. Prima ancora della corruzione (che in Italia non manca mai), è una cosa semplicemente da urlo che amministrazioni che facevano della cultura ambientalista un loro vanto non abbiano mosso un dito per far uscire Roma dal conferimento in discarica come praticamente unico mezzo di gestione dei rifiuti. E’ da queste piccole cose (che poi tanto piccole non sono) che si vede il fallimento di un’intera classe politica. E non so a voi, a me fa una certa impressione, tanti anni dopo, vedere Rutelli e Veltroni ancora a pontificare in televisione: in un paese minimamente serio sarebbero in esilio mediatico. Insomma siamo tutti d’accordo che Marino ha ereditato una situazione difficile e se erediti una situazione difficile è impossibile che tu riesca ad uscirne subito, ma Marino non ha dato l’impressione di stare tentando di uscirne. Anche perché il partito che avrebbe dovuto sostenerlo nella risoluzione del problema era tra i maggiori responsabili della creazione del problema. E comunque Marino ci ha messo del suo. Come sa chi segue Bar 5 Stelle, personalmente non vedo di buon occhio il marketing applicato alla politica, ma il fu sindaco Marino è riuscito nella singolare impresa, caso unico al mondo, di applicare brillantemente un totale contro-marketing a suo danno. Nei momenti più delicati, era sempre all’estero. E quando era a Roma, da una parte minimizzava ridendo come un matto, dall’altra si lanciava in sconclusionate invettive, dando l’impressione di uno che non si rendeva tanto conto di dove fosse finito a fare cosa. E quindi una domanda cominciava a correre sottotraccia: ma cosa ci faceva un chirurgo genovese con frequentazioni americane a fare il sindaco di Roma? Quando è arrivata la tegola degli scontrini (gestita anche peggio di quanto fatto da certi espulsi dal MoVimento 5 Stelle, il che è tutto dire), per Renzi è stato uno scherzo decretare la fine della sindacatura del suo avversario interno Marino. Si è detto che quello di Renzi è stato un atto profondamente antidemocratico, perché bene o male Marino era stato eletto dai cittadini romani. Giusto, ma mettiamoci d’accordo. La legge che ha introdotto in Italia l’elezione diretta dei sindaci ha profondamente limitato il potere dei consigli comunali. Praticamente oggi, in Italia, un Comune può essere gestito per gran parte con atti di giunta, senza passare dal voto in consiglio comunale. Però resta al consiglio comunale il potere di sfiduciare il sindaco, non approvando il bilancio o direttamente come è avvenuto a Roma. Certo, una faida di partito. Certo, i consiglieri del PD che si sono dimessi hanno rinunciato ad uno stipendio (Roma è uno dei pochi Comuni dove un consigliere guadagna una cifra assimilabile ad uno stipendio) ed è lecito chiedersi se dietro il loro gesto non ci siano state promesse più o meno confessabili, ma tant’è, sono le regole del gioco e togliere ai consigli comunali anche la possibilità di sfiduciare il sindaco equivarrebbe ad abolirli. A questo punto a Roma, dove tutti hanno fallito e i debiti del Comune e delle varie partecipate sono da tempo oltre ogni immaginazione, per il MoVimento 5 Stelle la strada dovrebbe essere in discesa, ma sarà proprio così? Roma è la città che ha visto passare tutti i re, tutti gli imperatori e tutti i presidenti e questo ha prodotto un rapporto molto particolare tra i romani e il potere politico. No, non è qualunquismo, il qualunquismo storicamente è napoletano e col qualunquismo napoletano è impossibile non solidarizzare, perché frutto di molte ingiustizie subite. Molto meno simpatico il qualunquismo padano, di chi teme di perdere qualcosa che ha già. Quello romano invece è disincanto, nel corso dei secoli raccontato da molti e importanti artisti. Lasciando a chi ha fatto studi classici i precedenti latini e saltando per brevità i tantissimi minori, un elenco sia pure di massima è comunque impressionante.

  • Giuseppe Gioachino Belli: nei suoi sonetti si propone di descrivere la plebe romana, ma finisce col fare un ritratto impietoso anche del governo pontificio del tempo, essendone stato, si badi bene, un funzionario.

  • Il Sor Capanna, uno degli ultimi cantastorie, anzi stornellatori.
  • Trilussa: prima, durante e dopo il fascismo descrive la politica sempre con molta amarezza.

  • Ettore Petrolini, convinto sostenitore del fascismo e allo stesso tempo autore inconsapevole della più acuta caricatura di Mussolini, superiore anche a quella da torte in faccia fatta da Jack Oackie nel chapliniano “Il grande dittatore”. Il Nerone di Petrolini è del 1915, quando Mussolini era stato appena espulso dal Partito Socialista e muoveva i suoi primi passi da fascista e Petrolini infatti non pensava a lui, probabilmente intendeva satireggiare in maniera bonaria un certo teatro roboante del tempo. Però ne esce fuori, curiosamente, un classico contro tutte le dittature di tutti i tempi, fortunatamente per noi posteri filmato nel 1930 da Alessandro Blasetti, che in seguito avrebbe filmato molte altre cose, ma quel piccolo film pionieristico resta la cosa più importante che ha fatto. Purtroppo su yotube se ne trova solo il minuto più celebre e non la versione integrale.

  • Il romano di Pescara Ennio Flaiano, il vero autore de “La dolce vita” del romano di Rimini Federico Fellini. Sempre in quel 1960, descrisse come nessun altro il disincanto romano nel celeberrimo testo teatrale “Un marziano a Roma“, titolo assai citato nelle cronache odierne sulle disavventure del fu sindaco Marino. Alla prima fu il più colossale fiasco del teatro italiano contemporaneo e Vittorio Gassman si portò dietro tutta la vita la cicatrice di quel suo unico insuccesso. L’errore, probabilmente, fu di aver proposto quel testo a Milano anziché a Roma. Milano, si sa, Roma non l’ha mai capita. Flaiano è anche accreditato da alcuni come l’autore della frase che dà il titolo a questo post, che volge al beffardo uno degli storici motti risorgimentali. Ma probabilmente la frase è popolaresca e lui si limitò a propalarla.
  • Scendendo di un paio di gradini, troviamo i due storici cabaret romani: il “Puff” di Lando Fiorini (quello di “Siamo eurovinati“) e il più celebre “Bagaglino” di Pierfrancesco Pingitore e Mario Castellacci, molto bistrattato dalla critica per il suo servilismo verso i politici della Prima Repubblica. Ma era un servilismo da mancanza di aspettative, cioè dai politici non ci si aspettava più nulla e non a caso Pingitore è stato l’unico ad aver diretto un film in difesa di Craxi, il volutamente dimenticato “Ladri si nasce“. Parodiando tutto e tutti, al Bagaglino si cimentarono sia con Nerone che con il marziano a Roma. Del Nerone con Pippo Franco resta soprattutto il generale Galba di Aldo Fabrizi, che spiega come in Italia non sia possibile fare un colpo di Stato, perché lo Stato in Italia non esiste.
  • Perla finale, il sottovalutato Giorgio Bracardi (l’ultimo epigono), del quale potete ascoltare in cima a questo post una delle più recenti creazioni. Sulla falsariga di quanto aveva già composto in onore di Pippo Baudo, si sbizzarrisce questa volta sul Presidente della Repubblica di turno. “Non ho detto niente”, dice al termine dell’esibizione (che si svolge evidentemente in un tipico salotto romano), ma in quel non dire niente sta tutto il disincanto romano.

Un disincanto che le vicende di “Mafia capitale” hanno rinfocolato al massimo. Vedremo se il tribunale avvalorerà la tesi dell’accusa, che vuole applicare la legislazione anti-mafia alle ultime tangenti romane. Ma sempre per il famoso disincanto che tende un po’ all’anarchia, a Roma ci sono sempre state bande criminali sparse e mai nessuna vera organizzazione mafiosa rigidamente gerarchica come in Sicilia. E col disincanto romano stanno già facendo i conti tutti quelli che cercano faticosamente di attrezzarsi per le prossime amministrative, con le maggiori formazioni politiche ancora in cerca del loro candidato sindaco. E l’unico che vuole candidarsi, l’ineffabile Alfio Marchini, non trova nessuno che lo voglia candidare, a parte la sua lista civica. Emblematico il caso del MoVimento 5 Stelle, che apre a tutti e si ritrova con soli 233 aspiranti, 233 su 2 milioni e 864.000 abitanti. E ci sono da eleggere, oltre al sindaco, anche i consiglieri comunali e quelli dei 15 Municipi, le particolarissime circoscrizioni in cui il Comune di Roma è diviso (in quanto Capitale d’Italia, il Comune di Roma ha un’organizzazione interna diversa da quella degli altri Comuni italiani). Per chiunque sarà dunque molto difficile vincere queste elezioni e, chiunque le vincerà, sarà molto difficile che riesca a suscitare nel breve periodo consenso ed entusiasmo. In un simile contesto il presentare come candidato sindaco un parlamentare famoso per il MoVimento 5 Stelle significherebbe esporsi all’accusa di aver tradito un suo principio fondante (una persona una poltrona), con la certezza di perdere voti perché assimilato a quel punto a un partito tradizionale, per la serie sono tutti uguali. Ma se presenterà, come presenterà, un perfetto sconosciuto ai più, perderà ugualmente dei voti, perché troppo diverso, troppo strano, troppo altro e troppo distante da quell’unica granitica certezza su cui si fonda da millenni il disincanto romano: sono tutti uguali e tutto il mondo è paese. Insomma in bocca al lupo, anzi alla lupa.