Nessuno tocchi un Bambino

I fatti dei maltrattamenti nell’asilo comunale di Pisa sono purtroppo noti. Qui vorrei offrire una breve cronistoria degli avvenimenti e poi una riflessione personale sul tema tutela del lavoratore e tutela del cittadino in riferimento all’impiego delle telecamere.

Nell’ottobre 2014 muore il dirigente Tiziano Paperini. Il suo nome era legato, come responsabile comunale, alla progettazione e alla direzione del sistema di gestione degli asili nido e delle scuole dell’infanzia pisane, uno dei più avanzati e funzionali d’Italia. Il comune NON provvede alla sua sostituzione e l’incarico resta vagante.

Nel febbraio/marzo del 2015 ci sarebbero segnalazioni di violenze ai bambini ma le indagini partono SOLO nel novembre dello stesso anno su denuncia di un ausiliario addetto di una ditta esterna all’asilo. In base a questa denuncia gli investigatori fanno installare microcamere e microspie all’interno della struttura. Il 4 febbraio di quest’anno un’operatrice viene arrestata insieme a due colleghe. Sono diffuse dai media le immagini delle vessazioni.

Gli inquirenti, come si legge dalla stampa, parlano a proposito del caso di “condotta abituale chiaramente indicativa dell’esistenza di un programma criminoso animato da una volontà di vessare i soggetti passivi e, in particolare, di sottoporre consapevolmente questi ultimi, piccoli in tenerissima età, a una duratura condizione di soggezione psicologica e di sofferenza”.  “Dalle indagini – affermano gli investigatori – si ricava l’esistenza di un’incessante serie di condotte prevaricatrici e intimidatorie, oltre che ingiuriose, messe in atto dall’indagata ai danni di soggetti particolarmente indifesi quali i bambini in tenera età, che appaiono allarmanti in quanto sistematicamente accompagnate dal ricorso alla violenza fisica: innumerevoli gli episodi in occasione dei quali i minori sono stati colpiti alla testa, in un caso addirittura con un piatto”. “Volgari ed ingiuriose anche le frasi proferite all’indirizzo dei piccoli, del tipo “rincoglionito, oggi ti faccio del male, sciocco stai zitto, ti metto fuori al freddo, sei duro come il muro, a te oggi niente frutta, levati di torno te… boia!, vai a piangere in bagno con te non ci parlo”.

Il 9 febbraio, dopo la trasmissione di un programma televisivo sulla questione, in cui l’assessore Pd Chiofalo difende arrogantemente il suo operato e nega che vi siano state carenze, le opposizioni chiedono le dimissioni dell’assessore.

La portavoce Valeria Antoni ha fatto un’analisi dell’intervista nel programma per evidenziarne le contraddizioni. “Inizialmente [la Chiofalo] cade dalle nuvole, dicendo che nessuno si aspettava un comportamento violento di una educatrice stimata da genitori e colleghi e che mai vi era stata segnalazione di comportamenti anomali. Prima bugia: in realtà, come riportato dal ‘Tirreno’ del 08.02.2016, la educatrice era stata oggetto di un richiamo da parte delle altre maestre, su segnalazione di una insegnante di sostegno. Siamo a maggio 2015. Come è possibile che da maggio scorso l’assessora non sapesse niente?”

Prosegue la Antoni: “Seconda bugia: come poi è stato dimostrato dalle indagini, l’educatrice violenta non era sola, ma ‘coadiuvata’ nelle sue angherie, anche dalle altre educatrici, oggi indagate, che con lei operavano. Quindi non si può parlare di caso isolato, di burn out, ma di vero e proprio modus operandi delle educatrici. Oltre a ciò, l’assessora viene subito smentita dallo psicologo Dott. Morelli presente in studio [durante il programma tv], il quale asserisce l’esatto contrario e cioè che un comportamento simile viene da lontano, dalla cultura ‘del ceffone per educare’ e non da un improvviso corto circuito mentale. Non è nostro compito indagare nei meandri della psiche della educatrice, ma lo scambio mette in luce in maniera palese l’impreparazione dell’assessora (e forse del suo entourage), che nega l’evidenza dei fatti”.

Il 12 febbraio il Consiglio Comunale di Pisa respinge la richiesta di dimissioni dell’assessore ai sistemi educativi Marilù Chiofalo, a seguito dei maltrattamenti all’asilo. I due ordini del giorno delle opposizioni di centrodestra e M5S sono respinti, mentre invece è passato quello della maggioranza contro le dimissioni del membro della Giunta. Il voto: 18 della maggioranza più Ucic-Prc contro 7  di M5S, FI.

Il 16 febbraio il comune decide “misure rafforzative dei dispositivi già esistenti”.

Leggiamo sulla stampa: “Per quanto riguarda i controlli diretti da parte del Comune, è stato stabilito di raddoppiare l’impegno sul coordinamento pedagogico. In questo senso è stato dato mandato alla direzione personale di compiere ogni atto possibile e necessario alla individuazione del coordinatore pedagogico comunale, da affiancare ai soggetti già attivi: coordinatore pedagogico di area e supervisione pedagogica esterna all’ente, che rimarrà come strumento stabile. E’ stato inoltre stabilito di avviare percorsi di accompagnamento psicologico di gruppo per gli insegnanti, per incrementare i momenti di interazione e verifica.”

“Rafforzati anche gli strumenti di controllo da parte dei genitori e delle famiglie. In particolare saranno incrementati i momenti di apertura delle scuole ai genitori affinché possano partecipare all’attività ordinaria. Verrà ulteriormente promossa la casa dei bambini e dei genitori di San Rossore, per aumentare la consapevolezza della genitorialità quale elemento essenziale per l’autonomia dei genitori e per interagire al meglio con i propri figli. Rafforzati anche gli strumenti di valutazione con nuovi questionari da compilare on line in forma anonima e con la maggiore promozione del canale diretto di comunicazione con la direzione istruzione del Comune. Sul versante del personale, oltre a maggiore formazione, sono state rese obbligatorie alcune disposizioni organizzative già in uso, ma su base volontaria: tra queste la rotazione periodica e automatica delle educatrici.”

Parlare di “rafforzamento” è ovviamente una concessione all’amministrazione che invece non ha provveduto all’essenziale. Notiamo con piacere che il comune si è svegliato e intende porre mano alla questione con iniziative che più o meno ricalcano quanto richiesto dalla portavoce Valeria Antoni in consiglio comunale. Vogliamo però sottolineare come questo risveglio sia estremamente tardivo e seguente a una COLPEVOLE OMISSIONE: quella di non aver provveduto a un sostituto dopo la morte di Paperini. Non lo si è sostituito perché il suo era un incarico superfluo? Non si direbbe, visto quanto è successo. Perché allora l’assessora non ha provveduto a nominare un nuovo coordinatore nell’ottobre del 2014?

Le proposte che al momento stiamo valutando sono:

1) è assolutamente necessario ripristinare il coordinatore (o mediatore psicologico)

2) potrebbe essere una valida proposta instituire una figura del genere anche per tutta la scuola dell’obbligo proprio per consolidare e/o rafforzare e/o creare il giusto rapporto di fiducia tra insegnati e genitori.

3) l’utilizzo delle telecamere deve essere attentamente valutato. NON può diventare un Grande Fratello! Se le telecamere dovessero passare come proposta, ovviamente la registrazione e la visione dei filmati devono avvenire da organi competenti, esattamente come succede in molte strutture pubbliche in cui negli “spazi comuni” sono installare le telecamere per la sicurezza dei cittadini.

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Quest’ultimo riferimento all’opera di Orwell 1984 è opportuno per una riflessione che adesso ha carattere personale. Il romanzo fu scritto a ridosso della seconda guerra mondiale, quando ancora l’immagine elettronica era al suo nascere. Nella storia della cultura è normale che al manifestarsi di innovazioni tecnologiche l’immaginazione se ne appropri per dare appunto un’immagine alle proprie latenti paure o sogni. La cultura dell’immagine è però di più lunga data e con essa l’idea del pubblico. La visione di qualcosa e con essa la possibilità di esporre qualcosa in visione segnano probabilmente già i primi passi verso la cultura, la scrittura stessa è un fenomeno di questo genere. Una innovazione della polis greca consistette nell’esporre le leggi scritte così che tutti potessero leggerle. Rendere pubblico è rendere conoscibile, gli odierni media sono ancora espressione di questa positiva istanza di conoscenza pubblica.

La visione e con essa l’organizzazione dello spazio in base alla visibilità sono fenomeni che anche la riflessione più recente ha messo in evidenza. Il filosofo francese Foucault, un paio di decenni dopo Orwell, sottolineava come tra la visione come sorveglianza e conoscenza e il controllo e il dominio esistesse uno stretto rapporto. Il suo esempio più celebre è quello del carcere, dove appunto il vedere è un sorvegliare e un dominare. Qui la visibilità sembra una violazione del privato, dell’intimo e una forma di controllo. Di fronte alle odierne richieste di introdurre telecamere negli asili o nelle scuole in generale, sorgono perciò legittimi dubbi. E’ la paura che in questo modo si dia adito a una società sempre più controllata e meno libera. Timori e riserve in questo senso NON sono mai abbastanza, sia chiaro! Un altro aspetto è anche quello della legislatura vigente in merito e delle posizioni acquisite dai vari settori sociali coinvolti nell’iniziativa. Ci sono le madri, ma ci sono anche i diritti dei lavoratori in gioco, come ci ricorda il sindacato.

Bene di fronte a tutto questo vorrei però tentare di fare appello all’intelligenza del singolo cittadino e alle sue capacità di comprensione. Mettiamo fra parentesi per un attimo tutte queste considerazioni e chiediamoci che cosa può modificare in un ambiente di lavoro e nei suoi operatori l’introduzione più o meno invasiva (costante, random, ecc.) di telecamere. Prendiamo ad esempio situazioni dove le telecamere ci sono già. Nelle banche, nei supermercati, nelle strade ecc. si può dire che esse condizionino il comportamento del personale, della clientela o del cittadino in generale? Se sì, in senso deterrente, cioè preventivo di crimini come il furto, la rapina o il vandalismo. Questo non impedirà in assoluto il crimine, ma lo renderà certamente più difficile o più facilmente perseguibile, che è quello che si vuole ottenere. Si tratta quindi di un deterrente, non di un positivo indirizzo di condotta. Quello deve avvenire altrove.

Ora, il discorso sembra farsi più delicato quando si parla di telecamere nei luoghi di lavoro, anche se i dipendenti delle banche sono lavoratori. Sul lavoro, si dice, si vuole controllare il lavoratore e si incrina il rapporto di fiducia. Qui occorre secondo me approfondire il punto. Un rapporto di fiducia sul lavoro si instaura con la consuetudine e con la collaborazione. Dall’inizio io non posso avere fiducia in te perché non ti conosco e non so come lavori. Sta a me pretendere che tu abbia i requisiti per il lavoro, poi io posso solo sperare che tu adempia ai tuoi obblighi di lavoro. Se farai questo, io avrò fiducia in te. Il rapporto di lavoro è un vincolo a una prestazione legato alla retribuzione, non alla fiducia e alla simpatia. Se queste si creano, meglio per tutti, ma non possono essere il presupposto, solo appunto un risultato. Approvazione e fiducia a priori fanno parte di altri rapporti, ad esempio quelli familiari e soprattutto filiali: il genitore è – o sarebbe – tenuto ad amare il figlio anche se non va bene a scuola o anche se tradisce la fiducia del genitore. Sul lavoro vige il principio di prestazione, il saper fare.

Questo principio deve andare al di là delle personali problematiche o idiosincrasie. Se un giorno mi sveglio male o ho qualche problema in casa, questo in principio NON deve influire sulla mia prestazione lavorativa che deve conformarsi alle regole convenute in proposito e che di solito sono più o meno tacitamente accettate. E’ chiaro che questo coinvolge anche il modo di lavorare, tanto più se il tipo di lavoro dà molto spazio all’iniziativa – e all’arbitrio – individuale, come è il caso del rapporto con altre persone.

Cosa succede quando il rapporto tra persone sul lavoro è fortemente squilibrato a favore dell’operatore? Sono guarda caso proprio queste situazioni di rapporti personali quelle che registrano casi di violenze: asili, scuole, ospedali, pensionati, carceri. Qui obiettivamente l’operatore ha un potere sull’utente che può essere usato male, arbitrariamente, secondo l’umore, le paturnie del giorno o peggio ancora secondo certi ‘valori’ ritenuti veri e buoni. Bene, in questo caso si pone secondo me una chiara alternativa che deve avere una chiara risposta: viene prima l’operatore e lavoratore o viene prima l’utente del servizio e cittadino?

Qui si tratta di affermare il PRIMATO DEL CITTADINO, che poi anche il lavoratore stesso è come paziente di un ospedale o genitore di un bambino che va a scuola. Questo secondo me è già un principio guida nella politica del MoVimento e deve essere ribadito. Se le telecamere sono uno strumento deterrente efficace, esse possono essere una soluzione. E’ chiaro poi che tra il non fare del male ai bambini e il saperli trattare e accudire c’è uno scarto che solo la preparazione professionale e la disposizione personale possono colmare. Fatto sta che in questi ultimi anni le telecamere hanno consentito di rompere il clima di omertà vigente nelle strutture coinvolte in questi casi. Il fenomeno dell’omertà ha purtroppo una lunga tradizione in Italia, ma in questo caso si somma ad una malintesa ‘tutela dei lavoratori’. Occorre invece fare un passo avanti in nome della tutela del cittadino. Resta poi, secondo me, il dato culturale e psicologico che una persona che abusa del proprio potere per infierire su chi è più debole o indifeso ha già fatto bancarotta nella propria vita e merita severità. La comprensione verrà solo quando sarà pronta a darle un nuovo corso. E su questo terreno abbiamo tutti da imparare.