Nei 70 anni dalla Liberazione

Quest’anno si celebrano i 70 dalla Liberazione, il 25 aprile 1945, a cui seguirono la scelta per la repubblica e una nuova Costituzione. La Resistenza armata del popolo italiano durò circa 20 mesi, a partire dall’8 settembre 1943, anno in cui l’Italia cambiava fronte e diveniva terreno di occupazione dei nazifascisti, fino alla primavera di due anni dopo. Per chi ha vissuto come me l’infanzia e l’adolescenza nel periodo delle stragi di Stato e del terrorismo nero, la Resistenza e l’Antifascismo rappresentarono un mito. Ricordo che il mio primo libro non di scuola fu proprio sulla “Storia della Resistenza italiana” di Roberto Battaglia. Avevo quattordici anni. Ancora ci sono le sottolineature a penna rossa per le – tante – parole che non capivo. In seguito l’antifascismo divenne anche un problema attuale e quotidiano, e forse fu per me una fortuna vivere in una realtà di provincia come Livorno e non cacciarmi in qualche serio guaio.

Molti anni dopo, iniziò in Italia un nuovo Ventennio, più spregiudicato e meno violento del primo, diciamo post-ideologico e neoliberista, che non lasciava presagire niente di buono, ma che gli “itagliani tutti” salutarono ancora una volta con grande calore ed una analoga stupidità. Io vivevo come tanti, dopo anni di studio a combattere con la disoccupazione e il lavoro nero, con in più il cronico disorientamento per la mancanza di riferimenti culturali e prospettive politiche. Ero un reduce sconfitto senza aver mai combattuto una vera guerra. Qualcuno mi suggerì di leggere “La guerra dei poveri” di Nuto Revelli e da quel momento la Guerra di Liberazione cominciò a circolarmi di nuovo nelle vene.

Dal momento che coltivavo da tempo velleità letterarie, decisi che avrei dovuto scriverci un romanzo. Volevo non solo rievocare ma soprattutto rivivere quei momenti. Sapevo che della Resistenza era ormai stato fatto un simulacro, un’occasione di celebrazione simile ad altre festività più o meno religiose, alla quale non corrispondeva ormai più niente di vitale. Il protagonista fu fin da subito un adolescente, come lo ero stato io, desideroso di contare nella Storia e di combattere per cambiarla. Decisi anche che la sua sarebbe stata una storia dall’esito tragico, perché la Resistenza stessa era finita in modo tragico: smentita, ripudiata, beatificata. Il tutto doveva essere svolto però attorno ad una conflittuale storia d’amore, per porre questo giovane tra quelle che mi sembravano allora le due polarità fondamentali dell’esistenza: l’intimo e il pubblico, l’amore e l’odio, la carezza e il colpo di pistola. Un’ennesima vittima della Storia.

Dieci anno dopo, in un rinnovato periodo di smarrimento, decisi di pubblicarlo a mie spese, se non altro per far sapere che esistevo ancora, ma nessuno se ne accorse. Solo dopo alcuni anni dalla pubblicazione ho poi capito che non ero solo, quando ho smesso di compiangermi e ho cominciato veramente a cercare fratelli e compagni di strada di un nuovo e rinnovato percorso comune. Ed ho scoperto, come ha ricordato Beppe Grillo in suo celebre discorso, che ce ne erano tanti come me, smarriti, senza punti di riferimento, soli. Adesso so che in tanti si sono sentiti di nuovo adolescenti, che in tanti hanno riscoperto quell’entusiasmo per le cose comuni come la natura, i suoi elementi e le sue bellezze, le città con le sue case e i monumenti, gli ospedali e le scuole.

Forse per questo trovo che l’immagine che presento qui e che allora ho scelto per il mio romanzo possa parlare a molti di noi. Si tratta di uno schizzo del pittore spagnolo Goya, attivo nel periodo della Rivoluzione francese, una bozza per un affresco. Di lui è il celebre “la fucilazione”. Questo disegno raffigura il volto di un angelo. Lo slancio del suo sguardo verso una direzione superiore e ignota sembra esprimere l’entusiasmo e la freschezza dell’età e la tensione ideale che è propria di ogni progetto civile. Questo ragazzo non conosce ancora la rassegnazione e la sconfitta, e neppure conosce il compiacimento dell’eroe o dell’idolo. È in tutta serenità una promessa e una testimonianza di vita.

Ma la cronaca italiana non vuole smentirsi e ci regala in questo 2015 un altro piccolo sconcio, uno sbruffo salmastro negli occhi della schiuma neoliberista: i grandi centri di rivendita di una grande cooperativa italiana non vogliono rinunciare a un sabato di vendite, perché il sabato, si sa, si lavora molto e questo anniversario dei 70 anni lo celebreranno aperti. Questa cooperativa una volta si chiamava anche “la proletaria” o qualcosa del genere. Chi non aveva che le proprie catene da perdere adesso ha invece lauti profitti da difendere, ma sempre morto di fame resta, schiavo del lavoro, della mentalità lavorista, del lavoro per il lavoro – sempre quello degli altri, sia chiaro. Non occorreva certo questa decisione per capire di che pasta sono questi personaggi. Sono gli stessi che ci governano, gli stessi a capo di questo ennesimo governo fantoccio voluto dalla ennesima superpotenza, proprio come i repubblichini di allora contro cui combatterono e vinsero i partigiani. Ma il rammarico resta, perché questo ennesimo piccolo scempio è un’offesa alla civiltà e alla nostra storia.