Ma un altro Aventino non ci sarà

Secessione_dell'AventinoSi vive una strana atmosfera in quest’autunno italiano. Da una parte ci sono i renzianissimi, quelli che Renzi ormai ha ammazzato tutti i nemici interni e esterni e si erge inarrestabile verso il futuro, con la Nazione al seguito. Dall’altra parte ci sono tutti gli altri, che però, secondo la vulgata renziana, non fanno testo. Gli oppositori interni? Si oppongono unicamente per spirito di sopravvivenza, ma saranno travolti, nella sinistra italiana le correnti ci sono sempre state e anche i toni sono sempre stati forti, insomma nulla di nuovo sotto il sole, se ci sarà la scissione sarà solo l’ennesima scissione senza importanza. Marco Travaglio? E’ un bastian contrario a prescindere, parlò già mesi fa di “democrazia autoritaria”  con dietro tutto “Il Fatto Quotidiano” che si mise a raccogliere firme. E non è significativo neanche, secondo il modo di pensare renziano, il vecchio Piemonte partigiano di Marco Revelli, che sul sempre più fantasmatico “Manifesto” profetizza un “Renzismo terminale” (ah, ma allora non siamo solo noi a non credere molto nel futuro di Renzi). Sì, poi c’è il MoVimento 5 Stelle, ma è chiaramente irrilevante e non ne resterà nessuna traccia, perché Renzi si è appropriato di tutte le sue istanze anti-casta. Però… Però c’è stato l’enigmatico editoriale del solitamente prudentissimo Ferruccio De Bortoli sull’istituzionale Corriere della Sera  e a seguire l’anglofilo Antonio Polito ha firmato un altro editoriale molto lontano dalla tradizione “terzista” del Corriere. Dunque neanche i poteri forti si riconoscono molto in Renzi. Aggiungiamoci le grida sempre più allarmate dell’ex moderato Mariotto Segni (quello che sognò il sindaco d’Italia, ma non si riconosce in questo ex-sindaco), gli editoriali sempre più funerei di Massimo Giannini nell’inutilmente riverniciato Ballarò e poi gli sfottò giornalieri della stampa berlusconiana, che non sapendo bene cosa fare intanto si diverte a descrivere l’epopea renziana con stile satirico (così se bisognava parlar male di Renzi lo si è fatto, ma se non bisognava era solo satira). Più muscolari, come al solito, la Lega adesso in salsa neo-putiniana e la destra tutta, che, nella versione di Storace, Renzi lo vuol proprio rottamare. L’impressione è che insomma, come da millenaria tradizione, gli italiani dei loro governanti si fidino fino a un certo punto e, vista la crisi economica crescente, siano sempre più pervasi da quella sottile inquietudine hitchcockiana che va sotto il nome di “suspense”.
Come si pone in questo contesto “noir” il MoVimento 5 Stelle? Ha celebrato al Circo Massimo a Roma la sua grande kermesse nazionale, approfittando però dell’occasione per imprimere due grosse svolte alla propria azione politica. Svolte annunciate da Grillo nella sua veste di portavoce nazionale, ma lungamente “covate” all’interno dei gruppi parlamentari e nei commenti sul blog nazionale. Prima svolta, il MoVimento 5 Stelle esce dal Circo Massimo decisamente anti-euro. Conferma la volontà di promuovere il referendum, ma con l’indicazione di votare contro l’euro. Certo, per fare il referendum sull’euro occorre una legge costituzionale e non sarà possibile approvarla senza l’apporto di Lega, Forza Italia ed euroscettici sparsi, ma se gli altri si tirano indietro, la legge non viene approvata e il referendum non si fa, solo il MoVimento 5 Stelle potrà dirsi veramente anti-euro. La svolta anti-euro farà felici tutti coloro che hanno attribuito una parte di voti non presi alle Europee all’atteggiamento possibilista del MoVimento 5 Stelle sull’euro, atteggiamento che avrebbe favorito elettoralmente la Lega. In realtà nessuno onestamente può dire oggi se costerebbe di più all’Italia restare nell’euro o uscire dall’euro, nel senso che probabilmente, in entrambi i casi, molto dipende dal modo come si resta o come si esce. Il diavolo, come si sa, si nasconde nei dettagli, però è vero che una situazione critica come l’attuale esigerebbe scelte forti e non le solite piccole ignobili misure della finanziaria renziana, che l’unica cosa che ci regalerà sicuramente tra un anno sarà un aumento del debito pubblico di un altro 3% minimo. Seconda svolta, gli eletti del MoVimento 5 Stelle non passeranno tutta la loro vita dentro le aule del Parlamento, dei Comuni o delle Regioni. Quando Beppe Grillo al Circo Massimo ha pronunciato frasi come “Il Parlamento è una dimensione che non ci appartiene, da domani uscite tutti dal Parlamento e fate le cose che fate in parlamento in una piazza di Roma”, è balenato per un attimo nella mente di tutti l’Aventino. Cosa fu l’Aventino nel 1924 dovreste averlo studiato a scuola, se non ve lo ricordate troppo bene lo trovate riassunto per sommi capi a questo link. Continuamente evocato nella politica italiana (qui sotto un Bersani d’annata di quando il centrosinistra disertò Montecitorio contro Berlusconi), l’Aventino è spesso minacciato, ma poi non se ne fa mai nulla.

Anche questa volta, alle dichiarazioni di Grillo si sono presto aggiunte quelle di Di Battista (che ha preannunciato futuri ostruzionismi ad oltranza, quindi altro che abbandonare l’aula) e poi c’è stato Di Maio, a preannunciare che il MoVimento 5 Stelle si presenterà alle prossime elezioni politiche completo di lista dei ministri. Tradotto, il MoVimento 5 Stelle resta una forza che partecipa alle elezioni per entrare con propri rappresentanti in Parlamento, nei Comuni e nelle Regioni. Dunque non ci saranno le dimissioni in massa dei parlamentari 5 Stelle, che tanto piace ipotizzare ai giornali. No, un altro Aventino ancora una volta non ci sarà, perché l’Aventino è sempre perdente e, oggi come allora, al Quirinale siede qualcuno che non appoggerebbe gli aventiniani. Però, dopo un anno e mezzo di Parlamento, il MoVimento 5 Stelle si è accorto che la sua azione politica non può esaurirsi in Parlamento, tanto più in un Parlamento esautorato di molti suoi compiti dopo le varie derive berlusconiane, false tecniche e renziane. Dunque, più precisamente, “questo” Parlamento è una dimensione che non ci appartiene. E’ un tema non nuovo, non si contano i gruppi politici italiani che si sono posti nel tempo l’obbiettivo di essere contemporaneamente di lotta e di governo. Quindi, nei prossimi mesi, avremo gli eletti 5 Stelle più “assenteisti” in aula e più presenti sul territorio. Ma ecco che si apre un problema non di poco conto per gli eletti, che dovranno avere la capacità politica di discernere quando è importante essere in aula e quando meno. Il MoVimento 5 Stelle si è sempre fatto alfiere della meritocrazia, rimbrottando gli altri gruppi politici di procedere a nomine che dovrebbero essere “tecniche” con criteri esclusivamente politici (vedi ultimo il caso Violante, proposto alla Corte Costituzionale senza possedere i requisiti previsti in Costituzione). La notizia è che tra gli attivisti viene sempre più avvertita l’esigenza che i criteri meritocratici vengano seguiti anche nella scelta delle candidature. Facciamo l’esempio, quasi a caso, del confronto interno sui criteri per le candidature alle prossime elezioni regionali toscane. L’ala internettiana resta ovviamente convinta di fare tutto via web, ma propone un tempo maggiore per poter meglio valutare filmati e curriculum in rete, l’ala politica suggerisce invece di far precedere le votazioni sul web da incontri dei candidati sul territorio. Sono due diversi declinazioni di un’unica esigenza: scegliere i più adatti a svolgere un ruolo difficile. Più che l’Aventino, volendo giocare un po’ sono altri i parallelismi con il 1924: una legge elettorale truffaldina che ha amplificato i seggi di un solo partito (fortunatamente questa volta senza un delitto Matteotti, ma al massimo una defenestrazione Letta), le leggi fascistissime del 1925 e le future possibili leggi renzianissime del 2015, le une che affossarono lo Statuto Albertino e le altre che potrebbero affossare la Costituzione repubblicana. Uscendo fuori dal gioco, come allora la divisione fu tra fascismo e antifascismo, oggi la divisione è tra liberismo e antiliberismo. Contro il fascismo si produsse alla fine una vasta alleanza di forze anche profondamente diverse tra loro, dall’America capitalista alla Russia sovietica e in italia dai liberali ai comunisti. E’ nella forza delle cose che una simile alleanza “ecumenica” finisca con l’aggregarsi contro il liberismo, in tempi più brevi di un secolo fa, perché adesso il mondo va sempre più veloce e i sommovimenti al Parlamento Europeo che hanno visto coinvolti anche gli eletti 5 Stelle vanno in questa direzione. Con la differenza che questa volta saranno probabilmente gli elettori a decidere quest’alleanza, a prescindere dalle varie forze politiche, aggregandosi da qualche altra parte rispetto ai liberisti, dei quali il centrodestra renziano è l’ultima reincarnazione italica. Di sicuro, cercando solo la massimizzazione del profitto, i liberisti sono i fondamentalisti del capitalismo e come tutti i fondamentalisti in prospettiva storica sono destinati alla sconfitta. Se non altro perché il liberismo ha due grossi punti deboli: consuma troppa energia e fa troppi poveri.