Lo strabismo di Angela

“Pericolo scampato anche questa volta…„ penseranno i più, e a ragione, riflettendo sui risultati di queste elezioni politiche nazionali in Germania e confrontandole con quelle francesi che hanno visto la destra della Le Pen battuta da Macron. La “Alternativa per la Germania”, la nuova destra nazional-razzista, non era certo paragonabile per tradizione e dimensioni alla destra francese, ma la sua ascesa era prevista e temuta da tutti. Nelle precedenti politiche nazionali l’Alternativa non era riuscita ad entrare in parlamento e oggi invece è il terzo partito dopo democratico-cristiani, che restano i primi, e socialdemocratici, che perdono insieme ai primi circa il 15% dei voti. I socialdemocratici fanno già sapere che non si proporranno per una nuova coalizione e quindi si parla di una possibile Coalizione Giamaica, non nel senso della liberalizzazione della marijuana, ma perché al nero del partito della Merkel, si aggiungerebbero i Verdi, rimasti stabili, e il giallo dei liberali, anche loro premiati con un raddoppio dei voti, i quali, da essere a rischio esclusione dal parlamento, stanno adesso alle costole dei Verdi appunto e dei Linke, anch’essi stabili.

In questo commento vorrei però sottrarmi ai soliti calcoli di probabilità sulle alleanze o a ragionare nei consueti termini elettoralistici e preferirei sottolineare il dato da tutti riconosciuto come fondamentale, e cioè la chiara affermazione della Destra, abbondantemente annunciata in questi anni nelle elezioni dei singoli Stati componenti la Federazione tedesca. Si tratta di una chiara affermazione politica e di un segnale culturale univoco che non ha senso ridurre o ricondurre al fantasma del nazionalsocialismo, anche se tra le file di “Alternativa” ci sono ovviamente nostalgici e negazionisti e pattume vario. Agitare lo spauracchio del passato, un passato in Germania secondo me debitamente, anche se in ritardo, elaborato attraverso i media e la società civile, non servirà certo a frenare questa ascesa reazionaria, tutt’al più consentirà ai suoi avversari di paludarsi di ideali quanto mai smentiti e logori come la tolleranza civile e il progresso sociale. Occorre secondo me capire al fondo ciò che è veramente in gioco in questa affermazione della Destra e come si sia potuto verificare qualcosa di simile in Germania.

La Germania è senza alcun dubbio il Paese che ha maggiormente goduto della svolta europeista degli ultimi decenni e che attualmente fa da guida agli altri paesi membri dell’unione Europea. Questo risultato è stato ottenuto, secondo me, applicando una politica per così dire strabica: in Europa la Germania è fautrice del neoliberismo e del conseguente libero esercizio del capitale finanziario, perché questo consente alle banche e alle industrie tedesche di appropriarsi di beni costruiti o allocati fuori dai suoi confini. La Germania lavora insomma alla privatizzazione dei servizi di altri Paesi europei perché le proprie banche e industrie se ne possano appropriare al fine di ottenerne profitto privato e andare ad arricchire le già ricche élite delle multinazionali. I Paesi esteri in questo modo impoveriti risultano anche essere un ottimo mercato per esportare i propri prodotti.

La politica interna della Germania è però tutt’altro che neoliberista, qui i disastri e le speculazioni ambientali conosciute in Italia, ad esempio, sarebbero impensabili, e non tanto per questioni meramente geografiche. E’ cosa nota che i Verdi, nonostante le grandi modificazioni di questo partito negli anni, hanno una lunga e radicata tradizione che ha impedito in buona misura che lo Stato ignorasse i temi ambientali. I Verdi in Germania non sono stati una decorazione partitica, insomma, ma hanno in certa misura contato nella politica nazionale al fine di promuovere lo sviluppo economico in modo almeno compatibile con l’ambiente. Questo è stato il loro punto qualificante e rappresenta forse il loro attuale limite.

In Germania non si è nemmeno praticata la macelleria sociale che conosciamo in Italia. Certo, quando si è trattato di far ingoiare qualche pillola indigesta come la riforma del mercato del lavoro, Harz IV del 2005, si è data la briglia ai socialdemocratici, che con il suo capo di allora, Schröder, tuonavano: “Non è più tempo per i fannulloni!” Il fatto resta che questa riforma, se ha peggiorato le condizioni dei suoi utenti, NON ha eliminato lo stato sociale, ma si è limitata a rendere il mercato del lavoro, come si usa dire, più “flessibile” ai nuovi bisogni della produzione e del profitto. Il disoccupato resta comunque tutelato e non finisce nelle mani della mafia o della criminalità, e nemmeno è costretto ad espatriare. In Germania espatriano solo i professionisti, medici per esempio, per passare da stipendi a 4 cifre a stipendi a 5 cifre. La condizione del lavoro in Germania si è inasprita e precarizzata, come ovunque nel mondo, ma non è sostanzialmente peggiorata. Con una industria in crescita esponenziale si garantisce lavoro a tanti, anche se poi gli stipendi medi non crescono da 15 anni. E il lavoro fisso dà entrate certe allo Stato con surplus annuali per le sue casse da capogiro e che NON vanno nelle mani degli evasori fiscali.

Questo strabismo della Grande Coalizione ha retto fino al momento dell’esplosione immigratoria degli ultimi anni. Ma anche qui, la Germania aveva una lunga tradizione di accoglienza e di integrazione che non ha confronti se paragonata all’Italia. Italiani, greci, turchi sono qui già alla seconda o terza generazione, non vivono in ghetti e non sono emarginati. Essere o sentirsi tedeschi conviene e non devi smentire la tua provenienza, anzi. I paesi di provenienza degli immigrati dei decenni precedenti sono diventati tradizionali mete del turismo di massa tedesco, costumi e anche vezzi degli immigrati diventano presto dei simboli per le nuove generazioni. Lo si vede ad esempio dalle pubblicità, dove in fatto di avvenenza e sensualità domina il modello mediterraneo, per non parlare poi della cucina e dell’alimentazione.

A rompere questo circolo, solo in parte virtuoso ma ancora sostenibile, è stata l’ondata migratoria dalla Siria con il suo picco di un milione di persone nel 2015. Perché mai la Germania si sia accollata questo peso, è a mio avviso in buona parte comprensibile ed è una ulteriore accentuazione dello strabismo di Angela. La guerra civile in Siria rientra in un conflitto geopolitico di portata mondiale che ha una chiara matrice e provenienza: l’imperialismo globale degli Usa. La Germania, per confermarsi come principale interlocutore europeo degli Stati Uniti, ha voluto essere protagonista di una politica filoamericana che ne attutisse gli effetti nefasti in Europa. E’ arrivata, fino a poco tempo fa, perfino a fare compromessi con uno come Erdogan in Turchia. In questo modo però il grande disagio e impegno imposti alla società civile tedesca venivano a sommarsi al nuovo pericolo emergente del nuovo Millennio, il terrorismo musulmano. Ciò che fino a quel momento era solo paventato, e debitamente alimentato dai media, diveniva una realtà presente in carne ed ossa. L’immigrato diveniva così, oltre che e un costo economico insostenibile, anche una minaccia culturale, vitale e simbolica.

A fronte di questa situazione l’unica opposizione ancora riconoscibile fino a pochi anni fa erano i Linke. Questo partito, nato dopo lo scossone del Muro di Berlino, era all’inizio composto da nostalgici del regime comunista e presente soprattutto nella ex Germania dell’Est. Negli ultimi anni ha cercato di scrollarsi di dosso questa provenienza grazie a una nuova figura giovanile, Sahra Wagenknecht. Il suo è stato però solo un cambio di facciata. La matrice economicista, propria del peggiore marxismo per la verità, è in realtà rimasta intatta. Questo è forse stato favorito dal particolare sviluppo economico della Germania sopra visto, un po’ in controtendenza rispetto al quadro generale, intendo dire la centralità della fabbrica e del lavoro fisso e a vita. Fatto sta che di qualità della vita e di partecipazione e di protagonismo civile non si trova traccia nei Linke, la forma partito resta il modello per eccellenza di organizzazione politica. I Linke rincorrono il governo sul suo terreno, quello del mero benessere materiale, per sottolinearne la mancanze e le contraddizioni, una specialità della Sinistra in generale, e non per metterne in questione il progetto complessivo.

L’affermazione della Destra in queste elezioni è secondo me il frutto di questo complesso quadro. L’enorme sviluppo economico tedesco ha giocato a favore del suo tradizionalistico conservatorismo ed ha indirettamente alimentato sogni nazionalistici; ma lo stesso contesto internazionale di questo sviluppo ha richiesto manovre dolorose e impopolari come quella della politica di accoglienza. In questo modo l’anelito nazionalistico, di chi si sente minacciato nel suo status di privilegio in parte anche meritato, ha reagito sulla componente meno sviluppata di chi conduce una vita prosaica e fatta di lavoro, l’emotività, ed ha portato alla creazione di una minaccia fantomatica, quella dell’invasione del musulmano, e di una affermazione identitaria altrettanto fantomatica. Si tratta comunque di una emozionalità rozza e primitiva, fatta di risentimento e pronta a rinverdire vecchie fobie come l’antisemitismo, ma a cui manca il terreno proprio per una rinascita del fascismo. Probabilmente l’opinione pubblica giocherà invece questa partita proprio su questo terreno, paventando pericoli del passato come minacce presenti. Io credo inutilmente.

Il capitale finanziario segue fedelmente lo strabismo della Merkel e non si affiderà mai al nazional-razzismo di “Alternativa”. In Germania un Trump non vincerà mai. Il punto è però un altro e cioè quello di capire se questo strabismo, e le sue attuali conseguenze come la rinascita di una Destra, potranno ancora continuare a lungo o se invece un ripensamento di questa linea politica potrà esserci e a partire da chi. Forse occorrerebbe considerare i due fenomeni unitariamente e capire che una politica cinica e materialistica genera solo odio razzistico e vuote passioni identitarie prive di qualunque adeguata valenza simbolica. Forse sarebbe il caso di iniziare anche in Germania una politica che metta al centra il cittadino e il suo vivere in Comune, non solo e non tanto per la sua nazionalità e il suo benessere, ma per la integrità della sua esistenza come abitante di questa terra. Non è solo l’ambiente in questione e neppure il posto di lavoro e la pensione dignitosa, ma è la “necessità di vivere bene”, come diceva Marsilio da Padova (XIV sec.) in quanto abitanti della città, ciò che la politica deve far proprio. E questo non per un velleitario anelito utopico, ma per saper veramente affrontare, anziché vanamente contrastarla e subirla, la globalizzazione. E’ proprio dal riconoscimento dei mille legami materiali, personali e culturali che ci vincolano e ci distinguono gli uni dagli altri e ci legano a un mondo che è possibile fare una politica con i piedi per terra, pragmatica e giusta.