La stecca

Una delle parole che dipingono meglio il nostro tempo è “postproduzione“, perché ormai siamo ben oltre la riproducibilità dell’opera d’arte così cara a Andy Warhol. L’informatica consente ogni aggiustamento e si perde così tutto il fascino della diretta, quel piacere un po’ sadico del teatro, dove lo spettatore può ammirare a tu per tu il talento dell’artista, ma nello stesso tempo quasi spera che prenda una papera o una stecca, per sentirlo più umano e quindi più vicino a lui. La politica a volte si fa ancora in diretta e Alessandro di Battista, di passaggio alla festa de “Il Fatto Quotidiano”, alla Versiliana di Pietrasanta, lo scorso 3 settembre 2017 ha umanamente steccato. Artefice di tutto il giornalista Peter Gomez, che ha chiesto cosa sarebbe successo del limite dei 2 mandati (in vigore per gli eletti del MoVimento 5 Stelle), qualora la prossima legislatura dovesse durare poniamo solo 6 mesi. Lo spaesamento totale di Di Battista di fronte alla domanda, ben evidente nel video, dimostra innanzi tutto che Peter Gomez è un giornalista vero e non concorda preventivamente le domande con l’interlocutore. Il magico Dibba prima dice che non ci avevano pensato e poi ricorre al repertorio e tira fuori il sempreverde “deciderà la rete“. Solo a questo punto le celluline grige di Poirot si riattivano e comincia a spiegare che la prossima legislatura durerà e che comunque ci sono validi motivi per mantenere il limite dei 2 mandati. Certamente a una legislatura breve non ci crede nessuno, perché il giorno dopo le elezioni ci saranno a Roma 1.000 persone che hanno vinto la lotteria e non avranno nessuna intenzione di tornare a casa e uno straccio di governo qualsiasi lo rimedieranno comunque. Ma qual è il senso del limite dei 2 mandati e perché sarebbe un errore marchiano abolirlo? Il MoVimento 5 Stelle nasce con regole precise, una serie di regole per impedire alcuni diciamo così “inconvenienti” che hanno rovinato i partiti italiani. Queste regole possono sembrare astruse, pazze, incomprensibili in nord Europa, perché sono figlie della politica italiana. In altri paesi il fatto che ci siano persone che hanno fatto della politica una professione non ha comportato grandi danni per il cittadino comune. Ma in Italia i professionisti della politica di fatto si sono coalizzati contro il cittadino comune. È un fenomeno complesso, non ancora del tutto indagato nelle sue ragioni profonde e che affonda le radici in un passato molto lontano. Logico quindi che, volendo costruire un gruppo politico diverso dagli altri, i 2 cofondatori abbiano pensato tra le altre cose ad un limite di mandati per gli eletti. Ma il limite è anche la conseguenza del rifiuto tenace che Gianroberto Casaleggio aveva della leadership, essendo curiosamente lui stesso un leader, anche se di quel genere “naturale” del padre che tenta disperatamente di far rigare dritto i figli. Dunque 2 mandati, cioè nel MoVimento 5 Stelle puoi ricoprire una carica elettiva al massimo per 10 anni. Al massimo, non al minimo e quindi il limite dei 2 mandati vale anche in caso di scioglimento anticipato dell’assemblea elettiva a cui eri stato eletto. E il limite vige per qualsiasi livello, non può mai ripartire da zero se per esempio dal Comune passi alla Regione. E questo perché tu sei utile, ma non sei indispensabile, perché come te ce ne sono tanti e nessuno deve credersi Napoleone. È un bellissimo concetto, che mette insieme diversi valori: l’altruismo e la modestia, ma anche l’orgoglio di aver potuto contribuire senza sopraffare nessuno. Il limite dei 2 mandati è una di quelle 3 o 4 cose che fanno avvertire il MoVimento come un gruppo politico diverso dagli altri, abolirlo significherebbe dare ragione all’incessante campagna tesa a dimostrare che non è vero. La filosofia del sono tutti uguali ha in Italia la sua culla, come non ricordare lo storico slogan “Francia o Spagna basta che se magna”. Nei confronti del MoVimento, fallite tutte le altre sofisticate trovate del marketing, la campagna del sono un partito qualsiasi sta riprendendo vigore alla grande, con in prima linea tutti i dietrologi, tutti i complottisti e tutti gli espulsi, i fuorisciti e i licenziati, insomma tutti quei profeti incompresi che loro sì avrebbero fatto mirabilie, se solo gli altri gli avessero dato retta. Ultimamente sono entrati in scena anche gli esclusi dalle votazioni, sempre più spesso riammessi dai giudici. Ci sono questi tipi bizzarri, che delle regole interne non hanno capito nulla, ma vorrebbero essere riammessi alle votazioni interne ed essere votati dagli iscritti a un gruppo politico, dopo avergli fatto causa. Mah, sarà tutta questa cocaina che c’è in giro. Poi ci sono invece le anime semplici, che hanno fatto di alcuni parlamentari più esposti mediaticamente del MoVimento i loro eroi e che con la regola dei 2 mandati temono di perderli. Ma se la la regola dei 2 mandati fosse posta in votazione tra gli iscritti al MoVimento sarebbe riconfermata alla grandissima, oltre che per la sua profonda eticità, anche perché, non sto scherzando, una percentuale indescrivibile degli iscritti si è iscritto per diventare parlamentare. Il resto sono distratti, curiosi, quelli che pensavano di firmare una petizione e quelli che pensavano fosse un videogioco. E infatti la stecca del Dibba ha prodotto in rete il putiferio assoluto ed è toccato all’altro ragazzo-immagine del MoVimento, Di Maio, rassicurare tutti che di stecca si era trattato e che i 2 mandati restavano svettanti nel cielo a imperitura gloria del MoVimento. Già, però anche il controllatissimo Di Maio, più o meno negli stessi giorni, era incappato in qualche papera. Ovviamente il “bisogna parlare con tutti” sarebbe stato più credibile se, accanto a imprenditori e finanzieri, avesse incontrato anche i lavoratori, dipendenti e autonomi. O forse li avrà incontrati, ma non con lo stesso chiasso mediatico e sarebbe molto informativo se pubblicasse una lista dei suoi incontri negli ultimi anni, a parte ovviamente i comizi e le pizzate, anche perché questi incontri sono ormai un genere letterario. E non puoi sorvolare troppo sul referendum sull’euro, dopo che sopra ci hai fatto una sarabanda totale, con tanto di raccolta di firme. Sulla pagina fb del Meetup “Amici a 5 Stelle Pisa”  ci siamo divertiti a postare qualche ricordo del recente passato in materia. Poi possiamo discutere su quali domande fare agli elettori, ho già detto sulla mia pagina fb che preferirei più di 2 opzioni, per decidere anche come restare o come lasciare. Oppure dici che ti sei sbagliato e che l’Italia non reggerebbe all’assalto dei mercati nei diversi mesi che ci vogliono per fare una legge di rango costituzionale che permetta un referendum su un trattato internazionale, ma allora la cosa va esplicitata e qualcuno dovrà prendersi qualche responsabilità. Altro putiferio assoluto in rete ed è toccato al povero Marco Valli, da Bruxelles, postare sul blog un rassicurante post anti-troika. Perché il problema è sempre il solito, più volte affrontato sul Bar 5 Stelle: chi è bravo o pensa di essere bravo a prendere voti con le tecniche del marketing è destinato ad essere un pessimo governante. Berlusconi di questo è la dimostrazione lampante e anche il suo emulo Renzi, peraltro assai più maldestro del maestro anche nel marketing. Sarò un tipo originale, ma continuo a pensare che col marketing alla fine i voti si perdono. È bastato un banale accordo tecnico tra i palazzi vaticani di Gentiloni e i servizi segreti di Minniti per relegare il Giglio Magico alla sua reale dimensione, molto locale. Il PD, ormai non lo penso più solo io, ha un’unica possibilità di sopravvivere, cioè rottamare Renzi. Tornando a Di Maio, ha potuto sfruttare la sua posizione di vicepresidente della Camera per accreditarsi come il volto istituzionale del MoVimento. Sono un po’ patetici i suoi colleghi parlamentari che da sempre si lamentano di questo, avendolo a suo tempo votato all’unica carica istituzionale alla quale possa ragionevolmente aspirare un gruppo di opposizione. Va bene, si sa, i 5 Stelle sono gli eterni dilettanti della politica, ma c’è sempre qualcuno meno dilettante degli altri. Ora è stata lanciata questa storia che il MoVimento 5 Stelle deve andare alle elezioni con un Presidente del Consiglio votato in rete e dei ministri designati in anticipo. Le regole della politica classica direbbero che indicare il Presidente lo si fa in un sistema maggioritario (come c’è nei Comuni e nelle Regioni), ma se il Parlamento lo eleggiamo col proporzionale, il governo si fa dopo a bocce ferme. È lodevole il fatto che il MoVimento faccia tesoro dell’esperienza e il candidato Presidente, in Sicilia, scelga i suoi possibili futuri assessori direttamente, senza gli pseudo bandi pubblici e le commissioni interne che hanno portato molta confusione in diversi Comuni a 5 Stelle. Ma il Presidente del Consiglio lo incarica per Costituzione il Presidente della Repubblica sentiti i gruppi parlamentari e il candidato con più probabilità di formare un governo che ottenga la non sfiducia delle Camere potrebbe non essere quello votato dalla rete. Anche sui ministri, il Presidente della Repubblica è costituzionale che dica la sua e poiché l’attuale Presidente è un galantuomo di garbo, non sarebbe proprio elegante mettergli sotto il naso una lista dei ministri troppo pre-confezionata. Quanto alla speranza che facendo designare dalla rete un candidato Presidente questi abbia poi la strada spianata coi futuri gruppi parlamentari, non è detto. Ma anche facendolo eleggere ai futuri parlamentari 5 Stelle, c’è un grosso problema tecnico ad accontentare tutti quelli che vorrebbero farlo loro il Presidente. Forse la vera ragione di tutta quest’insistenza sul candidato Presidente ce l’ha disvelata il regolamento appena varato per questa votazione: più che altro sarà eletto il “capo politico”, secondo l’arcaica definizione delle leggi elettorali italiane, un confuso pastrocchio distillato in più stagioni politiche e mai coordinato. In fondo è giusto, perché non poteva continuare a farlo Grillo, altrimenti avrebbe contraddetto la regola più importante del MoVimento, dove tutti gli incarichi “politici” sono a termine. Ecco allora che nel mondo underground della rete serpeggia da tempo un’idea: a maggior ragione dopo che è stato varato un regolamento che consente di candidarsi a un folto numero di aspiranti, non c’è bisogno di votare per forza per i 2 o 3 che entrano Papa in conclave. Per ora è solo una sensazione, un’inquietudine che nell’immediato non riuscirà a spostare le masse, ma che nei prossimi anni continuerà a serpeggiare.
I più audaci arrivano a sognare Beppe Grillo che la sera del prossimo sabato 23 settembre annuncia dal palco di Rimini: “Abbiamo votato, ma non è stato eletto nessuno, perché ognuno ha votato per se stesso. L’unico leader del MoVimento è il MoVimento”. Arrivederci a Rimini.

Post scriptum. In un recente articolo della cronaca pisana de “Il Tirreno”, Di Maio e Di Battista vengono definiti “i 2 colonnelli grillini”, che starebbero sponsorizzando la candidatura alla Camera di qualcuno in particolare. Non solo la notizia è ovviamente destituita di ogni fondamento, ma questa leggenda metropolitana denuncia una totale ignoranza dei meccanismi interni dei 5 Stelle. Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, capitati come è accaduto anche a molti di noi in una storia più grande di loro, sono stati incaricati del gravoso compito di pubblicizzare mediaticamente il MoVimento, perché non si poteva pretendere che facesse tutto il povero Beppe Grillo. Questo ha reso felici gli attivisti telespettatori che lamentavano l’assenza dei 5 Stelle nei TG e nei talk show e ha reso i 2 molto famosi, ma non li ha resi più potenti all’interno del MoVimento, dove non ci sono né generali né colonnelli, ma solo persone che si dividono le incombenze. Le candidature nel MoVimento, ormai dovrebbero saperlo anche i sassi, non sono mai decise dall’alto e quasi chiunque può candidarsi, con le regole e le condizioni che si trovano a questo link. Poi io continuo a sognare una politica meno costruita, fatta senza tutto questo marketing. I sogni muoiono all’alba, ma la notte insegue sempre il giorno e la notte tornerà, con i suoi sogni.