La sconfitta dell’establishment e del mainstream

Donald J. Trump è il 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America. Per mesi il mainstream americano ed italiano (dopo queste elezioni presidenziali e la Brexit il giornalismo italiano si deve solo che vergognare) ci hanno venduto le loro illusioni, dandoci la signora Hillary Clinton per vincente, diffondendo sondaggi farlocchi esattamente come le loro illusioni. Una pletora di capre presuntuose e saccenti con la pretesa di essere pure colte e, per questo, più intelligenti degli altri, un mondo fatto di apparenza e di nessuna sostanza, un mondo di speculatori finanziari, un mondo di banche d’investimento, un mondo di guitti dello star system del cinema/tv/musica/sport, un mondo di finte ONG indipendenti, un mondo di giovani smart agognanti l’ultimo modello di i-phone, un mondo che era pronto a votare una donna che aveva destabilizzato mezzo Medio Oriente, generato le ultime versioni del terrorismo islamico, seminato fame e miseria in Nord Africa ed in Siria, e che prometteva ferro e fuoco contro Russia (batterie missilistiche in Romania e Polonia, manovre Nato nei Paesi Baltici, colpo di Stato in Ucraina) e Cina. Spesso solo in ragione del suo essere donna.

Trump è l’ennesima dimostrazione che il politicamente corretto non funziona più. La gente non vuole essere rassicurata, né dai commentatori televisivi né dagli analisti finanziari né dalle borse mondiali. La gente vuole risposte. E se si tratta anche solo di “cambiare” già quella è una risposta buona. La sconfitta della Clinton è una sconfitta dell’establishment (almeno una parte consistente) e molti americani l’hanno vissuta come la sconfitta dell’arroganza del potere. C’è molta continuità fra i fatti di oggi e quello che è successo negli ultimi mesi nel mondo. Prima i muri dei Paesi dell’Est, poi la “Brexit”. La gente vuole protezione, sicurezza, lavoro. La gente vuole risposte. E forse ha bisogno di riappropriarsi di quel profilo identitario che la globalizzazione vorrebbe cancellare. E pur di averle è disposta a passare sopra a un linguaggio rozzo e ad un’immagine politica sopra le righe, se non altro perché fuori dagli schemi politici tradizionali. Il primo avversario di Trump è stato proprio l’establishment del partito repubblicano e più i candidati repubblicani alle primarie venivano asfaltati uno dopo l’altro (ben sedici!) e più il partito avversava Trump. L’endorsment della famiglia Bush per la candidata Clinton testimonia quel processo di convergenza tra partiti conservatori (destra) e progressisti (sinistra) trasversale a tutti i paesi occidentali che vede oramai la politica subalterna ai poteri forti finanziari neo-liberisti. Una degenerazione del sistema che, per forza di cose, provoca la nascita di forze alternative completamente nuove o l’affermazione di candidati percepiti come outsider (anche se il termine potrebbe esser fuorviante) laddove c’è un sistema presidenziale come negli USA. E di novità così ne arriveranno altre, ad iniziare dalla Francia l’anno venturo. Se queste novità, nate dalla crisi della politica tradizionale, siano poi in grado di governare e realizzare quello che promettono lo dirà il tempo.

Trump rappresenta il capitalista classico di quell’America industriale e produttiva che creava benessere diffuso e lavoro e si contrappone ai capitalisti finanziari delle banche d’investimento, delle speculazioni in borsa e della delocalizzazione a danno della working class e delle realtà produttive. E la mappa del voto, Stato per Stato, rappresenta questo. I partiti tradizionali sono effettivamente un contenitore, oramai, di arroganti prevaricatori e di opportunisti in rapporto di sudditanza. Le pochissime voci critiche vengono isolate ed emarginate come disfattisti, rompicoglioni o “obsoleti”. Nel breve periodo il mainstream mediatico, sostenuto nei suoi costi spropositati dai poteri finanziari, riesce a tenere buona l’opinione pubblica raccontando balle a go go, ma poi è inevitabile che la gente si accorga, nel quotidiano di tutti i giorni, che i conti non tornano. E nel medio periodo il perseverare nella menzogna ha il solo risultato nel delegittimare proprio i media che, a quel punto, non sono più in grado di condizionare in maniera determinante i cittadini. Obama è stato uno dei peggiori presidenti della storia americana, ma essendo stato eletto come campione del politically correct, i media hanno continuato a sostenerlo in maniera fideistica senza critiche, negando spesso l’evidenza. Ed hanno fatto lo stesso con la Clinton che da segretario di Stato è stata pessima. Trump vince nonostante avesse contro tutti i principali giornali ed emittenti televisive (esclusa la FOX)!!! Il tycoon Trump spende 70 milioni di dollari per la campagna elettorale contro gli 83 della Clinton foraggiata da milionarie donazioni private di gruppi attivi politicamente, i cosiddetti PAC. Trump ha sostanzialmente combattuto finanziariamente questa campagna elettorale da solo ed ha vinto. La Clinton è riuscita a perdere anche in Wisconsin dove i repubblicani non vincevano dai tempi di Ronald Reagan!

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La classe media non si accontenta più della retorica, che sia quella delle continuità istituzionali, della solidità dei mercati, delle solidarietà pronunciata a parole o dell’accoglienza senza reale umanità. La gente, quella che una volta si chiamava popolo, l’ha capito che è tutto uno sterile esercizio dell’arte oratoria… Gli Europei (e gli Italiani), che piaccia o no “ai borghesi benpensanti”, sono avvisati… Adesso dovranno fronteggiare l’amara sorpresa: l’America non è (più) quella che pensavano loro. Una cosa è certa: quella che volevano era peggiore.

Tutti questi sconvolgimenti sono una conseguenza, soprattutto, della crisi profonda della sinistra che ha raggiunto un livello spaventoso, in primo luogo in Europa ed in Italia. Come mirabilmente spiegato dal prof. Bagnai ci troviamo di fronte, oramai a due sinistre. Alla sinistra di “governo” (che è una destra) si associa una sinistra “critica” (che non è una sinistra), accomunate entrambe da una caratteristica che non dovrebbe essere “di sinistra”: la subalternità (al capitale). Subalterne, ma in modi diversi e con conseguenze diverse. In particolare, se la subalternità della sinistra di “governo” è più facile da smascherare e da combattere, la subalternità della sinistra “critica” è ancor peggio perché paralizza, in questo momento, qualsiasi capacità di elaborazione di una precisa e solida strada alternativa di portata sistemica.

Citando sempre Bagnai, “la subalternità della sinistra di ‘governo’ si manifesta nell’idea che occorre piegarsi ai voleri di entità sovranazionali, in modo da acquisire la reputazione di paese disciplinato nell’osservare le regole, perché questo consentirà, in un indefinito futuro, di sedersi a un ipotetico tavolo di un fantomatico negoziato avendo una evanescente credibilità che consentirà di difendere con una improbabile risolutezza delle imprecise rivendicazioni. Quello che vuole rispettare le regole per cambiarle. In realtà, chi vuole rispettare le regole lo fa perché vuole rispettarle, e vuole rispettarle perché, come sappiamo benissimo la medicina amara che le regole impongono va bene a lui per primo, dato che il risultato di queste regole è sempre e comunque una ridistribuzione del reddito dal basso verso l’alto, cioè verso gli strati sociali dove, comme par hasard, si trova chi queste regole vuole imporci”. La Sinistra di “governo” persegue politiche di destra scientemente senza però dirlo apertamente per non perdere i voti degli ingenui e quella italiana ne è il più fulgido esempio.

La Sinistra “critica” minoritaria è subalterna invece, perché ingessata, come è, dalle stantie logiche di appartenenza si lascia dettare l’agenda politica dalla destra. “I problemi (la deflazione salariale imposta dall’euro, la gestione della migrazione funzionale a questo progetto di deflazione) sono di chi ne soffre, e chi ne soffre sono gli strati sociali più bassi (inclusi commercianti, professionisti, piccoli imprenditori manifatturieri e dei servizi non finanziari, coltivatori diretti, ecc.). Se vuoi essere di sinistra, devi risolvere i problemi di queste persone, che non sono risolvibili se non attraverso una ridefinizione complessiva del rapporto dell’Italia con l’agenda neoliberista europea (euro compreso  perché l’integrazione finanziaria attribuisce al capitale un devisivo vantaggio sul lavoro). Questa sinistra che non capisce che facendo favori al capitale non si fanno favori al lavoro dà un pessimo spettacolo di sé, e induce ai peggiori sospetti”.

Se la destra “sociale” rileva la “rilevanza” di certi problemi e parla alla gente colpita da questi problemi che è poi quella che tradizionalmente faceva riferimento alle forze progressiste, non è disconoscendo questi problemi che la sinistra “critica” aiuterà quelle classi subalterne che dice, a parole, di voler difendere. Rimarrà confinata nella sua nicchia del 5%, magari colto ed erudito, ma incapace di interpretare il mondo intorno a sé. Non è un caso, a parte qualche eccezione, che questa sinistra “critica”, dall’alto del suo piedistallo, non abbia mai compreso i motivi dell’affermazione sulla scena politica italiana del MoVimento 5 Stelle.