La questione tecnica

In teoria è semplice: negli stati moderni, i politici eletti decidono cosa va fatto e i tecnici lo fanno (ma funzionava così anche negli stati antichi, quando i regnanti assurgevano al trono senza elezione, ma i tecnici c’erano già allora). Poi però, come sempre, nel passare dalla teoria alla pratica le cose si complicano. Non c’è mai un unico modo per fare le cose decise dai politici e spesso è anche difficile decifrare cosa vogliono che sia fatto di preciso i politici, specie in Italia dove le Leggi sono sempre largamente interpretabili e ci si affida sempre a qualche circolare interpretativa. Poi ci sono anche le ambizioni personali: forti delle loro competenze, per molti tecnici è difficile resistere alla tentazione di fare i politici e anche i politici hanno le loro idee tecniche sul come dovrebbero funzionare le cose. In genere quando i tecnici tentano di fare i politici gli va male (ultimo caso clamoroso l’avventura elettorale di Mario Monti, che peraltro anche come tecnico non aveva riscosso questo grande successo). Ma anche i politici che si improvvisano tecnici non vanno fortissimo (ultimo esempio l’ineffabile Matteo Renzi, che ci dice ogni giorno che siamo in ripresa economica nell’incredulità generale). L’eterno conflitto tra politici e tecnici è tornato ancora una volta sulla scena con le ultime vicende dei 5 Stelle a Roma. Avendo sul tema, anche se molto molto in piccolo, un doppio conflitto d’interesse (che non so bene se si annulla o si somma), non potevo non parlarne. Vediamo in capitoli alcune cose che sono successe a Roma, cercando il più possibile di essere oggettivi, come al solito per quanto è stato possibile capire da quanto è stato raccontato, non avendo partecipato direttamente agli avvenimenti.

§ 1 – I giuristi e lo statistico.
I 4 consiglieri comunali 5 Stelle eletti nel 2013 a Roma, all’epoca dell’elezione di Marino, erano tutti dell’ala “secchiona” del MoVimento. Già nel 2013, quindi, nel Comune di Roma l’ala “movimentista” risultava essere in minoranza, almeno tra gli elettori, anche se magari era maggioritaria negli attivisti. Alla fine del 2014 per i movimentisti arriva però un duro colpo, con l’avvocato di Beppe Grillo che diffida dall’uso del simbolo il Meetup 878 del celebre fustigatore Ernesto Leone Tinazzi. Per inciso, l’episodio rientra in quella lunga serie di casi dove è stato accompagnato alla porta chi voleva trasformare il MoVimento 5 Stelle in qualcosa di diverso dal progetto originario dei 2 cofondatori (ne avevo già parlato abbondantemente in alcuni post precedenti e il caso Pizzarotti fa parte della lunga serie). Tornando al 2013, probabilmente chi aveva dato la preferenza ai 4 eletti aveva letto i loro curriculum. Il candidato sindaco Marcello De Vito era un avvocato, come del resto Virginia Raggi. Anche Enrico Stefàno era laureato in giurisprudenza, con un curriculum un po’ particolare, che metteva insieme l’economia e l’esplorazione spaziale, insomma vasti orizzonti. Il quarto consigliere, Daniele Frongia, era uno statistico con competenze informatiche. Con l’elezione a consiglieri, i 4 divennero senz’altro più conosciuti di prima e alla prematura caduta di Marino, quando si trattò di scegliere chi mettere in lista con le votazioni in rete, ovviamente furono tra i più votati, anche perché in Consiglio Comunale il loro lavoro di opposizione lo avevano fatto. Subito prima delle votazioni in rete 2016, però, si diffusero voci su un presunto dossier per screditare De Vito, ordito dagli altri 3 consiglieri. Gli interessati però smentirono tutto e in effetti il dossier, ammesso sia mai esistito, non venne mai reso pubblico, anche se i soliti bene informati assicuravano che in quelle carte De Vito veniva ingiustamente accusato di abuso d’ufficio. In coincidenza con l’apertura delle votazioni sul blog di Beppe Grillo qualcuno (i maligni pensano subito ovviamente a De Vito) fa trapelare la non notizia che la Raggi proveniva da uno studio legale il cui titolare ha un fratello, anch’esso avvocato, che ha lavorato per Previti e Berlusconi. E’ una non notizia, perché la Raggi l’aveva scritto sul proprio curriculum da consigliera, pubblicato sul sito del Comune di Roma, anche se non l’aveva ripetuto sul curriculum pubblicato sul blog di Beppe Grillo in occasione delle votazioni in rete. In seguito si saprà che nel passato della Raggi c’era anche un praticantato forense (quella specie di servizio civile che bisogna svolgere per diventare avvocati) svolto nello studio proprio di Cesare Previti, il celebre ex senatore di Forza Italia dall’avventurosa vita, condannato ed estromesso dal Parlamento più o meno per aver corrotto un giudice. Su queste basi i dietrologi costruiranno la narrazione della Raggi come testa di legno dei poteri forti di Roma, che vistisi persi dopo lo scandalo di “Mafia Capitale” si sarebbero presentati divisi alle comunali per farla vincere e continuare in realtà a governare loro. Sono gli stessi dietrologi che a Livorno assicurano che Nogarin l’ha fatto sindaco il PD e quindi, facendo finta di cambiare tutto, in realtà la politica del PD sarebbe continuata a Livorno tale e quale a prima. Il punto debole di queste ricostruzioni è che se i poteri forti a Roma e il PD a Livorno disponessero di menti così raffinate e poteri divinatori tali da immaginare piani siffatti con la possibilità di realizzarli, sarebbero stati anche capaci di vincere le elezioni in prima persona. Per inciso, alcune decisioni operative dei 2 sindaci, dall’ospedale di Nogarin alle Olimpiadi della Raggi, non sono propriamente in linea con il PD e i poteri forti. Tornando alle votazioni in rete di Roma, il favorito come candidato sindaco si poteva pensare fosse De Vito, che aveva già ricoperto il ruolo nel 2013. Invece vince la Raggi, forse perché agli attivisti 5 Stelle piaceva l’idea del primo sindaco donna o forse perché la Raggi nei 3 anni precedenti era riuscita a farsi notare e aveva convinto molti, a cominciare da Daniele Frongia, già considerato da tempo come un suo fedelissimo (e infatti sarà scelto alla fine come vicesindaco, al termine di una complicata vicenda legal-burocratica perché come ex consigliere non poteva fare, sembra di aver capito, il capo di gabinetto). La vicinanza “politica” di Frongia alla Raggi darà luogo al gossip di una loro presunta relazione, subito smentita dagli interessati. Tuttavia l’andamento delle votazioni interne al MoVimento di Roma per la scelta del candidato sindaco 2016, con Raggi e Frongia alleati e Stefàno mai veramente in corsa, sembrerebbe smentire l’altra interpretazione, quella dei minimalisti, per cui la Raggi sarebbe una novellina della politica, una perfetta incapace. Segnatevi tutto, compreso che a De Vito è stato in seguito assegnato il prestigioso ma innocuo incarico di presidente del Consiglio Comunale, e continuiamo nel racconto.

§ 2 – La consulenza all’ASL di Civitavecchia.
Durante la campagna elettorale ambienti del PD fanno scoppiare il caso della consulenza all’ASL di Civitavecchia, dichiarata a metà da Virginia Raggi quando era consigliera. L’argomento è giuridicamente ostico e in campagna elettorale non sposta un voto, a indagini esperite si scoprirà che l’errore l’avevano fatto i funzionari del Comune di Roma, facendo riempire ai consiglieri un modulo nel quale il caso della Raggi non era contemplato. A scusante dei funzionari il fatto che era una delle prime volte che ai consiglieri comunali veniva applicata la legge Severino e quindi come al solito c’era un problema di interpretazione. Tutta la cosa ruotava comunque intorno a una cifra di mille e rotti euro. Anche il modo col quale la Raggi aveva ottenuto quella consulenza e il modo col quale la consulenza era stata prorogata erano assolutamente a norma di legge, fermo restando che le leggi si possono sempre migliorare.

§ 3 – Il rugbista.
Cedendo alle insistenze dei giornalisti e per evitare che dicessero che solo Giachetti si era presentato con la giunta quasi fatta, i 5 Stelle romani annunciano prima del ballottaggio alcuni nomi di possibili futuri assessori, alcuni dei quali sono diventati effettivamente assessori. In realtà annunciare gli assessori prima non è mai una mossa felice, perché questo genere di nomine debbono essere ben ponderate, anche tenendo conto dell’andamento dei risultati elettorali e della situazione che trovi in Comune e questo puoi farlo solo dopo le elezioni e con calma. Quei nomi furono scelti presumibilmente per curriculum, secondo i principi meritocratici che fanno parte da sempre del MoVimento, tanto più che la lista era appunto guidata di fatto dall’ala “secchiona”. In questi casi si chiede in giro e ci si guarda intorno, tra le persone che si conoscono, non avendo per scelta precisa il MoVimento una struttura di partito alla quale attingere. Tra gli altri venne così adombrato come futuro assessore allo sport il rugbista Andrea Lo Cicero. Qualche giorno e arriva implacabile l’esame web, che accerta alcune frasi incaute a sfondo sessuale postate in rete in passato dall’assessore in pectore. Finisce che Lo Cicero viene revocato prima ancora di essere nominato, facendo intendere a mezza bocca che c’era anche un problema di quote rose in giunta. L’episodio è interessante, perché dimostra come può funzionare in pratica quell’intelligenza collettiva delle rete di cui sul blog di Grillo molto si è scritto.

§ 4 – Il professore e la magistrata.
Il Comune di Roma economicamente è in un baratro, l’assessore al bilancio non può essere il primo che passa per la strada. Curriculum dopo curriculum, si arriva alla nomina di Marcello Minenna, proveniente direttamente dalla Bocconi e con un passato anche all’Ufficio Ispettorato della Consob, che per la verità è da sempre al centro di forti contestazioni circa l’efficacia dei suoi controlli sulla Borsa e le banche. Minenna viene accolto col tappeto rosso e oltre al bilancio gli vengono affidate le partecipate, facendone di fatto un super-assessore. Non pago di ciò, chiede e ottiene che a capo di gabinetto venga nominata la magistrata Carla Romana Raineri, anche lei proveniente da Milano, ma che aveva già messo piede al Comune di Roma con il commissario Tronca. La Raineri chiede che il Comune di Roma le paghi il suo stipendio da magistrato più un rimborso spese per stabilirsi a Roma, in totale circa 190.000 euro lordi all’anno. Anche qui scatta l’esame web e qualche parere legale sparso. All’attivista medio 5 Stelle quello stipendio sembra troppo alto, segno che l’attivista medio 5 Stelle non ha ben presente quanto guadagnino i magistrati. Nessuno se lo ricorda, ma uno degli effetti collaterali del terrorismo degli anni ’70 fu la maggiorazione degli stipendi ai magistrati, tema sul quale oggi tutti preferiscono glissare. Insieme all’esame web, arrivano i pareri legali, che sono contrastanti. Alla fine la Raggi decide di rivolgersi all’Autorità Nazionale Anticorruzione (quella dell’onnipresente Raffaele Cantone) per il parere definitivo. La decisione non fa una grinza, perché l’A.N.AC è quella che sovraintende agli atti della Pubblica Amministrazione. Il verdetto è che un incarico con quel livello di stipendio non può essere affidato per nomina diretta, bisogna passare da un bando. Ma a quel punto, fare un bando per poi riaffidare l’incarico alla medesima Raineri sarebbe stata una farsa che tutti ci avrebbero riso sopra, inevitabile quindi la revoca. La Raineri, da brava tecnica totalmente digiuna di politica, prima difende i 190.000 euro con parole che all’elettore medio suonano alquanto provocatorie, poi afferma di essersi dimessa un giorno prima che fosse revocata e se ne torna su al nord, accennando a oscure manovre e diffuse illegalità, ma senza entrare nel merito, cosa che per un magistrato non è il massimo. A questo punto succede l’imprevisto: Minenna (che probabilmente aveva già incontrato qualche ostacolo nei suoi progetti) prende la revoca (o le dimissioni, fate voi) della Raineri come un affronto personale e se ne torna anche lui al nord, non senza aver lanciato cosa nuova oscure accuse. Intanto Ferdinando Imposimato, magistrato notoriamente vicino ai 5 Stelle, accusa Cantone di avere sbagliato ad interpretare la legge (i 2 evidentemente sono di scuole giuridiche diverse), ma ormai è troppo tardi, chiunque dei 2 avesse giuridicamente ragione. Il massimo del grottesco lo raggiunge il noto giornalista Sergio Rizzo, sostenendo che il quesito a Cantone era scritto in modo tale che Cantone non poteva che rispondere come ha risposto. Dal che si deduce che neanche negli ambienti giornalistici Raffaele Cantone deve godere di molta stima, se si pensa che le sue pronunce dipendano da come gli si richiedono le cose.

§ 5 – L’economista e gli ingegneri.
Alle dimissioni di Minenna seguono immediatamente quelle dell’economista Alessandro Solidoro dall’azienda dei rifiuti, dove era stato messo dallo stesso Minenna. Poi si dimettono dall’azienda dei trasporti anche gli ingegneri Armando Brandolese e Marco Rettinghieri, che in realtà erano già dati in uscita a prescindere. Nominati dal commissario Tronca, con i loro precedenti trascorsi al contestatissimo (dai 5 Stelle) Expo di Milano erano subito apparsi una appendice tecnica della vecchia politica. L’effetto mediatico dei 5 tecnici dimessisi in poche ore è enorme. La stampa italiana riscopre da un momento all’altro il giornalismo d’inchiesta e le vicende della giunta Raggi occupano per molti giorni le aperture di tutti i giornali, di tutti i GR e di tutti i TG. L’intento di screditare i 5 Stelle è chiarissimo, così chiaro che alla fine i 5 Stelle si ritroveranno promossi sul campo come l’unica alternativa possibile a Renzi a al PD e scusa se è poco, detto alla romana. Il pensionato Pier Luigi Bersani sintetizzerà il concetto in una delle sue celebri metafore: “Picchi il cane, picchi il cane e alla fine la gente sta col cane”.

§ 6 – La consulente.
Non se ne è parlato per niente, ma nell’Italia di questi ultimi anni non c’è stato solo un duro confronto tra le forze politiche e segnatamente tra il MoVimento 5 Stelle e tutti gli altri. Parallelamente, c’è stato anche un duro confronto tra 2 diversi modi di intendere il ruolo del tecnico all’interno delle aziende pubbliche. Da una parte i tecnici preoccupati di compiacere i politici, dall’altra quelli che cercavano di mandare avanti la baracca. Il problema “tecnico” del  MoVimento 5 Stelle è di convincere i secondi che con il MoVimento potranno avere il ruolo che meritano. Virginia Raggi deve aver seguito questo ragionamento quando come assessore all’ambiente e ai rifiuti ha pensato a Paola Muraro, ex consulente dell’azienda dei rifiuti, che la Raggi aveva avuto modo di conoscere quando era solo una consigliera comunale. Dopo essere stata nominata assessore, la Muraro viene a conoscenza di essere stata iscritta nel registro degli indagati per la propria precedente attività di consulente (atto scontato, nel quadro delle indagini che stanno coinvolgendo le passate gestioni). Lo dice alla Raggi e la Raggi lo dice al cosiddetto mini-direttorio, un gruppo di parlamentari 5 Stelle che si era improvvidamente offerto di sovrintendere alla giunta capitolina. Il mini-direttorio, nella persona di Paola Taverna, avvisa il direttorio quello vero, nella persona di Luigi Di Maio. Il MoVimento 5 Stelle ha condotto una delle sue prime battaglie contro il Parlamento dei condannati (ripeto: condannati), ma nei media, truffaldinamente, la parola condannati è stata tradotta prima in rinviati a giudizio e poi in iscritti nel registro degli indagati. E’ vero che chi si candida nel MoVimento 5 Stelle non deve avere procedimenti penali in corso, ma se il procedimento arriva dopo l’elezione (o la nomina, nel caso degli assessori), non c’è l’obbligo delle dimissioni, che arriva solo dopo la condanna in primo grado (anche di questo ho ampiamente discettato in un precedente post). Inutile dire che per gli altri gruppi politici le dimissioni arrivano solo in caso di arresto e a volte neanche in quel caso lì. Tutti sapevano che la Raggi ci teneva ad avere un’esperta come la Muraro come assessore e, trattandosi appunto solo di un’iscrizione nel registro degli indagati, neanche di un’informazione di garanzia, Luigi Di Maio non dà peso alla cosa, anche perché crede che quell’iscrizione sia dovuta a una denuncia di esponenti PD e non all’iniziativa autonoma del Pubblico Ministero. La Raggi (al contrario di Pizzarotti a Parma) aveva dunque avvisato chi doveva, ma senza avere risposte né indicazioni su come di sarebbe dovuta comportare. Nel dubbio, decide di tenersi per sé la notizia, fino a quando la cosa è emersa durante l’audizione in una commissione parlamentare dove probabilmente avrebbe potuto anche non andare. A quel punto si scatena il secondo inferno, dopo quello dei 5 dimissionari. Post su Facebook di singoli personaggi vengono elevati dai giornalisti a linea di tutto il MoVimento o a espressione di correnti interne al MoVimento, con annesse faide. Compaiono magicamente sui giornali mail e SMS che mini-direttorio e direttorio si erano scambiati tra di loro, alla faccia della privacy. Del resto anch’io sono stato vittima di episodi simili, da parte di gente che confonde la trasparenza con la voglia di gogna. E’ ovvio che se scrivo una mail privata dò per scontate una serie di cose che so che il mio interlocutore conosce, se mi rivolgo al pubblico in generale devo contestualizzare la cosa, pertanto rendere pubbliche mail private è fuorviante e quindi disonesto, ma tant’è. Sul chi è stato, ovviamente, ci sono alcuni sospetti, ma nessuna certezza. La storia però ha effetti catartici sul MoVimento, che tra il raduno romano di Nettuno e quello nazionale di Palermo chiude il mini-direttorio (una bizzarra idea romanesca fuori dalla “tradizione” 5 Stelle), ricalibra gli incarichi affidati ai vari parlamentari, direttorio compreso, e ribadisce l’ovvio, cioè che dopo la morte di Casaleggio padre restano Grillo e il suo staff, che comprende al suo interno Casaleggio figlio. Intanto tutti sono ormai convinti di aver trovato la colpevole del disastro dell’azienda dei rifiuti di Roma: non i dirigenti e gli assessori che si sono succeduti nei decenni, ma l’oscura consulente Paola Muraro, accusata in primis di aver riattivato un impianto di proprietà del novantenne Manlio Cerroni, per decenni il monopolista dei rifiuti a Roma. Trascurando il particolare che nessuno, dal verde Rutelli al rosè Veltroni al nero Alemanno, ha dotato la capitale dei necessari impianti, per cui al momento è inevitabile usare anche quello di Cerroni e portare la spazzatura a smaltire fuori Roma. Costruire nuovi impianti e riappropriarsi del ciclo dei rifiuti richiederà tempo e soldi, soldi tra l’altro che il Comune di Roma non ha. Ma, appunto, la colpevole è Paola Muraro, vittima di un’aggressione mediatica totale, fino a sostenere che le sue consulenze sarebbero state ottenute per vie sessuali, che è poi l’accusa che da sempre gli uomini invidiosi fanno alle donne che hanno fatto carriera. Va bene, con Berlusconi è successo, ma non si può generalizzare. Da ultimo arriva Renzi, che, in calo di consensi, decide di alzare i toni che manco Grillo e accosta la Muraro a Roma Capitale, beccandosi una querela dalla Muraro e una risposta piccata dalla Raggi, che finisce così querelata dal PD (ma aveva ragione la Raggi). Ovviamente a questo punto la Muraro è definitivamente incamminata sul sentiero del capro espiatorio e sarà presto sollevata dall’incarico, perché i tempi della giustizia italiana non consentono di celebrare il processo in tempi brevi e nell’attesa sarà dichiarata colpevole fino a prova contraria e dimissionata d’ufficio. A meno che si attenui fortemente la pressione mediatica, dopo l’assoluzione di Marino e di molti consiglieri regionali (il più famoso il leghista Cota), indagati a suo tempo per la nota storia degli scontrini. L’impressione è che, nella caotica legislazione italiana, neppure i giudici siano riusciti a capire dove mettere di preciso il confine tra legittimo rimborso e peculato.

§ 7 – I successori.
La Raggi, che resta pur sempre un avvocato, pensa di sostituire Minenna con un giudice in pensione della Corte dei Conti, tale Raffaele De Dominicis. Sorgono però 3 difficoltà insormontabili: è iscritto anche lui nel registro degli indagati per abuso d’ufficio, è stato segnalato alla Raggi dallo studio legale presso cui lavorava e soprattutto prima di essere nominato già esternava a vanvera ai giornalisti. Insomma il curriculum c’era, ma mancava tutto il resto. Dopo giorni di passione, la soluzione viene trovata ridividendo in due l’assessorato unico di Minenna, un classico della politica italiana. Al bilancio va uno stretto collaboratore della Raggi, Andrea Mazzillo. Fu con Veltroni, ma è nel MoVimento a pieno titolo dal 2012, quindi tutto a posto (un gruppo politico nato nel 2009 non è così scemo da impedire la partecipazione a chi prima del 2009 faceva politica ovviamente in un altro gruppo politico). Alle partecipate l’imprenditore veneto Massimo Colomban, uno di quelli del nordest con i quali il MoVimento ha da tempo avviato una intensa collaborazione, conformemente al suo programma di sostegno alla piccola e media industria italiana. In Toscana, dopo la sua nomina, su Facebook alcuni attivisti 5 Stelle hanno ricordato che la sua ex-azienda (poi donata ad alcuni suoi ex-dipendenti) ebbe un sub-appalto per i 4 ospedali toscani edificati con la finanza di progetto, metodo che fu molto contestato dal MoVimento 5 Stelle. Tuttavia quella decisione fu del PD ed è difficile sostenere che la prese per favorire l’amico dei 5 Stelle, che tutto lascia credere finì nell’affare solo in seconda istanza. Poi certo ci sono i soliti dietrologi che sono certi siano tutti massoni e i massoni si aiutano tra di loro.  Restando alla politica, mettere un veneto con un passato para-leghista (ma lui dice di aver appoggiato Zaia per uscire dall’era Galan) a capo delle partecipate di Roma è di una finezza diabolica. Una bella occasione di riscatto contro Roma ladrona, dopo che il Veneto con le sue banche, in Veneto, si è sotterrato abbastanza da sé e soprattutto ha sotterrato tutte le sue velleità indipendentiste.

§ 8 – I comunali.
Raffaele Marra e Salvatore Romeo sono entrambi, con ruoli diversi, dipendenti del Comune di Roma. Sotto la gestione Marino, i due entrano in contatto con i consiglieri 5 Stelle e in pratica gli fanno da ciceroni nel palazzo. Una volta eletta sindaco, Virginia Raggi pensa di usarli in ruoli di responsabilità. Anche in questo caso parte il tam tam sull’importo degli stipendi, ma soprattutto viene montata dentro e fuori il MoVimento una tragedia greca sulla provenienza “alemanniana” di Marra (che però, si verrà a sapere dopo, con Alemanno alla fine ci aveva litigato e per questo era stato spostato in Regione ai tempi della Polverini). Cominciano a comparire sulla stampa accuratissime ricostruzioni di come Marra e Romeo si sarebbero messi sempre di traverso a Minenna e alla Raineri, praticamente andavano a raccontare tutto al sindaco. La Raineri (quella dei 190.000 euro) si oppone fieramente, Codici alla mano, ai 120.000 euro assegnati a Romeo. Marra, ex finanziere, viene dipinto dai giornalisti come un ambizioso irascibile attaccabrighe che vuol fare carriera, reo anche di aver scritto il famoso quesito al quale Cantone non poteva dire di no. Capita anche che alcuni parlamentari 5 Stelle e/o loro parenti chiedano su fb in pratica le dimissioni per Marra e Romeo (che essendo dipendenti comunali non possono essere licenziati senza aver commesso nulla e che quindi un qualche lavoro in Comune lo dovranno pur fare). Alla fine, per quieto vivere, gli stipendi dei 2 verranno ridimensionati, assegnando loro compiti meno prestigiosi.

§ 9 – Le correnti.
Un altro filone molto battuto dai giornalisti in queste settimane è stato quello delle guerre fratricide all’interno del MoVimento. Per abitudine, si tende ad applicare al MoVimento i modelli dei partiti tradizionali e quindi in molti hanno parlato di “correnti”. Il termine corrente però è improprio, perché una corrente è un gruppo organizzato intorno a un dirigente politico che paga le spese. Nel MoVimento 5 Stelle non c’è nessun parlamentare in grado di sostenere economicamente una corrente tradizionalmente intesa, cioè un sotto-partito con sedi e dipendenti. E figuriamoci se c’è qualcuno con amicizie così altolocate da farsi pagare una fondazione come ha fatto D’Alema, che con la sua fondazione “Italianieuropei” ha salito il gradino che c’è tra le correnti e le lobby. Molto più semplicemente, sin dall’inizio nel MoVimento 5 Stelle c’è un’ala “movimentista” e un’ala “secchiona”, basta pensare ai due cofondatori per rendersene conto e non c’è bisogno di spiegare da che parte stava Gianroberto Casaleggio. Anche nel piccolo microcosmo pisano l’esistenza di 2 Meetrup questo testimonia. Nella breve ma intensa vita del MoVimento, le due ali alternativamente hanno sia lavorato insieme che litigato furiosamente, compresi i 2 cofondatori. Poi i più attenti saprebbero facilmente individuare alcuni sotto-insiemi delle 2 ali, ma in questa sede è inutile scendere troppo nei dettagli. I movimentisti sono impulsivi, caciaroni, indefessi organizzatori di iniziative per pochi intimi, infaticabili creatori di pagine facebook e di Meetup nelle lande più desolate. Nel loro album di famiglia restano indelebili lo streaming con Bersani e la dichiarazione programmatica “Non sono una politica”. I secchioni sono pigri, ragionatori oltre il ragionevole, istituzionali. Pretendono di essere rassicuranti, spesso sono solo noiosi. Nel loro album di famiglia seminari di approfondimento snobbati dall’intellighenzia e faldoni di documenti ignoti anche a quelli che li hanno scritti. Tendono a frequentare ambienti economico-politico-sociali con lo spirito dei missionari tra gli infedeli, ma l’unica cosa che riescono ad ottenere è quella di far arrabbiare i movimentisti su facebook. Provate a rileggere quello che avete trovato scritto sui giornali a proposito delle vicende romane tenendo presente cosa sono le 2 ali del MoVimento e tutto torna. Ma le 2 ali c’erano prima di Virginia Raggi e ci saranno dopo. Per garantire che il continuo scontro tra le 2 ali distruggesse il MoVimento, sin dall’inizio gli esponenti più “estremisti” di entrambi i fronti sono stati sagacemente espulsi, in genere dopo averli pregati di smettere. Anche nel caso di Roma, come ha sempre fatto, a un certo punto Grillo ha pregato le teste calde di smetterla, con un elegante twitter dove ringraziava chi si fosse astenuto da ulteriori commenti politicamente a pera.

§ 10 – Lo streaming.
Da qualche settimana non si riesce più a tenere il conto di quelli che rimproverano al MoVimento 5 Stelle di non fare più dirette streaming. Non è chiaro se lo dicono perché si augurano che con gli streaming il MoVimento guadagni consensi o li perda, visto che dopo gli streaming con Bersani e Renzi fu tutto un coro a dire che per il MoVimento era stato un errore farli. Ripartiamo allora come sempre dai fondamentali: le dirette streaming il MoVimento 5 Stelle le ha sempre richieste per i consigli regionali e comunali e per le commissioni regionali e comunali. Per estensione le dirette furono richieste in occasione degli incontri tra le delegazioni ufficiali del MoVimento 5 Stelle e del PD. Furono anche richieste per le consultazioni con il Presidente della Repubblica, ma al Quirinale si smarcarono. Nessuno ha invece mai detto che queste dirette andassero estese alle riunioni interne al MoVimento o alle riunioni delle giunte a 5 Stelle. In molti Comuni italiani le dirette web delle sedute consiliari c’erano già prima che nascesse il MoVimento 5 Stelle, nei Comuni dove non c’erano i consiglieri a 5 Stelle le hanno richieste, a volte ottenendole e a volte no. Pisa è un caso particolare, perché c’è solo la diretta audio e nonostante le ripetute richieste dei consiglieri a 5 Stelle non si riesce ad avere il video,  benché tecnicamente sarebbe tutto pronto. La solita inerzia burocratica o boicottaggio politico? Forse solo la tradizionale inefficienza della macchina comunale pisana. Il PD trasmette sul web le sue direzioni nazionali, ma non vale perché lo sanno anche i bambini che si tratta solo di una rappresentazione teatrale, le decisioni che contano anche nel PD si prendono in privato. E infatti non vengono trasmesse dirette delle riunioni della segreteria. E’ vero che alcuni Meetup dell’area 5 Stelle usavano o usano ancora mandare via web le loro assemblee, ma le assemblee dei Meetup sono pubbliche per postulato (e così le varie graticole degli aspiranti candidati, qualcuna l’abbiamo pubblicata anche noi a Pisa). Però c’è da chiedersi quante persone si siano prese la briga di vedere queste cose, l’unico caso in cui forse si superarono i 10 fruitori fu quella riunione a Firenze che praticamente finì a botte (i fiorentini, si sa, guelfi e ghibellini).

§ 11 – Il sindaco (donna) di Roma.
In questi primi mesi di governo 5 Stelle a Roma sono successe così tante cose che semplicemente elencandole in maniera pedissequa ho debordato ampiamente dalla lunghezza standard di un post sul web. Anche i giornalisti hanno contribuito ad allungare il brodo, dando per esempio per certe ulteriori dimissioni che non lo erano. E’ una storia collettiva, ma è una storia così “tramosa” che gli americani prima o poi potrebbero pensare di ricavarci un film e nella mentalità americana un film si costruisce intorno a un protagonista. In questo caso il protagonista sarebbe ovviamente donna, cioè Virginia Raggi. Non ci sarebbe nulla da inventare e del resto io l’ho sempre detto che ormai la fiction è finita, perché la realtà basta e avanza. Virginia Raggi in pochissimi mesi ha vinto le primarie interne, vinto le elezioni, fatto fuori la cordata dei tecnici, pensionato il minidirettorio, evidenziato alcune incongruenze della non-organizzazione del direttorio (che poi sarebbe il comitato direttivo, secondo la definizione di Casaleggio padre), riconsacrato Beppe Grillo a padre spirituale del MoVimento, ottenendo nello stesso tempo il riconoscimento unanime che sul Comune di Roma alla fine chi decide è il sindaco, cioè lei (che si è tenuta chi ha voluto). Non sapremo mai se tutto questo Virginia Raggi l’ha fatto per caso o con premeditazione, ma a questo punto che cifra potrebbe essere usata per un film su Virginia Raggi? Con i suoi modi pacati, qui in Toscana può far venire in mente “L’acqua cheta” di Augusto Novelli, ma era tutta un’altra epoca, dove era bello guidare i cavalli. Vincenzo De Luca l’ha definita “bambolina”, ignorando o forse no il dimenticato romanzo “La bambolona” di Alba De Céspedes, magari qualcuno ricorderà ancora il film che ne trasse Franco Giraldi, protagonisti Isabella Rey e Ugo Tognazzi. E’ verosimile che gli americani alla fine opterebbero però per una versione moderna degli intrighi rinascimentali, che tanto affascinano gli anglosassoni. Il modello ci sarebbe, è “Il segno del comando” (titolo che è tutto un programma), lo sceneggiato di Daniele D’Anza non a caso dall’incerto finale. La sua scena più citata si svolge in una taverna, dove Giorgio Onorato canta (nella versione originale per sola chitarra) “Cento campane”, la celebre canzone tardo-romanesca di Fiorenzo Fiorentini. Quelle parole proverbiali “… ‘na donna o ‘na strega che vaga in ‘sta città…”, quegli occhi di Carla Gravina, che nello splendore dei sui trent’anni dice con noncuranza “… abbiamo l’abitudine di cenare tardi qui a Roma…”.

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I 5 “tecnici” dimissionari a Roma