La matematica di Gilberto Govi

Alassio-GoviGilberto Govi (1885-1966) (qui accanto ritratto in caricatura in una delle mattonelle del celebre muretto di Alassio), fu il creatore della comicità genovese, che prima di lui non esisteva. Al contrario di Totò, che fu il compendio, l’apice e il suggello di almeno 3 secoli di comicità napoletana. Dopo Govi, con Grillo, i Broncoviz e poi Crozza da solo e qualche minore, la comicità genovese ha esplorato altre strade, anche se il primo Grillo, con la “vocina” e i testi di Antonio Ricci, deve molto a Govi. Gli autori di Govi, umanisti di provincia, trattarono alcuni temi eterni della condizione umana, già protagonisti della commedia dell’arte, come il contrasto genitori-figli o i sette peccati capitali. Loro scrivevano in italiano e Govi poi volgeva tutto in genovese, stretto quando si esibiva in Liguria e più vicino all’italiano quando era in trasferta. Govi fu un attore, anzi un mattatore, prevalentemente teatrale, di quel teatro “all’antica italiana”, come lo definiva Sergio Tofano. La nostra fortuna di posteri fu che però visse abbastanza da consentire alla neonata televisione di riprendere dal vivo alcune delle sue commedie più celebri, i suoi cavalli di battaglia. Quelle riprese hanno un interesse storico anche dal punto di vista tecnico, perché, con mezzi ovviamente molto pionieristici, cercavano di portare il linguaggio teatrale nel linguaggio televisivo. Allora i dirigenti RAI erano tutti illustri intellettuali cattolici e tendevano a fare una televisione pedagogica (quindi con molte censure, politiche e non), ma non avevano la consapevolezza dell’importanza documentaria di quello che la televisione produceva. Per questo i nastri con le registrazioni venivano riutilizzati per le produzioni successive ed è stato così che non abbiamo più, per esempio, le registrazioni di “Giovanna, la nonna del corsaro nero”, musical cult della tv dei ragazzi dell’epoca. Ci furono anche le cancellazioni “politiche”, come quella della Canzonissima 1962 di Dario Fo e Franca Rame, di cui ci resta solo la sigla, più beffarda che satirica (potete vederne alcuni spezzoni all’inizio del filmato qui sotto).

Alcune delle registrazioni di Govi si salvarono, narra la leggenda, grazie alla caparbietà di un oscuro dipendente della sede RAI di Genova, grande appassionato di Govi, che ebbe il coraggio civile e culturale di infischiarsene delle direttive aziendali, salvando quei nastri. Sono solo 6 le commedie di Govi giunte fino a noi in edizione integrale (di altre ci resta solo l’audio) e quelle riprese ci restituiscono il Govi “anziano”, al culmine della sua maturità artistica. Complice l’essere genovese, per il resto d’Italia Govi venne associato soprattutto alla figura dell’avaro. Assolutamente mitica la scena del sigaro in “Pignasecca e Pignaverde”, servito da una delle sue “spalle” storiche.

Oppure la gag “Gassetta e pomello” (asola e bottone) ne “I manezzi per majâ na figgia”, dove Govi fa il vecchietto genovese simpatico ma un po’ rintronato.

Però fin qui siamo, appunto, alla commedia dell’arte, sia pure di altissimo livello. Ma Govi aveva ambizioni più “impegnate”, che tuttavia ebbe quasi paura a mettere in pratica. Ambizioni sul piano artistico (avrebbe voluto fare Molière in genovese, ma non ne ebbe mai il coraggio) e però anche qualche ambizione sul piano dei contenuti. Certo nelle commedie di Govi c’è il trionfo del perbenismo piccolo borghese, come direbbe la sinistra elegante, ma da quel perbenismo possono nascere a volte conseguenze impreviste. E’ difficile pensare al caso quando Govi, volendo provare a cimentarsi nel cinema, tra tutte le sue commedie sceglie di portare sullo schermo proprio “Colpi di timone“. Il film (del 1942, in piena guerra) è più “serio” della versione teatrale e denota, in pieno fascismo (e Govi era senz’altro un fiero conservatore), una carica etica inusuale per l’epoca (e anche per le epoche successive, almeno in Italia). Da attore consumato, Govi si rese subito conto di non saper padroneggiare il cinema e fu deluso da quell’esperienza, tanto da tornare sul set solo altre 3 volte (e l’ultima fu poco più che una comparsata).

GrilloParlantePiù di settant’anni dopo, è inevitabile rivedere, nella lotta del Capitano Giovanni Bevilacqua contro il Commendator Felice Precordi, modi e contenuti di certe sfuriate del Grillo a 5 Stelle. Perché il perbenismo piccolo borghese a volte si rivolta e sono sfracelli. L’indignazione come pietra miliare del MoVimento 5 Stelle: l’indignazione contro i corrotti, che si abbatte anche sui presunti corrotti o sui possibili futuri corrotti, in un crescendo rossiniano fino alle espulsioni, apoteosi della teatralità. A proposito: qui sopra c’è l’edizione integrale di “Colpi di timone“, dura un paio d’ore ma se non l’avete mai vista trovate il tempo di guardarvela. E anche se l’avete già vista, rivedetevi gli ultimi 15 minuti: sono una pietra miliare del teatro prima di Brecht, sono l’apice di una vita in palcoscenico, sono la lezione definitiva sul significato della locuzione “tempi comici”, sono una delle cose da vedere assolutamente nella vita. Nella commedia Giovanni Bevilacqua trova il coraggio di dire la verità solo perché crede che gli resti poco da vivere. Nella realtà Beppe Grillo la morte in faccia l’ha vista almeno un paio di volte e certo sono esperienze che ti danno coraggio. Ma al contrario di quello che potrebbe apparire ad un’occhiata distratta, il vero nemico, per Grillo come per Govi, non è Felice Precordi il corrotto, ma è l’italiano medio che non s’indigna, che non si assume mai le proprie responsabilità e che chiamato alle urne si astiene. E’ tutta per lui quella chiusa geniale “Che vigliacco!“.


Il paradosso matematico di Govi del post precedente non è un vero paradosso matematico, ma solo uno scherzo. I tre amici pagano in tutto 27 lire, 25 all’oste e 2 al garzone. In precedenza avevano pagato 30 lire, ma dopo aver ricevuto le 5 lire di resto (delle quali 2 le danno al garzone) la cifra diventa di 27 lire, richiamare le 30 lire è imbrogliare i conti. Per imbrogliarli meglio, Govi aggiunge alle 27 lire la mancia del garzone, che invece c’è già compresa. La storiella di Govi è una versione matematica della storica tecnica teatrale del “discorso imbrogliato”. Epigoni moderni di questi tecnica (anche questa molto sfruttata nella commedia dell’arte) sono il Dario Fo di “Mistero Buffo”, il Peppino De Filippo di Pappagone e soprattutto i fratellli De Rege, dei quali purtroppo non ci restano documenti filmati in coppia (solo qualche spezzone audio), anche se possiamo riviverli attraverso la rivisitazione che ne fecero Walter Chiari e Carlo Campanini.  Visto com’è facile imbrogliare i conti, specie se quello che lo fa è un tipo simpatico, che ci sa fare? Vi ricorda nessuno?