La guerra delle piattaforme

La nostra è la società dell’immagine (in tutti i sensi) e ormai da tempo le dotte disquisizioni sul linguaggio non verbale non sono più circoscritte agli specialisti della materia. Eppure la parola, tra gli umani, conserva tutta la sua storica importanza. Benchè periferico rispetto all’inglese e soprattutto al cinese, l’italiano tutto sommato è ancora tra noi e annovera come sempre parole che cadono in disuso, parole nuove e parole che cambiano significato prevalente. Vero emblema di quest’ultimo caso è la parola piattaforma. Negli anni ’70 la piattaforma era quella delle manifestazioni, quante serate perse a discutere quali obbiettivi e quali slogan dovevano contrassegnare il corteo della settimana successiva. Ed era sulla base delle piattaforme che si allacciavano e si rompevano le alleanze tra le forze politiche di una certa area. Poi, con il riflusso degli anni ’80, le piattaforme furono solo spaziali, lanciate verso la colonizzazione dello spazio. Una bellissima idea, che come tutte le bellissime idee si scontrò ben presto con le solite compatibilità economiche e le piattaforme spaziali si fermarono assai vicino alla Terra. Sarà l’informatica, nel duemila, a rilanciare il termine in un contesto completamente diverso: con le piattaforme informatiche ci si collega al web e si controlla il conto in banca, si fanno acquisti, ci si insulta e si fa amicizia. Da qui a buttarla in politica il passo era breve e il passo lo fece il partito pirata, che qualche successo elettorale lo ha ottenuto, in Germania e in altri paesi del Nord Europa. Con la loro piattaforma, i pirati discutono e decidono cosa fare. Quando nacque in Italia il MoVimento 5 Stelle e fu subito chiaro che era la forza politica più informatizzata del paese, alcune anime semplici si aspettavano che adottasse la piattaforma pirata. Non andò così e molti scoprirono in quell’occasione che nel MoVimento dell’estroso ed estroverso Beppe Grillo c’era anche un cofondatore molto più riservato. Il perché di quel gran rifiuto provammo a farcelo spiegare dagli informatici del gruppo di Pisa, che ci descrissero la piattaforma pirata come un reperto archeologico malamente riadattato ai tempi moderni, difficile da usare e con alcuni clamorosi malfunzionamenti. Nel loro ardore cibernetico, i nostri attribuivano proprio all’inadeguatezza della piattaforma il ripiegamento del partito pirata in termini di consensi. Provammo inutilmente a fargli notare che, in una società complessa, fare un partito con al centro solo ed esclusivamente il web ti condanna alla marginalità. Sia come sia, preso atto che la piattaforma pirata in Italia non era passata, alcuni irriducibili cominciarono a progettare altre piattaforme, in pratica cloni italiani della piattaforma pirata, riveduta e corretta. Il progetto più famoso e più articolato su questo versante è Airesis. Narra la leggenda metropolitana che gli sviluppatori di Airesis abbiano illustrato a suo tempo le loro idee a Gianroberto Casaleggio, che però si guardò bene dallo sposare la causa. Quindi i nostri ripiegarono sui gruppi locali, ma in Toscana, questa è la notizia, gli attivisti del MoVimento 5 Stelle hanno bocciato Airesis come piattaforma per lo sviluppo del programma da presentare alle elezioni regionali del 2015. Del resto neanche dalle altre regioni ci sono notizie confortanti per Airesis, che resta confinata, dal punto di vista politico, a realtà molto ristrette. Il perché è presto detto: si tratta in sostanza di un macchinoso gioco di ruolo, in cui a seconda della qualifica che ti è stata assegnata puoi fare o non puoi fare alcune cose. Tutto si riduce in sostanza ad una serie infinita di votazioni, in cui comunque gli amministratori (o come diavolo si chiamano) guidano la partita, a diversi livelli di responsabilità. C’è dunque un primo problema di capire come funziona il farraginoso meccanismo e c’è un secondo problema di trovare il tempo per seguire tutte le fasi in cui viene parcellizzata ogni singola decisione. Alla fine, insomma, con piattaforme di questo genere a decidere sono solo i famosi “attivisti da tastiera”, che passano la vita davanti al computer. Il “Sistema Operativo” adottato a livello nazionale dal MoVimento 5 Stelle per discutere e decidere si muove su un piano diverso: il parlamentare presenta in rete la sua proposta di legge, gli iscritti al sito nazionale la commentano e poi il parlamentare tira le fila della discussione, modificando la proposta in base a quanto emerso. Le conoscenze informatiche per partecipare alla discussione a questo punto sono minime e ciascuno può postare in poco tempo il suo punto di vista, all’insegna naturalmente dell’uno vale uno. Per argomenti particolarmente importanti si procede invece ad una votazione vera e propria, anche in più tappe (come è avvenuto per la legge elettorale), ma sempre badando bene di porre quesiti chiari, che possano essere decisi con un sì o con un no. Rispetto al cartaceo dei partiti tradizionali, la partecipazione che può assicurare teoricamente il web è maggiore, ma i critici affermano che anche in questo modo c’è sempre un livello superiore che prende l’ultima decisione (il parlamentare quando decide come correggere la sua proposta di legge o lo staff nazionale quando decide cosa porre in votazione e cosa no). La piattaforma pirata e i cloni come Airesis sono davvero i sistemi web più democratici? Non lo sono quando escludono tutti coloro che hanno conoscenze informatiche limitate e che hanno poco tempo, ma poi nessuno può realmente garantire che una votazione via web non venga truccata. Le votazioni “politiche” via web sono ancora in una fase embrionale e il MoVimento 5 Stelle sotto questo aspetto è pionieristico e ha “scoperto” che non esistono “certificatori” con esperienza in questo settore, nuovissimo non solo in Italia, ma in tutto il mondo. Dunque al momento non resta che fidarsi, di Airesis per chi lo usa e del parlamentare o dello staff nazionale per gli attivisti del MoVimento 5 Stelle. Nel caso del parlamentare la trasparenza è data comunque dal confronto che ognuno può fare tra i commenti postati e il risultato finale. Nel caso dei cofondatori e dello staff, diciamo che è un po’ complicato concettualmente entrare a far parte di un gruppo politico e non fidarsi di nessuno degli altri componenti. Con la stessa logica, nessuno ti può garantire che nel pane che compri non ci sia stato messo dell’arsenico: nella vita un po’ bisogna fidarsi, ovviamente non ciecamente e fino a prova contraria. Dunque, dicevamo, gli attivisti del MoVimento 5 Stelle usano molto il web, ma soprattutto la posta elettronica e i suoi derivati (reti sociali comprese). Si potrebbe pensare che i tempi non sono ancora maturi per approcci più complessi, la sensazione (per ora) è che se questi futuribili approcci saranno talmente complessi da risultare escludenti, chi vuol far politica in materia seria non li adotterà mai. E’ una conclusione politicamente significativa, che caratterizza fortemente la natura del MoVimento 5 Stelle come si sta sviluppando. Naturalmente nessun editorialista se n’è accorto, tutti presi a correre dietro alle cortine fumogene di Renzi.