La Ghismunda che è in ognuno di noi. Femmineo e Cittadinanza in Boccaccio

Questa novella (Decameron, giornata IV, novella 1) sembra rivelare un lato tragico di Boccaccio, e in effetti pare qui di assistere a una tragedia moderna, come una ripresa dell’Antigone di Sofocle, dove la donna è tramite di affermazione di una legge di Natura più profonda di quella del potere politico.

A introduzione di queste considerazioni può essere utile vedere cosa Boccaccio personalmente afferma sul ruolo e il significato dell’essere donna. Come apprendiamo dalla piccola novella inserita nella “Introduzione” alla giornata IV, c’è una distinzione fondamentale da fare: ci sono le “femine” o “papere” e c’è la donna – analoga distinzione ritroveremo anche orgogliosamente affermata da Ghismunda. La donna è in generale il tramite di una trasformazione della personalità dell’uomo che l’ama. La donna non è l’Amore, ma per suo tramite l’Amore agisce sull’innamorato e lo trasforma radicalmente nel suo comportamento mondano. Boccaccio afferma qui di aver scritto il Decameron per le donne: “Le quali cose io apertissimamente confesso, cioè che voi mi piacete e che io m’ingegno di piacere a voi”. Quel che più di tutto affascina il Boccaccio è la “donnesca onestà”, cioè l’essere donna come virtù civile, come esempio di atteggiamento mondano.

Sarebbe però d’altra parte sbagliato, come si tende ad affermare, vedere nella donna una sorta di pretesto o uno strumento pari ad altri. La donna è tramite o meglio occasione di incivilimento dell’uomo – e un’occasione va afferrata, richiede iniziativa – proprio perché incarna la sessualità, qualcosa che l’uomo inurbato dei Comuni e per così dire incivilito ha dovuto mettere da parte o come si dice sublimare. Quello della donna è dunque un ruolo di completamento dell’uomo, di desublimazione e reintegrazione di una fondamentale parte rimossa nel suo inconscio a favore del raziocinio e del governo del mondo. Boccaccio lo afferma chiaramente qui: “per ciò che io conosco che altra cosa dir non potrà alcuno con ragione, se non che gli altri e io, che v’amiamo, naturalmente operiamo; alle cui leggi, cioè della natura, voler contrastare troppe gran forze bisognano […]”. Solo la donna è occasione di riscoperta dell’Anima per l’uomo. La donna è simbolo dell’archetipo femmineo. Boccaccio sembra dunque consapevole di far valere un meccanismo psicologico, quello della proiezione in una persona, per affermare una istanza di reintegrazione della personalità separata. L’uomo ritrova l’ordine delle cose, la Natura, attraverso la donna. Da notare che questo accesso alla Natura non può avere niente di naturalistico, non è solo sessualità, ma è una relazione personale con la donna in quanto occasione di un rapporto con l’impersonale, rapporto con una obiettività psicologica rimossa, ovvero l’inconscio collettivo – l’archetipico e/o l’istintuale. Nella novella di Ghismunda, dove la donna parla di se stessa in quanto donna, abbiamo a che fare dunque con una operazione di riflessione dell’archetipo su se stesso tramite il poeta. L’archetipo parla attraverso il poeta.

La storia di Ghismunda si dovrebbe svolgere a Salerno nel periodo della dominazione di Federico II, seconda metà del XIII secolo, quindi un secolo prima di Boccaccio. Vigono ancora rapporti feudali, il principe ha diritto di vita e di morte sui suoi sudditi – qualcosa che evidentemente non appartiene alla legge comunale. La vicenda ha dunque qualcosa di torbido e inattuale, di remoto, che in linea di principio non riguarda più il cittadino del comune. Un passato barbaro e superato? In questo episodio si tratta, viene detto ad introduzione, di “un pietoso accidente, anzi sventurato e degno delle nostre lagrime”.

Il principe, il rappresentante del politico, si chiama Tancredi ed è un “signore assai umano e di benigno ingegno”, anche se la tragedia rivelerà di lui un lato estremamente crudele. Tancredi ha una figlia, un “tenero amore”, e “non sappiendola da sé partire, non la maritava”. Qui è evidente l’accenno al lato patologico della relazione da parte del padre, quel che fa è innaturale, e si insinua già il dubbio. La figlia, Ghismunda, conosce brevemente l’amore di un duca, che però presto muore e la lascia vedova e di nuovo nelle mani del padre.

La descrizione di Ghismunda è fiabesca: “Era costei bellissima del corpo e del viso quanto alcuna altra femina fosse mai, e giovane e gagliarda e savia più che a donna per avventura non si richiedea.” L’ultimo accenno vuole anche essere un’allusione all’esito tragico della vicenda, che evidentemente si collega alle ultime due qualità della donna, “gagliarda e savia”. Sono ovviamente caratteristiche inusuali per una donna, ma questo sembra essere un tratto della considerazione positiva della donna in Boccaccio.

Appartiene evidentemente alla considerazione positiva della donna che Boccaccio le lasci avere un pensiero poco ortodosso che la possa tirar fuori da questa situazione irresoluta, l’idea cioè di procurarsi “occultamente un valoroso amante”. Quest’uomo è Guiscardo, “un giovane valletto del padre … uom di nazione assai umile ma per vertù e per costumi nobile”. Gentilezza e nobiltà d’animo, come fondamentali virtù civili, sono infatti per Boccaccio indipendenti non solo dallo stato di nascita ma anche da quello sociale, dal momento che, come si legge all’inizio della novella di “Cisti fornaio” (VI, 2), alla natura è da ricondurre il corpo e l’anima, alla fortuna il “mestiero”, cioè lo status sociale. Lei dunque “fieramente s’accese d’amore”, lui “l’aveva per sì fatta maniera nel cuor ricevuta, che da ogni altra cosa quasi che da amar lei aveva la mente rimossa.” Questo effetto di iniziale straniamento dal mondo a causa dell’amore è anche un tema tipico di Boccaccio.

Il modo con cui lei induce l’altro all’incontro erotico è come un gioco, quindi Boccaccio opera una voluta inversione del tema dell’adescamento della fanciulla tipico della letteratura cortese nella società feudale, che era poco meno che violenza sessuale. Qui la donna, contro ogni convenzione, adesca l’uomo e non c’è ombra di violenza. Lei mette una lettera in una canna e gliela dà, con queste parole: “’Fara’ne questa sera un soffione alla tua servente, col quale ella raccenda il fuoco.‘” Non si capisce se è un’allusione sessuale, dare la “canna” da soffiare alla servente per riaccendere il fuoco, comunque questa situazione non si realizza. Lui trova subito la lettera e decide di fare come dice lei, “il più contento uom fu che fosse già mai”.

Per l’incontro lei passa da una porta in disuso nella sua camera fino a una grotta sottostante, che lui può raggiungere calandosi giù con una corda, poi insieme tornano nella camera e godono di se stessi. Amore fa venire in mente a lei l’esistenza di quella grotta, mentre la Fortuna “invidiosa” li fa per caso scoprire dal padre. Lui le dice che avrebbe sopportato una nascosta relazione con un uomo di pari rango, ma non con Guiscardo “giovane di vilissima condizione”. Di lui il padre ha già deciso la morte, ma della figlia non sa che fare e le cede la parola.

Lei deve combattere all’inizio la tentazione di comportarsi da femmina, “con romore e con lagrime”, “ma pur questa viltà vincendo il suo animo altiero, il viso suo con meravigliosa forza fermò”, decidendo in quel momento “di più non stare in vita”. Poi prende la parola e la sua non è una difesa, ma un attacco. Il poeta è apertamente schierato dalla sua parte. “Per che, non come dolente femina o ripresa del suo fallo, ma come non curante e valorosa, con asciutto viso e aperto e da niuna parte turbato così al padre disse: ‘Tancredi, né a negare né a pregare son disposta, per ciò che né l’un mi varrebbe né l’altro voglio che mi vaglia… ma, il vero confessando, prima con vere ragioni difender la fama mia e poi con fatti fortissimamente seguire la grandezza dell’animo mio.‘”

La fama è il nome o l’onore, forse la buona reputazione; la grandezza d’animo sembra la risolutezza, la coerenza tra pensiero e azione. Prima ricorda al padre l’aver mancato il suo compito di maritarla, poi Ghismunda porta le sue ragioni profonde, quasi filosofiche. Si tratta di un appello alle “leggi della giovinezza” e di una professione di fede nella “carne”. “Sono adunque, sì come da te generata, di carne, e sì poco vivuta, che ancor son giovane, e per l’una cosa e per l’altra piena di concupiscibile disidero… [e] conosciuto qual piacere sia a così fatto disidero dar compimento.” Artefici di questo compimento sarebbero “maravigliosissime forze” che avrebbero operato in lei attraverso appunto la carne e la giovinezza. Si tratta di una forza archetipica numinosa, incontenibile, “non potendo io resistere, a seguir quello a che elle mi tiravano”. La trovata della grotta le sembra un intervento che, come il poeta prima aveva affermato, “pietoso Amore e benigna fortuna” hanno deciso. Fin qui il riferimento al carattere sovrumano e destinale dell’archetipo.

Poi Ghismunda viene alla sua scelta. “Guiscardo non per accidente tolsi, come molte fanno, ma con diliberato consiglio elessi innanzi a ogni altro e con avveduto pensiero a me lo ‘introdussi e con savia perseveranza di me e di lui lungamente goduta sono del mio disio.” Come se questa difesa sfacciata e consapevole del piacere non bastasse, Ghismunda passa poi a rimproverare il padre di rammaricarsi della sua scelta per un uomo di basso stato, seguendo così la via della “volgare opinione” invece che della “verità”, poiché della condizione sociale di un uomo “la fortuna” è responsabile, “la quale assai sovente li non degni a alto leva, abbasso lasciando i degnissimi.”

Ma al di là di questo Ghismunda sembra guardare ancora più a fondo e oltre le convenzioni, e qui ritorna il tema della carne: “… e riguarda alquanto a’ principii delle cose: tu vedrai noi d’una massa di carne tutti la carne avere e da uno medesimo creatore tutte l’anime con iguali forze, con iguali potenze, con iguali vertù create.” Sembra qui di trovare una sorta di originario stato di natura, l’uguaglianza impersonale nella potenza e nella carne, cioè il carattere universale del desiderio. Poi però afferma: “La vertù primieramente noi, che tutti nascemmo e nasciamo uguali, ne distinse”. Qui Boccaccio deve evidentemente intendere “vertù” in un altro senso rispetto a prima, forse intende la virtù come convenzione riconosciuta, la cortesia, e in questo momento subentra la distinzione. Interessante è che Boccaccio distingua tra il convenzionale e il convenuto, di cui è arbitra la fortuna e perciò anche l’opinione, e il principiale, il fondamentale, che è verità di base, “legge”, e volere divino. È evidente che il vero è contrapposto all’apparente come suo fondamento e verità ultima. Questa è la giustificazione della fondamentale uguaglianza tra gli uomini. Si tratta di una posizione di contestazione del presente, che cerca attraverso questa distinzione di farsi valere.

La contestazione di Ghismunda nasce però innanzitutto dalla volontà di affermare il suo comportamento non convenzionale, che per l’appunto non è uguale a quello della maggioranza. Si appella all’uguaglianza per affermare la sua diversità. Sembra dire: quel che faccio non sono solo “io” a farlo, in me parla una legge superiore e non dettata dagli uomini, io esprimo la forza di questa legge. In questo modo parla l’archetipico di sé in quanto tale e questa è la sua più profonda natura, ciò che secondo Jung è individuazione. Non esiste una uguaglianza di base tra individui, esiste semmai un comune riferimento a un che di impersonale, motivante, archetipico, dal quale ciascuno di noi attinge per essere se stesso.

Interessante anche che questa considerazione avvenga in questo periodo storico con Boccaccio, dove ovviamente questa fondamentale Natura comune non può avere né un senso cosmologico (Newton) né un senso giuridico (diritto naturale). E’ il contesto di vita cittadino che in qualche modo crea questa fondamentale identità o questo comune riconoscimento. Questa espressione letteraria dell’immaginario non può che essere l’effetto compensatorio dell’inconscio. Di fronte all’affermazione mondana del costruito, del convenzionale e del convenuto, si afferma nell’immaginario cittadino l’assoluto, la legge assoluta proveniente dal mondo che la città ha abbandonato, la natura appunto, che parla in noi con la funzione meno usata, il sentimento. Non si tratta però di “un altro mondo”, ma del mondo “veramente” efficace sul nostro mondo fatto di apparenze.

Questa seconda “vertù” che distingue gli uomini ha prodotto secondo Boccaccio il “nobile” e il “non nobile” – qui si accenna a una sorta di loro genesi, nata forse dall’uso. Questa discriminazione tra gli uomini, questa “contraria usanza” non avrebbe però del tutto oscurato la “legge” originaria, “ella non è ancor tolta via né guasta dalla natura [essa non è ancora scomparsa, né messa in discussione dalla natura] né da’ buon costumi; e per ciò colui che virtuosamente adopera [si comporta], apertamente sé mostra gentile”. Questa gentilezza è dunque auto-evidente e diretta espressione della legge di natura che ancora vive nonostante la “contraria usanza”. Ancora una volta la distinzione è frutto di un elemento originario e indistinto.

Poi arriva il rimprovero al padre e l’affermazione di coerenza di Ghismunda, che nella scelta di Guiscardo non avrebbe fatto altro che seguire l’insegnamento originario del padre riguardo alla virtù. Lei ha seguito solo l’insegnamento del padre e i suoi stessi occhi. Se dunque c’è un inganno, questo verrebbe eventualmente dal padre, che le avrebbe insegnato delle cose false.

E la sua arringa continua: se c’è da rimproverare la povertà di Guiscardo, questa sarebbe colpa del padre che lo aveva al suo servizio e lo avrebbe mantenuto povero anche se ne faceva le lodi. Anche povertà e ricchezza nel senso ordinario in fondo non sono che apparenze. Infatti “la povertà non toglie gentilezza a alcuno ma sì avere.” Principi e re sono per questo poveri, contadini e pastori “già ricchissimi furono e sonne [sono].” La “gentilezza” è dunque una condotta di vita non basata sul possesso e accessibile a tutti. L’essere tutti uguali di fronte a questa legge potrebbe anche solo significare che nessuno ne è per principio escluso e che né il sangue né il successo mondano ne sono garanzia.

Un essere ultrafemmineo parla poi alla fine della novella per bocca di Ghismunda, la voce di una integrità quasi sovrumana: “Or via, va [tu, si rivolge al padre] con le femine a spander le lagrime, e incrudelendo, con un medesimo colpo, se così ti par che meritato abbiamo [lei con Guiscardo], uccidi.” La risposta del padre sarà la vendetta con l’uccisione di Guiscardo, quella di Ghismunda la voluta morte. Mi sembra evidente che in questa voluta morte non c’è l’affermazione di una sconfitta, semmai è testimoniata una impossibilità storica, quella dell’affermazione del femmineo nella società feudale. Il che comporta però la sua riscoperta nella società urbana dei Comuni come tratto fondamentale della cittadinanza. Il cittadino reintegrato nella sua virtù civile scopre nell’archetipo tradizionale del femmineo una possibilità di riscatto mondano, vi scopre la possibilità di un altro esser se stesso nel mondo – ciò che Boccaccio chiama “cortesia”. L’orgoglio e la risolutezza di Ghismunda, il suo desiderio di autoaffermazione, la sua ricerca di una propria individualità a partire da una comune matrice naturale e/o archetipica, sono un messaggio di perenne contestazione dell’ordine esistente e di perenne vitalità nell’affermazione di un ordine superiore, di cui il cittadino onesto può farsi portavoce e esempio.