La “flessibilità” ai tempi di Expo

Articolo 18 sì, articolo 18 no. La riforma del mercato del lavoro non rende partecipi nella discussione e nel merito i 20enni e i 30enni italiani. Il dato certo è che i desideri lavorativi dei padri non sono uguali a quelli dei figli.

I giovani di oggi sono la prima generazione che chiede di porre la meritocrazia come criterio di selezione sul posto di lavoro, non il posto fisso né lo stipendio alto.

Il grande nome non conta. Né le garanzie a lungo termine. Internet ha abituato i ragazzi al qui e ora.

Quello che i ragazzi chiedono ai propri capi sono continui feedback, anche negativi, sulla qualità del proprio lavoro e condivisione delle visioni e delle strategie dell’azienda. I ragazzi sono abituati ai “mi piace”, ai tweet sarcastici e ai commenti su facebook. Per questo, alla base della relazione con il datore di lavoro, pretendono trasparenza, al di là dei ruoli. Quando questo avviene, l’azienda potrà beneficiare di un contributo aperto, senza le remore o i timori tipici delle generazioni passate.

Internet ha abituato i ragazzi ad avere gratificazioni sulla base delle capacità e dell’inventiva. È quello che ci ha insegnato Google: sei alto nel ranking solo se vali.

I dirigenti italiani purtroppo non sono pronti a questo modo di pensare. Alcuni lavorano nella logica della mentorship: prendo un ragazzino e gli insegno come va la vita, senza pensare che potrebbe servire anche il contrario. Non si può fare il mentore su un futuro che però non sei in grado di capire!

Davanti a questi dati, è chiaro che l’aspirazione al posto fisso sembra un totem ormai superato. Quello che i giovani chiedono non è stare nello stesso posto per tutta la vita. Quello che si chiede è un minimo supporto a una progettualità di vita, una rassicurazione di poter contare sulle proprie gambe. Se si vuole comprare una casa o mettere su famiglia non deve servire per forza il posto fisso o un contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti.

La flessibilità è insita nei giovani che sanno di non poter contare su nessun diritto acquisito. A loro non importa se ci sia o meno l’articolo 18, ma qualunque lavoro che assicuri loro un progetto di vita.

Ed è qui che si inserisce la riforma del “Reddito di cittadinanza” quale prima, vera riforma di flessibilità del lavoro. Perché, oltre a restituire la dignità a tutta quella fascia di popolazione che vive sotto la soglia di povertà, rende i giovani capaci di decidere il proprio futuro senza stare ai ricatti delle aziende e dei datori di lavoro. È una misura che dà al giovane la possibilità di cambiare lavoro senza avere il peso o il ricatto di stare mesi senza reddito; gli dà la possibilità di crearsi un suo futuro, magari una sua azienda, avendo il tempo di strutturarsela e definirla. Seguendo i propri sogni e i propri obiettivi!

La differenza è tra giocare in difesa come Trapattoni o in attacco come Sacchi. Ai ragazzi non interessa dare vincoli al datore di lavoro per tenerli in azienda, a loro interessa che lo Stato dia al datore di lavoro gli strumenti per valorizzarli e supportarli. L’articolo 18, invece, nel dibattito pubblico viene venduto come una minaccia per il datore di lavoro. Questo a loro non interessa.

Sono loro stessi che vogliono sentirsi liberi di lasciare il posto di lavoro quando vogliono! E non viceversa!