La coop non sei tu

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“La storia è rara…”, affermava Martin Heidegger, uno dei più grandi filosofi della tradizione occidentale vissuto nel secolo scorso. Il significato di questa affermazione non è tanto strano o recondito, se pensiamo che anche nel nostro modo quotidiano di ragionare parliamo di qualcosa “…che fa” o “ha fatto storia…”. Con questo modo di dire intendiamo evidenziare un avvenimento per la sua importanza, per il suo significato particolare. A ben vedere però affermiamo qualcosa di paradossale, come se ciò che ha preceduto o ciò che seguirà tale avvenimento fossero qualcosa di meno, come se fossero meno storia di questo avvenimento: una cosa ben curiosa, dato che la storia e il tempo, il suo elemento, sono qualcosa di oggettivo e non di legato alla nostra opinione o a giudizi di valore. Poniamoci però una domanda: e se questo paradosso contenesse qualcosa di vero? Se il fare storia fosse veramente legato al valore di un’azione e la storia avesse momenti di maggiore intensità che emergono al di sopra della semplice cronaca e gettano luce su un’intera epoca?

La mia opinione è che anche noi italiani abbiamo vissuto qualcosa del genere con la nostra guerra di Liberazione dal nazifascismo del 1943-45, con il fenomeno storico chiamato Resistenza. Un breve intermezzo lessicale. Anche altri nostri periodi fondamentali cominciano con la “r”, il Rinascimento e il Risorgimento. Qui si tratta un “ri” iterativo che significa “di nuovo”, appunto nel primo caso “nascere di nuovo” e nel secondo “sorgere di nuovo”, il primo più terreno e centrato sull’uomo in quanto tale, il secondo con un’eco religiosa e di carattere nazionalistico. Nel “ri” di Resistenza non c’è però questo tratto di ripetizione, bensì di intensificazione del sostantivo “esistenza”, il cui significato è dunque quello di “ribadire” o di “affermare la propria esistenza”. Il resistere, che sembra sulle prime un atteggiamento reattivo, è anche altrettanto un affermare la propria esistenza come valore. Ed è con questo significato che trova un uso molto diffuso ancora oggi, nelle parole gridate di Borsellino e le agende rosse, per esempio, o nel “Bella ciao!” dei No Tav.

E’ notizia di pochi giorni fa che la Unicoop Tirreno ha deciso di tenere aperti i propri centri vendita nel 70esimo Anniversario del 25 aprile 1945, data dell’insurrezione di Milano e del Nord contro i nazifascisti. I dipendenti non saranno costretti a lavorare, la scelta di lavorare sarà facoltativa, anche se i volontari potranno godere di una retribuzione maggiorata. La giustificazione di Unicoop è che l’anniversario quest’anno cade di sabato, giornata di grandi acquisti, e sarebbe un peccato lasciarlo in pasto alla concorrenza. Contro questa iniziativa sono già giunte accorate e giustificate espressioni di sdegno, come è facile immaginare da sinistra. Sì, perché la Resistenza e il processo costituente che le è seguito sarebbero tradizionalmente una cosa di sinistra e non qualcosa che riguardi gli italiani in quanto tali… che ho detto: gli italiani in quanto tali…? Che sarebbe questa cosa… “gli italiani”?

Ed è proprio questo il punto: questa iniziativa di Unicoop, meschina come tante altre e non più di altre e a cui l’ignavia italiota ci ha ormai assuefatti, cade proprio su un terreno ormai fertilizzato da anni e decenni di agiografia compiaciuta e vuota, di ideologismo settario e in ultimo di negazionismo reazionario. La Resistenza è stata per la maggior parte degli italiani tutto fuorché quello che è stata: un evento storico costituente di una comunità di donne e uomini. La Resistenza è stata invece “la repubblica fondata sui valori della resistenza” contrapposta ideologicamente ai movimenti giovanili degli anni 70, è stata anche la “nuova resistenza” del terrorismo delle BR, è stata infine la “guerra civile” fratricida dei partigiani barbari e assassini alla Pansa. È stata tutto, appunto, tranne che l’evento unico e, nei suoi modi, irripetibile che ha posto le premesse per un essere italiani condiviso. E questa non è l’ultima delle cause per cui ancora oggi e fondamentalmente un “essere italiani” non esiste. Sulle cause storico-politiche di questa nostra costitutiva dispersione e indifferenza sarebbe lungo dire, ma è più opportuno forse cercare chi, oggi, sa e vuole dire una parola sul futuro della Resistenza.

Durante le elezioni che hanno visto la strepitosa affermazione del MoVimento 5 Stelle non sono mancati i riferimenti a questa esperienza storica e sottolineo la parola esperienza. Ricordo di aver visto una distinta signora ultra ottantenne partecipare a un’agora del MoVimento presieduta da Di Battista e da Giulia Sarti, prendere la parola e dire della sua felicità per quell’incontro, sentirla apprezzare “questi giovani” che le restituivano la gioia di esistere e le davano il coraggio di sperare. Ricordo ancora la dedica su un libro di uno dei figli dei fratelli Cervi a un Beppe quasi tornato bambino, che lo guarda con uno sguardo riconoscente e illuminato. Di fronte a queste e molte altre immagini io mi ripetevo: questo non è un caso! Se loro ci riconoscono, vuol dire che siamo sulla strada giusta, vuol dire che abbiamo speranza di riuscire in questo nostro progetto.

Ho parlato prima della Resistenza come di un evento unico e a suo modo irripetibile, e questo per sottolinearne il carattere epocale – e appunto “raro” come vuole il filosofo nominato – ovvero politicamente costitutivo e culturalmente mitologico. Per noi non si tratta di “celebrare” né di “rinnegare” alcunché, si tratta semmai di rivivere e riscoprire l’entusiasmo degli iniziatori di una nuova epoca, così come lo erano i partigiani, e di portatori di una tradizione ancora incontaminata, perché mai realmente vissuta dai cittadini italiani odierni. Si tratta ancora e forse per la prima volta di essere italiani non in senso restrittivo e nazionalistico, ma come popolo che ha fatto la sua propria storia, che vive giornalmente i propri problemi come un compito anche collettivo, che rispetta e difende le leggi che si è dato e sa capire quando una situazione nuova impone un loro ripensamento o adeguamento.

Vorrei perciò concludere questo commento con un appello: facciamo fallire questa scelta opportunistica, scriteriata e così alla renzie di Unicoop! Secondo modalità e criteri che solo chi vive la realtà locale può decidere, facciamo vedere che c’è un’altra Italia oltre l’italietta consumistica e senza memoria. Andiamo a fare la spesa di venerdì e presidiamo al sabato i centri Unicoop con raccolte di firme per l’uscita dall’euro oppure con stand che ricordano il significato della Resistenza. Non facciamo passare nel silenzio e nell’indifferenza questa ennesima e vergognosa prostituzione alle “regole del mercato”, ribelliamoci a questa immagine di “consumatori” e “lavoratori” incapaci di intendere e di volere alcunché che non sia denaro e consumo. Portiamo i giovani delle scuole e i bambini degli asili a cantare “Bella ciao!” e a ridere dei pochi acquirenti che sosteranno davanti ai centri Unicoop, facciamoli deridere e scongiurare un destino di bestie da lavoro e da consumo senza sogni e senza storia!