Ken Follett e la visione labour del mondo

Le ultime vicende elettorali italiane, in particolare la vergognosa percentuale di astensioni al referendum sulle trivellazioni marine, confermano una tendenza al rafforzamento del disinteresse per le vicende politiche che deve suscitare preoccupazione e smuovere le energie di chi è interessato a cambiare questo stato di cose. È giusto sottolineare, secondo me, che il MoVimento 5 Stelle, oltre che un’organizzazione politica e di governo, può essere uno strumento di rinnovamento della vita civile italiana, anzi le due cose sono inseparabili. Il disinteresse per il voto è solo la manifestazione più macroscopica di un distacco dalla vita civile partecipata, è un indicatore del livello di sfiducia non solo verso la politica e i politici, sfiducia assolutamente giustificata, ma anche nei confronti delle proprie capacità di iniziativa e di cambiamento.

La vita quotidiana è un fardello già abbastanza pesante per ogni cittadino, con la paura della criminalità e il degrado urbano, i disagi di trasporto e circolazione, i disservizi sanitari, scolastici e amministrativi, per non parlare poi delle difficoltà di relazione tra parenti e amici sempre più frustrati e insoddisfatti – insomma tutte queste cose assorbono già tanto le energie di ciascuno che sembra poi impossibile trovare il tempo per qualcos’altro che non sia distrazione e svago. Il fatto è però che ormai il voler disgiungere il proprio quotidiano dalla politica in generale richiede una tale capacità di rimozione, richiede una tale violenza su se stessi, che questo “far finta di niente” è diventato un lusso per pochi. Come si sente dire spesso, se non ti interessi di politica, è la politica che si interessa di te, e quasi sempre con conseguenze disastrose. E tuttavia in molti cercano di fare orecchie da mercante.

In questa evidente situazione di impasse individuale e di chiusura al mondo e agli altri, che tanti ancora subiscono, mi sembra estremamente salubre e produttivo portare una testimonianza letteraria contemporanea già conosciuta a molti e che forse presentata nel modo giusto può avere quell’effetto di estraniamento necessario a guardarci con altri occhi, a capire che cosa può essere andato perduto in questo presente così appiattito e oppressivo, e quindi come altrimenti potremmo affrontarlo e viverlo. Oltretutto questo non è un problema solo italiano, viviamo in decenni di crisi d’identità dell’occidente e dei suoi valori, vuoi per ragioni interne come gli effetti sociali e ambientali devastanti del neoliberismo di cui i nostri governi si fanno convinti promotori, vuoi per ragioni esterne come i drammatici flussi migratori dal sud-est del mondo sommati al terrorismo islamico, per non parlare del più generale delinearsi di un pericoloso multi imperialismo con vari epicentri nel pianeta.

Niente di meglio dunque che rileggere e soprattutto rivivere la grande storia che abbiamo alle spalle per capire come siamo arrivati ad oggi, chi effettivamente siamo e soprattutto cosa possiamo ancora diventare. Una grande opportunità in questo senso mi sembra la trilogia del 900 di Ken Follett giunta a conclusione un paio di anni fa. Follett ha iniziato a scrivere romanzi storici già molto tempo fa con “Pilastri della terra” (1989) e “Mondo senza fine” (2007), ambientati nel medioevo e centrati sulla costruzione di una cattedrale, ovvero sull’originario spirito creativo e di avventura dell’uomo moderno ai suoi albori. Tra l’altro, il prossimo anno dovrebbe uscire anche di questa serie il terzo volume, un’altra trilogia insomma. Bene, la trilogia del 900 copre quello che è stato anche chiamato il “Secolo breve”, titolo di un libro del grande storico anche lui inglese, Eric Hobsbawn, che in realtà suona in originale “L’Epoca degli estremi. Una storia del mondo, 1914-1991”. Questa datazione non deve sorprendere, perché in effetti in molti hanno avuto la sensazione che le caratteristiche del secolo scorso si palesassero con un certo ritardo, solo con la prima guerra mondiale, e venissero a soluzione con un certo anticipo, la fine del mondo comunista simboleggiata dalla caduta del muro di Berlino nel 1989. Questo per dire che la Storia può sì essere rappresentata come una successione di fatti accaduti, ma la scelta dei fatti avviene sempre secondo criteri che la interpretano. Secondo correnti storiografiche, nate proprio nel 900, la Storia con la “S” maiuscola, quella politica per intendersi, sarebbe addirittura solo una delle possibili e ad essa se ne intreccerebbero altre relative ai modi di vivere e di pensare. In questo senso Follett è un tradizionalista e per lui la storia è quella politica, fatta di guerre, rivoluzioni e fondazioni o eclissi di stati.

Ad una prima occhiata sembra che in questo grande affresco storico il mondo anglofono celebri la propria storia vittoriosa e quella dei suoi nemici sconfitti attraverso le vicende di singole famiglie prestigiose, composte da individui integri e dediti a battaglie politiche e civili allo scopo di fare di questa terra un posto migliore in cui vivere. Nonostante la consueta mole dei singoli volumi, sempre intorno alle mille pagine, le vicende individuali si sviluppano e si intrecciano fra loro ad un ritmo incalzante con la tipica tensione del thriller, il genere di provenienza di Follett, e toccano dall’interno le vicende fondamentali del secolo, conducendo il lettore a contatto diretto con la Storia, i suoi accadimenti principali, i suoi retroscena e le sue personalità di spicco. Stile e poetica dell’autore sono presto detti: narrare le vicende in modo che una pagina tiri l’altra e parlare del mondo occidentale se non proprio come il migliore tra quelli possibili, certo come il migliore tra i mondi esistenti sulla terra. Alla base di ogni vicenda individuale c’è il nucleo familiare e lo sviluppo generazionale. Questo resta un punto fermo dell’intera narrazione, la quale si dipana appunto nel corso di circa tre generazioni, cosicché i giovani protagonisti del primo volume saranno ancora presenti nel terzo.

Questa prima occhiata è corretta ma va approfondita. Alla base di questo affresco c’è appunto l’idea che il conflitto politico sia all’origine della storia e da qui viene anche la scelta dei paesi protagonisti del racconto, quei paesi che hanno rappresentato le alternative politiche fondamentali del XX secolo: il liberalismo democratico del mondo anglosassone (Inghilterra e America), il nazifascismo (Italia e Germania) e il comunismo in Russia. Ora, sarebbe profondamente sbagliato immaginare che queste visioni politiche siano delle semplici teorie di governo disincarnate dalla realtà vissuta degli individui o peggio ancora che questi individui siano come dei burattini delle rispettive ideologie, e il merito e lo stile di Follett consistono proprio nel dimostrare come i singoli individui, e i raggruppamenti che questi riescono a creare, ne siano invece credibili sostenitori e portatori. Quello che conta per Follett è proprio capire come la storia si faccia di volta in volta con gli individui che la interpretano e come per gli individui stessi non ci sia forse altra migliore destinazione civile che fare la storia.

Ma vediamo come l’autore riesca a rendere plausibile e avvincente questa prospettiva che, secondo le nostre considerazioni iniziali, risulta sempre meno vera a tanta parte di noi. Secondo la nostra manzoniana tradizione da “famiglia cristiana” l’individuo ha nei rapporti familiari non solo il suo punto di origine ma anche la sua naturale destinazione, il che spesso significa un mancato sviluppo nel singolo della socialità propria della vita civile e una costante inclinazione per la regressione nei rapporti intimi o familiari vissuti come fuga o rifugio dal mondo sentito come ostile e insensibile. La matrice cristiana della nostra educazione non prevede l’allontanamento dalla famiglia e quando lo prevede, come nel caso eccezionale del sacerdozio, lo fa al servizio di una ancor più ferrea sottomissione alla universale famiglia della chiesa. In questo senso è invece paradigmatico l’inizio del primo volume della trilogia, “La caduta dei giganti”, dove un bambino di tredici anni riceve la sua “iniziazione” al mondo adulto entrando in miniera: lui è solo, in una realtà e in un ambiente ostili e saprà cavarsela alla grande grazie al suo coraggio. In questo forse c’è un tratto caratteristico della letteratura inglese fin dal 700, che proietta i suoi protagonisti nelle situazioni più inverosimili, ma Follett non ha il gusto dell’avventura per l’avventura, e come nell’esempio citato il significato sociale del fenomeno è fin dall’inizio ben definito. E se il carattere o certe attitudini del singolo rimandano alla famiglia, il punto è per ciascuno dei protagonisti come riesca a impiegarli nel mondo.

In questo modo Follett riesce anche a restituirci una buona immagine della vita familiare. I conflitti generazionali ci sono, ma la famiglia resta il luogo degli affetti e per chi la vive da genitore è il luogo delle speranze e delle aspettative attraverso i propri figli. Si badi bene, però, mai il luogo delle “proiezioni” nei figli, in cui genitori frustrati riversano sui figli desideri e ambizioni che loro stessi non sono stati in grado di realizzare. I genitori ovviamente vogliono il bene dei figli, che consiste però in ciò che i figli stessi desiderano realizzare nel mondo. Se questo non avviene, se il genitore vuole imporre la propria realtà a quella del figlio, allora Follett innesca il conflitto, sempre descritto e vissuto dalla parte del giovane, il quale a sua volta sa quel che vuole e combatte per averlo. Giovani dalla parte sbagliata, per così dire, ce ne sono, nella gioventù hitleriana o al soldo di Nixon, ma sono un po’ figure di contrasto e messe lì giusto per dovere di cronaca.

Così Follett lancia un altro messaggio implicito molto importante per chi ha a cuore lo sviluppo e il miglioramento del mondo in cui vive. Sono i giovani la chiave del cambiamento. Abbiamo detto che l’intera storia vede circa tre generazioni e che nel corso degli ultimi anni della vicenda, gli anni ’80, ci sono ancora i primi protagonisti. Loro non sono però più in primo piano, sono semmai spettatori e testimoni di un’epoca che sta giusto lì a testimoniare quanto siano cambiate le cose. Ogni nuova generazione vuole fare il proprio ingresso nel modo a modo suo e vuole affermarsi con forza nel mondo. In questi romanzi non c’è spazio per personaggi irresoluti, o come si potrebbe dire “nevrotici”, che vogliono e non vogliono, che si angustiano senza prendere una decisione. Spesso, certo, non sanno cosa fare o pensare in una determinata situazione, ma anche questa è una certezza per loro da ammettere senza difficoltà. Un personaggio come lo “Zeno” di Italo Svevo qui è impensabile e tanto meno una roba tipo il film L’ultima ruota del carro” (2013) di Veronesi, tristissimo racconto sul modo in cui è possibile passare gli ultimi 40 anni della storia d’Italia senza accorgersi di niente e restare puliti a causa della propria ignavia.

Riflettono molto poi i personaggi di Follett. Dal momento che si giocano tutto nella vita mondana e non hanno rifugi in cui rintanarsi, devono considerare attentamente ciò che fanno, il contesto in cui operano, le persone con cui hanno a che fare. Il loro principio è che è la loro vita e non quella di un altro in gioco e che tutto dipende da come si comportano. Non sono banalmente soli, sono appunto individui, qualcosa che si suppone in-diviso, non scisso, non sfaldato. Questa integrità dei personaggi non mi sembra mai esasperata, Follett non descrive eroi, descrive invece persone motivate e determinate. In questo senso c’è spazio non solo per l’impegno politico o diplomatico, che comunque restano i pilastri dell’azione individuale nel mondo, ma anche per la realizzazione professionale. Il lavoro puoi non scegliertelo, ma alla lunga devi dare alla tua vita l’indirizzo professionale che tu vuoi, e il bambino della miniera diventerà da adulto deputato del parlamento, così come lo diventerà sua sorella che inizia la sua carriera come cameriera.

Nel comportamento di questi individui sembra esserci uno sviluppo nel corso del secolo, dove alla forte determinazione iniziale contro le ingiustizie sociali e le violenze politiche si associa man mano anche l’astuzia nel mondo postbellico. Qui attività politica e diplomazia spesso non si distinguono, come è il caso dei ben tre protagonisti afroamericani alle prese con la segregazione razziale e la guerra in Vietnam. Ma Follett non disdegna le cosiddette “masse” e sembra ammettere anche certi momenti di durezza dello scontro politico quando l’autorità vuole imporsi con la forza. E’ il caso di una contromanifestazione svoltasi a Londra nel 1936, che non a caso è inserita in un capitolo dal titolo “L’altra guancia”, in occasione di una marcia di filonazisti che gridano “via gli ebrei!”. Dall’emozione con cui Follett descrive e rievoca questo episodio deve essere stato un capitolo molto importante nella storia inglese e l’autore non nasconde niente della sua simpatia per i contestatori che erigono barricate contro la polizia anch’essa in odore di razzismo. Sono scene corali e di massa che ravvivano l’animo, sono anche casi estremi a cui un movimento politico può essere costretto e dai quali non deve retrocedere, ma che non fanno la sostanza della politica.

La sostanza della politica infatti non sono le barricate, è la lotta istituzionale. “I contestatori contestano”, dice il nero americano destinato anche lui a diventare senatore, “i politici cambiano il mondo.” Occorre sapere bilanciare e distinguere le due cose. In questo contesto si inserisce un primo aspetto forse meno condivisibile della visione di Follett o forse solo un po’ datato. Il ruolo, o direi addirittura il culto di Follett per la leadership. I personaggi di fantasia che di volta in volta calcano la scena e si conquistano un ruolo di primo piano nella storia sono sempre testimoni e partecipi di personaggi reali e effettivamente esistiti. Nel terzo volume, ad esempio, viviamo per loro tramite gomito a gomito con i fratelli Kennedy, con Martin Luther King e addirittura partecipiamo alla svolta di Korbatschow nella Russia comunista. E’ anche questo un modo dell’autore per mettere sotto gli occhi del lettore la storia e osservarla mentre si trasforma. Bene, è proprio in queste circostanze che a mio giudizio si nota quale e quanta sia la fede di Follett nella personalità del leader politico, quanto per lui conti il saper agire e soprattutto parlare del capo. Lo si vede questo dal modo in cui descrive e riporta certi discorsi storici, come ad esempio quello di King “I have a dream”. Follett sembra affascinato dalla capacità dell’oratore di conquistare gli animi degli ascoltatori e di esprimerne le più vere istanze e sembra pensare che forse quel popolo e quel momento non ci sarebbero stati senza un capo capace di dire quelle parole.

Le parole e le cose che affascinano Follett non sono però solo la politica e i suoi calcoli o la retorica con i suoi momenti di estasi quasi profetica. La quotidianità e l’umanità dei protagonisti lascia molto spazio anche al piacere e agli affetti. Quasi tutti hanno una vita erotica molto precoce e spigliata. Ho parlato prima dell’importanza della famiglia, ma non ho detto che ce ne sono molte di non tradizionali. Figli cosiddetti illegittimi, figli adottivi, figli riconosciuti come tali ma non concepiti in prima persona, insomma si direbbe che sia proprio l’erotismo l’elemento in cui gli individui perdono il controllo su se stessi e sulla realtà e si lasciano decisamente trasportare dove il caso vuole. Qui anche le distinzioni di classe perdono il loro peso e i sentimenti decidono anche se non travolgono i pensieri: un singolo caso di innamoramento tra un progressista e una peraltro ingenua fascista non troverà compimento prima che lei si sia convertita alla giusta causa progressista attraverso dure prove di solidarietà civile.

Oltre a praticarlo, il sesso, ci pensano molto questi protagonisti e ne parlano anche molto volentieri, e questo nel corso di tutto il secolo, insomma come se in questo campo della vita culturale non ci fossero mai stati tabù e repressione. Questo rende ai nostri occhi i personaggi ancora più vicini ma forse un po’ meno plausibili. E’ il caso di una madre negli anni ’60, con accanto il marito, che racconta alla propria figlia di come glielo abbia preso in bocca già al primo appuntamento. O forse nel mondo anglosassone le cose vanno così. Naturalmente il tema erotismo è opportunamente collocato anche nella sua storia e gli anni della liberazione sessuale trovano la loro giusta considerazione. La trovano in un modo molto intrigante e niente affatto lineare. I giovani degli anni ’60 se ne fanno portatori ma ne sono anche in parte vittime, esattamente quando a volersi “liberare” sessualmente è proprio la tua ragazza e vuole farlo con il tuo migliore amico. Forse anche questo è un clique ma molto plausibile per chi ha vissuto queste cose da vicino.

Il modo in cui il sesso è vissuto e in cui l’erotismo persegue i propri scopi è un po’ una metafora del più generale modo di partecipare degli individui alla storia, o meglio del modo in cui si realizzano le loro intenzioni in essa. Il fascino per il leader non riguarda solo la presunta unicità delle sue caratteristiche, riguarda soprattutto il modo in cui queste caratteristiche gli consentono di prendere decisioni. La storia politica è un campo aperto alle forze che ne fanno parte, e anche se la parte di Follett è ben chiara lui non cede all’illusione di un destino o una necessità della storia – di questo sono semmai portatrici le ideologie poi sconfitte dalla storia. Ci sono momenti decisivi nella storia e questi momenti sono quasi sempre in mano agli individui che contano. Per gli altri, e perciò per tutti i protagonisti di fantasia del romanzo, le cose non vanno così. Ciò che vogliono realizzare nella storia è più un’idea guida, un desiderio che orienta le loro azioni ma che è fatto di compromessi, piccoli passi, regressioni e sconfitte. Il singolo deve trovarsi spesso ad accettare situazioni ambigue e tutto sta per lui nel saperle sfruttare a proprio vantaggio, dove naturalmente il “proprio vantaggio” non è da intendersi in senso egoistico ma appunto civile e politico. Sembra esserci nella storia una “mano invisibile” o una “”astuzia della storia” che travalica le coscienze individuali e realizza i propri fini.

Ed è qui il momento di accennare al giudizio politico sotteso a questa grande rievocazione storica, un giudizio forse già contenuto in un saggio di Russell, “Teoria e pratica del bolscevismo” del 1920, che trova esplicita citazione al termine del primo volume. La rivoluzione sovietica, che trova in Follett il debito spazio e il dovuto entusiasmo, è stata un grande esperimento politico condizionato però fin dall’inizio dall’arretratezza storica ed economica del paese. Le forme che essa ha assunto nel suo sviluppo, in particolare il suo carattere dittatoriale e repressivo, non possono essere emulate. Follett non rifiuta la violenza in sé ed astrattamente, la rifiuta come forma di lotta politica e soprattutto di governo. Conquista del consenso e dialogo devono essere le sue principali forme. Lo sfruttamento, l’ingiustizia sociale e la violenza esistono e non vanno combattuti con le stesse armi. Questo è valso anche per la fine del comunismo, che non è stato sconfitto dai decenni di guerra degli Usa, ma si è sconfitto da solo, pretendendo di annullare l’iniziativa individuale in economia e la libertà di espressione e di movimento nella società.

Al termine del terzo volume, “I giorni dell’eternità”, che in originale suona in realtà “Edge of Eternity”, ovvero “La cima dell’eternità”, dopo la celebrazione della caduta del muro di Berlino si fa un salto di quasi venti anni e con i protagonisti americani neri ormai vecchi assistiamo a un ultimo grande evento: la nomina di Barack Obama a presidente degli Stati Uniti. Dopo la fine del comunismo anche la lotta contro il razzismo, condotta durante tutto il corso della loro vita, sembra trovare adesso appunto la sua cima o il suo culmine. Non ci resta che l’eternità? Non saprei. Ci resta sicuramente la consapevolezza che le istituzioni democratiche e le libertà di iniziativa e di espressione degli individui sono una conquista storica che non vogliamo abbandonare, di contro alla loro negazione operata dai regimi polizieschi nazifascisti e comunisti. Ci resta la consapevolezza che soffocare in qualunque modo o per qualunque presunta superiore ragion di stato o fede millenaria la libertà di movimento e di agire dell’individuo rappresenta una minaccia per l’intera società, e questo tanto per il passato quanto e soprattutto per l’avvenire. E per chi vive come noi in terra cattolica e di mafia si impone la consapevolezza che abbiamo molto da recuperare rispetto ai fratelli anglofoni.

Ma è anche il caso di dire a Follett che proprio di fronte alla sua storia la sua conclusione non convince e con essa certi presupposti. Obama non ha rappresentato la fine del razzismo né peraltro l’inizio di un’epoca di pace, nonostante il premio Nobel conferitogli anzitempo. Non è stato nemmeno un approssimarsi a questi obiettivi perché Obama non è stato un Gorbatschow dell’America né ha voluto esserlo. Dove sta il problema? Forse che Obama non ha le caratteristiche adatte ad essere un leader della pace o almeno di una distensione sul pianeta? Forse, pur condividendo la maggior parte degli elementi culturali proposti da Follett, dovremmo correggere proprio quest’ultimo e non secondario elemento della sua narrazione, ovvero il culto della grande personalità come elemento culminante e decisivo della storia. Proprio gli sviluppi politici e sociali degli ultimi trenta anni in occidente, concorrenti al crollo del muro di Berlino, ovvero il neoliberismo e l’informatizzazione del sapere, sembrano decretare la fine di un simile protagonismo della grande personalità politica o quantomeno un suo ridimensionamento. Il neoliberismo sembra imporre a livello planetario una dinamica delle decisioni politiche sempre più sottomessa a istituti finanziari e a centri di potere economico transnazionali e occulti, contro i quali i singolo capo di governo può poco. L’informatizzazione e la diffusione del sapere rendono sempre più inattuale una visione della realtà e della politica riservata a pochi prescelti, che oltretutto finiscono per formare una casta che blocca l’ascesa individuale e il merito personale.

La prospettiva sul mondo dall’alto, vista da chi sta in cima e ha il potere, è sempre più parziale e limitata anche perché vincolata a seguire più la logica della propria riproduzione che l’interesse generale. Continueranno a sussistere centri decisionali, come ad esempio è un sindaco eletto con la sua giunta in una città, ma la “virtù” di chi decide sarà sempre più l’ascolto e la capacità di comprensione. Il suo governo e in generale il governo politico delle cose dovrà sempre più diventare un favorire e promuovere l’autogoverno consapevole dei cittadini, perché solo costoro possono creare un contrappeso e dare una guida ai meccanismi economico-finanziari del mercato. L’espediente letterario di portarci gomito a gomito con le grandi vicende e le grandi personalità della storia sta diventando sempre più realtà e sta profanando il culto del leader a favore di una più piena responsabilizzazione e partecipazione del singolo alla storia. Chissà che Follett non riesca a sorprenderci scrivendo di questo nei prossimi anni.