Interessi

Oggi vi racconto una storia italiana, molto italiana, anche se con qualche apporto straniero. È una storia recente, ma che affonda le sue radici in un passato lontano, molto lontano. Quando, nella preistoria, il nuovo partito dei contadini e degli allevatori ebbe a confrontarsi col vecchio partito dei cacciatori per decidere chi doveva essere il capovillaggio.  Quando, nell’antica Roma, i costruttori edili, non ancora ribattezzati palazzinari, cercavano di convincere i senatori alla loro causa. Quando le corporazioni medievali, quelle più numerose e potenti, decisero che per loro era più conveniente passare dai liberi Comuni alle oligarchiche Signorie. Sì, sono molto antichi i rapporti tra la politica e i gruppi d’interesse, quelli che gli anglosassoni chiamano lobby. I partiti moderni nacquero come aggregatori di gruppi d’interesse: il partito del lavoro contro il partito degli affari. Fino a quando, in un processo inarrestabile, i partiti sono diventati essi stessi gruppi d’interesse. Tendiamo a non ricordarcelo, ma la prima pietra della lobbizzazione  dei partiti la mise il vecchio Lenin, quando inventò di sana pianta la figura del rivoluzionario di professione. Il resto in Italia lo fece il regime fascista, creando un partito che si fece ben presto istituzione statale, in una completa confusione di ruoli che i partiti repubblicani ereditarono quasi senza rendersene conto. Così, alle “Case del Fascio”, subentrarono fin nel più sperduto Comune le sezioni di partito. La democrazia come moltiplicazione di un certo modello di partito e non come confronto tra forme aggregative diverse. E una volta dimostrato con Ernesto “Che” Guevara che non basta un rivoluzionario professionista a fare una rivoluzione e che nel ricco Occidente le rivoluzioni armate sono ormai tramontate, c’è la metamorfosi dal ruolo di rivoluzionario di professione al più prudente ruolo di funzionario di partito. Ma se ingaggi dei professionisti, si sa, ti metti nelle spese e i partiti italiani, sin dalla Prima Repubblica, seppero escogitare i sistemi più fantasiosi per rientrare dalle spese, compreso qualche apporto dall’estero, sfruttando abilmente ai loro fini tutte le contraddizioni della guerra fredda, che però a un certo punto finì, come tutte le cose umane. La dimensione asfittica dell’impresa italiana rendeva del resto improponibile un flusso costante di risorse nello stile delle multinazionali americane, che sostengono la politica all’interno di un progetto di lungo respiro. In Italia, al massimo, si fanno singoli pagamenti per singoli appalti e a quel punto il beneficiario è umano che sia il singolo esponente politico e non il partito. Deriva da qui, più che dai vari processi innestati dalla Magistratura sui concorsi truccati, il finanziamento pubblico dei partiti italiani. SuccessoIntrodotto peraltro in maniera molto maldestra nel corpo legislativo italiano, con una serie di obblighi e divieti che resero facile ai Pubblici Ministeri dell’epoca di Tangentopoli contestare a molti politici il reato (minore) di finanziamento illecito ai partiti. Quei Pubblici Ministeri, compreso il maldestro Antonio Di Pietro, confidavano che la loro azione avrebbe convinto la politica italiana ad autoriformarsi e forse anche per questo rinunciarono a contestare il ben può grave reato di associazione a delinquere, che avrebbe costretto i partiti a voltare veramente pagina e probabilmente fu questo il loro grande errore. Quando i radicali nel 1993 promossero il referendum che avrebbe abolito il finanziamento pubblico ai partiti, pensavano agli USA, dove gruppi (e conflitti) d’interesse sono regolati per legge. Ma l’Italia, appunto, è un’altra cosa e, abolito il finanziamento pubblico, la lobby dei funzionari di partito promosse alacremente la sua trasformazione in rimborso elettorale. E di soppiatto il rimborso fu esteso ai gruppi consiliari regionali, cosa che sfuggì persino ai giornalisti politici, che lo scoprirono solo quando un consigliere laziale denunciò il tesoriere per essersi intascato una parte dei contributi del gruppo. Però, al di là del referendum, il punto di non ritorno del finanziamento pubblico era stato il fallimento dello storico quotidiano della sinistra italiana, “L’Unità” (il fallimento del 2000, seguito dal fallimento bis dei mesi scorsi). Il finanziamento pubblico avrebbe dovuto consentire ai partiti meno abbienti di non soccombere ai partiti più ricchi (e per questo chi scrive fu uno dei pochissimi italiani a votare a favore nel referendum), ma quel fallimento dimostrava che quei soldi erano finiti chissà dove. E le televisioni berlusconiane chiusero il cerchio, perché nessun finanziamento pubblico, per quanto generoso, poteva mettere in grado gli avversari di competere, ammesso che ne avessero avuto voglia. Prima ancora che il MoVimento 5 Stelle dimostrasse la possibilità di poter far politica senza finanziamento pubblico, le varie Leopolde di Renzi del finanziamento pubblico segnavano il definitivo capolinea, perché si reggono su finanziamenti privati di origine solo in parte nota, in quanto non essendo la Leopolda un partito ma al massimo una fondazione di dalemiana memoria è obbligata a rendicontare poco o nulla. In questo contesto, dove le larghe intese consentono al governo una presenza mediatica massiccia, persino la struttura partito, con i suoi funzionari, diventa un ostacolo e quindi, nel medio periodo, anche per il PD e gli altri partiti tradizionali si può pensare ad un superamento più o meno totale del finanziamento pubblico, suddividendo quelli privati in tante Leopolde, accessibili a tutti, a seconda volta per volta delle convenienze.  Resta un’utopia che ai gruppi politici lo Stato, anziché del denaro, offra semplicemente i servizi di cui hanno bisogno per la loro attività: le sale dove fare le riunioni, gli spazi web dove pubblicare e quant’altro (vecchia idea del Partito Radicale, ripresa oggi dal MoVimento 5 Stelle, che infatti a Roma ha rifiutato sì i finanziamenti, ma non, per esempio, gli assistenti e i collaboratori parlamentari a spese dello Stato, per tacer dei rimborsi, che hanno generato la guerra degli scontrini). Anche nel microcosmo pisano non c’è stato verso di usare gratuitamente i pochi spazi comunali non ancora appaltati alle associazioni più o meno contigue al PD e, se oggi gli attivisti del MoVimento 5 Stelle di Pisa hanno un posto dove riunirsi, è solo grazie al mecenatismo di un simpatizzante. Alla fine della fiera, la distanza tra partiti ricchi e partiti (o movimenti) poveri che il finanziamento pubblico avrebbe dovuto accorciare invece resta, anzi si accentua. Insomma il liberismo trionfa pure all’interno stesso del mondo politico, come nel resto del mondo. Per ora.