Il trolley

§ 1 – A sinistra del PD.

C’è uno spazio politico ed elettorale alla sinistra del PD? Uno spazio “più a sinistra” in Italia c’è sempre stato, ma la catastrofica epopea di Matteo Renzi l’ha senz’altro allargato, avendo spostato a destra l’asse del partito. So bene, ovviamente, che c’è tutta una scuola di pensiero secondo la quale destra e sinistra non ci sono più, ma qui uso i due termini nell’accezione comune, riferiti ai raggruppamenti politici tradizionali della Repubblica Italiana. Su cos’è la destra e soprattutto su cos’è la sinistra non si finirà mai di dibattere, ma in questa occasione lasciamo perdere i massimi sistemi e teniamoci terra terra. Dunque, in teoria, l’area a sinistra del PD avrebbe la possibilità di fare un buon risultato elettorale, trainato da quei sessanta-settantenni che vissero l’Ulivo e non hanno mai digerito il renzismo. Detratti quelli che hanno dirottato il loro voto sul MoVimento 5 Stelle (e che in gran parte quel voto riconfermeranno), a quelli che più a sinistra hanno sempre votato potrebbero facilmente aggiungersi quelli che hanno votato il PD di Renzi turandosi il naso e soprattutto quelli che si sono astenuti e sono tanti. Potrebbe essere insomma possibile anche a sinistra un “riaggiustamento” delle percentuali elettorali tra i vari gruppi politici di quell’area, come è già avvenuto a destra tra Lega e Forza Italia. C’è però un problema, un grosso problema, a sinistra del PD e non solo, ma particolarmente a sinistra del PD: dopo svariate legislature elette col “porcellum” (dove i parlamentari venivano designati dalle segreterie dei partiti, MoVimento 5 Stelle a parte), scarseggiano terribilmente i giovani politici di talento, in grado di convincere gli elettori. E gli anziani (anche quelli anagraficamente meno anziani) hanno tutti un lungo percorso politico alle spalle e molti comportamenti pregressi da far dimenticare (ma far dimenticare, nell’epoca del web, è impossibile). Il libero professionista D’Alema e il funzionario Bersani questo lo sanno benissimo e infatti hanno puntato decisamente sul “quasi” giovane Speranza, con ciò irritando molto l’aspirante Emiliano, che ci ha messo qualche mese a capirlo e da ultimo si è esibito in 24 ore di comiche capriole per poi restare nel PD, almeno per ora. Dunque è perfettamente inutile che i sondaggisti sondaggino, perché le intenzioni di voto degli italiani in questo periodo sono molto in via di assestamento e l’esito finale delle future elezioni del 2018 è assai incerto, come era incerto, fino al giorno prima, l’esito delle storiche elezioni di 70 anni prima, quelle del 1948.

§ 2 – La transizione finita.

L’obbiettivo del MoVimento 5 Stelle è chiaro: diventare la lista più votata, ottenere dal Presidente della Repubblica l’incarico di formare il governo, formare un governo di minoranza ad alto tasso tecnico e presentarsi alle Camere chiedendo la “non sfiducia” di andreottiana memoria. Del resto il MoVimento 5 Stelle è stato fondato sul presupposto di far tornare centrale il ruolo del Parlamento rispetto a quello del governo. Dunque governo debole (che non abbia la forza di imporre le leggi al Parlamento a colpi di fiducia) e maggioranze variabili a seconda delle leggi da approvare. Si disse che il MoVimento 5 Stelle aveva fatto nascere Renzi, perché aveva rotto con Bersani. Ma se non avesse rotto con Bersani, Renzi sarebbe restato sottotraccia. Invece, venuto fuori, ha fatto vedere chi era e il MoVimento 5 Stelle è stata una parte importante di quel 60% di no che l’ha travolto. Sarà difficile, adesso, che per i prossimi vent’anni qualcun altro riproponga lo stravolgimento della Costituzione e questo pone le condizioni per poter lavorare. E’ impressionante come il MoVimento 5 Stelle, seguendo il percorso lucidamente progettato da Grillo e Casaleggio, abbia di fatto posto termine a quella mitica “transizione italiana” che avrebbe dovuto portare da una Repubblica parlamentare a una Repubblica presidenziale di tipo sudamericano, cioè senza nessun contrappeso ai poteri del Presidentissimo. Cos’è invece una Repubblica presidenziale ce lo insegnano gli Stati Uniti in queste settimane, con Trump che deve trattare con gli altri poteri, dalla Magistratura ai servizi segreti. Ma l’Italia resterà una Repubblica parlamentare e a questa scelta epocale il MoVimento 5 Stelle è riuscito a fornire una prospettiva politica, coinvolgendo nella difesa della Costituzione quelle giovani generazioni che non potevano ricordarsi di Licio Gelli e dintorni. Un ritorno alla Prima Repubblica del proporzionale, il MoVimento 5 Stelle come il prodotto nostalgico di due ultrasessantenni che rimpiangevano la politica italiana dei grandi partiti di massa, quando il paese reale si rispecchiava nel paese legale? Anche, ma il MoVimento 5 Stelle è soprattutto un colpo di reni contro tutto un andazzo anti-democratico che mosse i primi passi con Fanfani. Amintore Fanfani (il vero antenato di Renzi e della Boschi) fu un altro maledetto toscano di destra, per la precisione un fondamentalista cattolico, il cui nome comparve (a sua insaputa?) tra gli aderenti al manifesto degli intellettuali italiani a favore delle leggi razziali fasciste. Leggi che ad onor del vero la Chiesa cattolica si guardò bene dall’avvallare, anche se certo gli ebrei avrebbero preferito e noi con loro una maggiore dissociazione, ma i tempi erano duri per esporsi troppo e se uno il coraggio non ce l’ha non se lo può dare. Comunque molti cattolici si spesero, in molti paesi, per salvare molti ebrei dall’olocausto, compreso qualche futuro Papa. Ma torniamo ad Amintore Fanfani, che a un certo punto fu scambiato per uno di sinistra perché promosse un programma di case popolari (che però fece dei palazzinari la prima lobby politica del paese). Dopo aver occupato militarmente per anni la televisione allora unica e qualche giornale, cominciò a coltivare l’illusione di staccarsi dal gruppone dei dirigenti democristiani per diventare il De Gaulle italiano, ma alla fine fu travolto anche lui da un referendum, quello sul divorzio. Tentò di proseguire la sua carriera politica come niente fosse, ma un altro maledetto toscano, Indro Montanelli, ne seppellì tutte le ambizioni con una sola parola: rieccolo. Il 4 dicembre 2016 tutto questo è finito e si volta veramente pagina.

3 – Il Parlamento che verrà.

Le consorterie politiche tradizionali faranno di tutto per contrastare il progetto del MoVimento 5 Stelle di arrivare primo. Fatto il congresso del PD e passate le amministrative di primavera, in Parlamento comincerà la battaglia sulla futura legge elettorale. La Corte Costituzionale ha abolito il ballottaggio e questo è stato visto male da alcuni ultrà 5 Stelle, che sognavano il colpaccio. Ma come al solito il MoVimento 5 Stelle, schierandosi contro il ballottaggio prima della Corte Costituzionale, aveva visto lungo: è meglio rinunciare a vincere, se il rischio è che vincano gli altri e, una volta vinto, ti asfaltino. Un Parlamento più proporzionale favorirebbe soluzioni forse meno roboanti, ma più condivise. L’Italia è un paese troppo spezzettato (socialmente, geograficamente e politicamente) perché qui il maggioritario possa funzionare e infatti non ha funzionato. Le leggi migliori e meglio scritte della Repubblica Italiana restano quelle approvate all’epoca del proporzionale, dove ognuna delle grandi famiglie politiche ci metteva qualcosa. Però tutti quelli che continuano a credersi Napoleone tenteranno ancora di imporre soluzioni elettorali che facciano rientrare il maggioritario dalla finestra, tipo il collegio uninominale senza recupero dei resti. Anche se ci riuscissero (ma in Parlamento troveranno pane per i loro denti), a Costituzione invariata la legge elettorale resta una legge ordinaria, che si può sempre cambiare abbastanza facilmente. Certo, con il proporzionale non vince nessuno, perché la soglia del 40% fissata per avere il premio di maggioranza al momento non è alla portata di nessuno (ed è meglio così, perché con le maggioranze artificiali non si governa e poi in Italia alle elezioni può presentarsi anche un’unica lista, ma arrivati in Parlamento non ci crede nessuno che da un’unica lista nascerebbe un unico gruppo parlamentare, per cui è più chiaro per gli elettori se ci si divide prima). Però attenzione: nel proporzionale per conoscere l’aria che tirerà in Parlamento non conta chi vince, conta chi perde. Il PD, se riconferma Renzi segretario, è sulla buona strada per perdere alla grande. Renzi, come tutti i narcisi patologici, rilancia: nella sua vulgata l’errore non fu di fare le leggi che ha fatto, ma di non averle fatte ancora più decise. In questo simpatico modo di ragionare manca la freccia della direzione di marcia: dopo il jobs act di più deciso ci sarebbe per esempio la schiavitù, che resta sempre un’opzione economica di fondo, ma che ben difficilmente troverebbe il consenso degli schiavi. E annunciando il varo una piattaforma web alternativa a quella dei 5 Stelle dimostra di non aver capito che prima va progettata una diversa organizzazione di un gruppo politico e solo dopo una piattaforma. L’attuale piattaforma del MoVimento 5 Stelle è venuta al termine di tutto un percorso e non essendo ancora completato il percorso, non è completata neppure la piattaforma. E come al solito Renzi tenta di nascondere le sue vere intenzioni dietro il solito marketing. Questa volta i suoi infaticabili creativi (braccia rubate all’agricoltura) hanno avuto la brillante idea di associare il PD a un trolley (cioè una valigia con le rotelle), chissà perché su uno sfondo verde lega. Qual è il messaggio che passa veramente? Che il PD è un partito che sta facendo le valige, come i bancari di Wall Street travolti dalla crisi nel 2008. E che quelli del PD stanno scappando, inseguiti dalla Magistratura. Resterà infine negli annali della psicanalisi quell’incredibile frase “Qualcuno ha provato a distruggere il partito!”, detta da uno che non si rendeva conto di parlare di se stesso.