Il pugno del MoVimento

L’arresto a Roma di Raffaele Marra ha offerto la possibilità ai media di fare molta polvere, questo post è un piccolo contributo al dibattito, in 8 punti.

  1. Non è vero che il MoVimento 5 Stelle si è presentato come quello che avrebbe portato nelle istituzioni solo gli onesti. Il povero Beppe Grillo ha passato la campagna elettorale del 2013 per le politiche a girare l’Italia a spiegare che almeno un 10-15% degli eletti avrebbero ceduto alle sirene del potere e del denaro. Poi la percentuale è stata del 22-23%, ma perché oltre agli interdetti all’uso del simbolo ci sono stati anche quelli che se ne sono andati perché hanno visto che non era aria.
  2. Il MoVimento 5 Stelle aveva promesso che sarebbe intervenuto sugli eletti in caso di reati o quando avessero comunque compiuto atti in grado di danneggiare l’immagine del MoVimento e questo, almeno nei casi di valenza nazionale, è puntualmente avvenuto, in un contesto dove le altre forze politiche ai loro eletti hanno lasciato passare di tutto. Il MoVimento 5 Stelle ha sempre avuto delle regole interne, che man mano sono state arricchite e precisate tenendo conto dell’esperienza e dei vari problemi legali emersi, da ultimo Beppe Grillo ha annunciato il prossimo varo di un codice etico per gli eletti.
  3. Poiché il MoVimento 5 Stelle è nato da poco e governa in pochi posti, non ci sono stati ovviamente casi eclatanti di eletti 5 Stelle condannati e quindi il ritiro del simbolo si è concentrato su temi “interni”: in sintesi sono stati sanzionati tutti i comportamenti “partitici”. La dannazione del MoVimento 5 Stelle (una delle dannazioni) è che, mettendo in discussione tutto e non fidandosi mai di nulla, si avventura in territori inesplorati per la politica italiana. Quando mai, prima di Marra, l’arresto di un funzionario comunale, sia pure di alto rango, era diventato un problema così squisitamente politico? In genere l’eletto da cui quel funzionario dipendeva lo scaricava e tutto finiva lì.
  4. Il fatto che Virginia Raggi si sia fidata di un signore con degli scheletri nell’armadio è secondario, ciascuno di noi può fare errori del genere (per la serie chi è veramente una persona lo sai solo dopo diversi anni che la frequenti e a volte neanche allora). Anche il fatto che quel funzionario avesse lavorato per altre amministrazioni di diverso colore non è dirimente. Il problema giudiziario nasce quando i giudici accusano quel funzionario di aver lavorato per sé e solo per sé, indipendentemente dal colore politico dell’amministrazione in carica. Il problema politico è nato invece perché Virginia Raggi, circondandosi di un manipolo di fedelissimi contro il resto del mondo, ha posto in essere un comportamento che ha fatto temere una deriva “partitico-leaderistica”. La Raggi mantiene l’uso del simbolo 5 Stelle perché ha avuto il buonsenso di fare un passo indietro, come a suo tempo Nogarin e a differenza di Pizzarotti e altri.
  5. Il MoVimento 5 Stelle, secondo il lucido progetto di Gianroberto Casaleggio, nasce non scalabile, cioè senza prevedere congressi (o Meetup) locali e nazionali su liste contrapposte (quello che continua a non capire Pizzarotti). Il modello non è il partito di plastica e padronale di Berlusconi e neanche i partiti personali presenti in Sudamerica. Siamo piuttosto dalle parti, facendo le debite proporzioni e sottolineando l’opzione pacifica, di quelle avanguardie che sono state alla testa di tutte le rivoluzioni. In queste avanguardie la discussione interna non verte mai sui presupposti dell’azione rivoluzionaria (dati per scontati e immutabili), bensì su quanto i singoli siano aderenti a tali presupposti. Alla testa di queste avanguardie ci sono sempre i fondatori a decidere chi è dentro e chi è fuori, nel caso del MoVimento 5 Stelle l’ingrato compito, dopo la morte di Casaleggio padre, è restato tutto sulle spalle di Beppe Grillo e del suo staff, del quale Casaleggio figlio ha fatto parte dall’inizio.
  6. Una rivoluzione può vincere o fallire e in entrambi i casi può contribuire a far progredire la società umana o può lasciarla come l’ha trovata. E’ troppo presto per dare un giudizio storico sul MoVimento, al quale sarebbe riduttivo applicare i tradizionali criteri di analisi politica validi per qualsiasi formazione standard. Il punto da cui dovrebbe partire ogni riflessione in merito è che la teoricamente democratica scalabilità dei partiti politici in Italia ha messo in serio pericolo la debole democrazia della Repubblica, da Fanfani a Craxi a Renzi. Poi nessuno ha la soluzione in tasca e la soluzione proposta dal MoVimento 5 Stelle non è l’unica possibile. Per esempio, a Pisa, da tempo la pagina fb di Francesco Cecchetti ospita pareri sparsi di vari spezzoni della povera sinistra italiana: impressiona che, di fronte al fenomeno 5 Stelle, a nessuno venga in mente di ri-affrontare il classico tema della forma-partito. In particolare nessuno propone di abbandonare la concezione leninista del rivoluzionario di professione, che ha disseminato la penisola di funzionari di partito ed ha innescato una lunga storia di finanziamenti pericolosi per la democrazia: i soldi di Mosca, tangentopoli, la fondazione di D’Alema, gli stipendi dei parlamentari e i rimborsi ai partiti fuori da ogni controllo, le Leopolde di Renzi. Un’eventuale alternativa “da sinistra” al MoVimento 5 Stelle dovrebbe anche capire che le grandi opere inutili sottraggono inutilmente risorse ai bisogni sociali, sempre più impellenti in tempi di vacche magre. Con qualche risvolto grottesco: dal Pisa Mover all’Expo è tutta un’indagine, ma se la Magistratura mette in discussione il maggior appalto dell’Expo il primo Oscar lo prende Renzi per aver scelto Sala a sindaco di Milano, ma il secondo Oscar è tutto del magico Raffaele Cantone, che avrebbe dovuto sistemare tutto in via preventiva. Ma forse è solo colpa del Procuratore di Milano che non ha capito il nuovo che avanza.
  7. A differenza che in altre nazioni, in Italia la Pubblica Amministrazione è particolarmente dipendente dal potere politico e una nuova stagione politica presuppone il cambio anche dei vertici amministrativi, che come abbiamo visto a Roma a volte hanno pure un passato non limpidissimo. In Italia si accorre sempre in soccorso del vincitore, ma il MoVimento 5 Stelle non ha ancora vinto e quindi universitari e professionisti preferiscono non impegnarsi in politica o attendarsi sotto altre insegne, al momento meno insicure. Questo per il MoVimento è un grosso problema, perché quando ha bisogno di competenze non sa dove sbattere il capo, vedi la danza degli assessori a Roma. Tra le sue fila ci sono è vero giovani che hanno studiato, ma non hanno avuto mai modo di fare esperienza. Far crescere una nuova classe dirigente non è semplice ed è uno degli storici guai italiani, che l’aumento dell’età pensionabile non aiuta certo a risolvere. Nella situazione in cui siamo, converrebbe a tutti una forte affermazione elettorale del MoVimento e l’intendenza seguirà, almeno quella onesta. Se a Roma fosse diventato sindaco Giachetti, nessuno (né i giornalisti né i giudici) sarebbe andato a fare le pulci a Marra e agli altri.
  8. Quello che le vicende romane possono insegnare agli attivisti 5 Stelle, ma in fondo a tutti gli italiani, è la consapevolezza che per scegliere un candidato o un assessore bisogna guardare oltre i curriculum prestigiosi, i video affascinanti, la bella presenza e l’oratoria. Guardiamo in faccia i candidati con l’occhio dell’arguzia contadina di Bertoldo e vediamo di scegliere gente seria, equilibrata, affidabile. Almeno proviamoci, a migliorare l’Italia.

Nota a margine. Questo post continua il precedente “La questione tecnica” ed avrebbe potuto intitolarsi “La questione politica” o meglio “…che dagli amici mi guardo io”. Il titolo scelto adatta alle circostanze un classico modo di dire della politica di tutti i tempi, “Il pugno del partito”, che nel 1994 fu scelto da Eugenio Scalfari come titolo di prima pagina su “Repubblica”, quando D’Alema fu eletto segretario del PDS contro Veltroni.