Il precedente

Sarà anche vero che tutto il mondo è paese, ma Pisa e Livorno sono due pianeti diversi e che tenderebbero ad ignorarsi. Poi però c’è la vicinanza geografica a rendere inevitabili gli interscambi e così nei mesi scorsi gli attivisti pisani hanno molto discusso dell’esperienza “comunale” dei 5 Stelle labronici. Lo scorso febbraio avevo provato a delineare i termini della questione nel post “La percezione del debito“. Ci tornerò a bocce ferme, quando la parte giudiziaria si sarà meglio chiarita, ma per adesso non posso lasciar passare sotto silenzio le arrischiate dichiarazioni di Massimo Artini, un parlamentare espulso dal MoVimento 5 Stelle e quindi con un forte conflitto d’interesse quando torna a parlare del suo ex gruppo politico. Commentando l’informazione di garanzia giunta al Sindaco di Livorno, secondo “Repubblica” si è lasciato sfuggire le parole “Per molto meno espulsero il consigliere regionale dell’Emilia Romagna Defranceschi“. Qui l’accento viene posto, si badi bene, non tanto sull’auspicare l’espulsione di Nogarin (che non viene auspicata), quanto nel deprecare l’avvenuta espulsione del Defranceschi e in nuce dell’Artini medesimo. Già, ma cosa successe di preciso con Andrea Defranceschi, che potete vedere nel video in cima a questo post nel 2012, cioè nel massimo del suo fulgore di capogruppo del MoVimento 5 Stelle alla Regione Emilia Romagna? Per capirlo dobbiamo fare un passo indietro e tornare alle origini del MoVimento 5 Stelle come formazione politica, a quel regolamento, alias “Non Statuto”, che all’articolo 4 recita testualmente: “Il MoVimento 5 Stelle non è un partito politico né si intende che lo diventi in futuro“. E’ una frase criptica, nello stile ermetico di Gianroberto Casaleggio, perché dice quello che il MoVimento non vuole essere, ma non dice cosa sarà e come lo sarà. Una delle peculiarità del MoVimento 5 Stelle è che Grillo e Casaleggio si sono “dimenticati” (tra virgolette) di scrivere un testo organico con rimandi e note a margine. Hanno disseminato le loro idee in moltissimi post, variamente riuniti in volume, ma ricostruire il disegno complessivo e soprattutto le implicazioni pratiche nei casi specifici per i non addetti ai lavori resta difficoltoso. Poi questa cosa può essere vista in modo classico (Grillo e Casaleggio come dilettanti della politica che hanno improvvisato), in modo dietrologico (Grillo e Casaleggio che si lasciano le mani libere per restare padroni incontrastati del MoVimento) o in modo futuribile (Grillo e Casaleggio che fanno in anticipo la politica che sarà, senza testi sacri). Prendiamo appunto il caso di Andrea Defranceschi, eletto consigliere regionale in Emilia Romagna nel 2010 per il MoVimento 5 Stelle insieme a Giovanni Favia. A maggio 2014 la Corte dei Conti contesta formalmente spese irregolari ai gruppi consiliari della Regione Emilia Romagna (MoVimento 5 Stelle compreso) e il blog di Beppe Grillo comunica che Defranceschi viene sospeso e inibito all’uso del simbolo. La Corte dei Conti fa storia a sé rispetto a un normale tribunale, ma la contestazione formale è qualcosa di più di un’informazione di garanzia: l’informazione di garanzia ti avvisa che si stanno svolgendo indagini su di te e devi nominarti un difensore, la contestazione formale ha invece dietro un primo esame già terminato. Quell’inchiesta era una delle tante che, partendo dal caso “Batman” della Regione Lazio, si occuparono di verificare come i consiglieri regionali spendevano i soldi elargiti ai gruppi consiliari. Diciamo subito che Defranceschi, come capogruppo, aveva l’autorizzazione a gestire quei fondi da parte del MoVimento 5 Stelle. Infatti non è vero, come semplificando a volte si sente in giro, che il MoVimento 5 Stelle rifiuta tutti i soldi che la legislazione italiana riconosce ai gruppi politici. Rifiuta la parte di quei soldi destinati alle strutture partito (cioè i rimborsi delle campagne elettorali), accetta i soldi destinati a sostenere l’attività dei gruppi consiliari regionali o dei gruppi parlamentari, previa rendicontazione (peraltro prevista per legge). Accetta anche i rimborsi spese previsti per i singoli consiglieri o i parlamentari, sempre previa rendicontazione. Impone infine un tetto alla retribuzione dei parlamentari e dei consiglieri regionali, ma la parte eccedente non viene devoluta alle casse del MoVimento, bensì a dei fondi per il sostegno a occupazione, piccole aziende, assortite utilità pubbliche (con qualche problema pratico nelle assegnazioni che si sta cercando di superare). Non c’è tetto per gli europarlamentari, che comunque versano dei contributi anche loro su un fondo. Non c’è un tetto per i consiglieri comunali, ma perché il loro compenso (legato alla grandezza del Comune e al numero delle sedute alle quali si partecipa) resta comunque basso se non irrisorio. Torniamo a Defranceschi: un mese dopo, a giugno 2014, la Corte dei Conti ci ripensa e per gran parte di quelle spese si pronuncia favorevolmente (anche se poi, con i soliti tempi della giustizia italiana, la piena assoluzione avverrà solo due anni dopo, nel 2016, con tanto di lode per l’oculatezza con cui i soldi erano stati amministrati). Di fatto, in quel giugno 2014, Defranceschi torna a far parte del MoVimento a 5 Stelle a tutti gli effetti, cioè in pratica la sospensione è durata un mese. Bisogna anche tenere presente che all’epoca mancava una giurisprudenza consolidata sul corretto uso dei fondi destinati ai gruppi consiliari delle Regioni. Il criterio generale ammesso ora dalla Magistratura è che vadano usati per le finalità istituzionali (politiche) dei gruppi e che si incorre in un reato se li si usa per fini personali. Quindi si possono spendere al ristorante durante un convegno politico, ma non durante una vacanza. Da destra (specie da parte della Lega) si è tentato di teorizzare che questi fondi sono assegnati ai consiglieri e i consiglieri debbono poterci fare quello che vogliono, ma il brillante ragionamento si è arenato sin dall’inizio, quando appunto alla Regione Lazio il consigliere A denunciò il consigliere B (dello stesso gruppo) perché aveva usato i soldi anche del consigliere A per andare in vacanza e comprare un SUV. Accantoniamo un attimo tutte le discussioni sul se questi fondi ai gruppi consiliari regionali abbiano ragione di esistere o meno, restiamo sul punto che ci sono e che anche il MoVimento 5 Stelle ne ususfruisce. I veri guai per Defranceschi cominciano quando la Corte dei Conti decide di proseguire il procedimento in merito ai fondi che aveva speso presso una televisione locale per delle trasmissioni che erano a pagamento ma non figuravano a pagamento. Secondo i giudici non si poteva fare e per Defranceschi nell’ottobre di quel 2014 arrivò la condanna in primo grado e la conseguente espulsione dal MoVimento. Di sicuro al consigliere regionale Defranceschi venne applicato in pratica quanto previsto dal codice di comportamento degli eletti del MoVimento 5 Stelle in Parlamento: “Il parlamentare eletto dovrà dimettersi obbligatoriamente se condannato, anche solo in primo grado, nel caso di rinvio a giudizio sarà invece sua facoltà decidere se lasciare l’incarico”. Un gruppo politico non può ovviamente obbligare un proprio eletto a dimettersi, non esistendo nella legislazione italiana il vincolo di mandato. Però nel caso Defranceschi la contestazione formale venne equiparata al rinvio a giudizio e partì la sospensione, poi, di fronte alla condanna, partì l’espulsione. Come si vede nulla è previsto per la comunicazione di garanzia, quella ricevuta dal sindaco di Livorno e dal sindaco di Parma. Benché sia invalsa l’impressione che il MoVimento 5 Stelle abbia l’espulsione facile, in realtà si arriva a un’espulsione solo quando c’è l’episodio che fa traboccare il vaso e solo nei casi politicamente significativi per il buon nome del MoVimento (insomma è difficile che ci si occupi di cosa fa il consigliere di opposizione del MoVimento 5 Stelle di Roccacannuccia). Non lasciamoci ingannare dal numero dei parlamentari che non fanno più parte del MoVimento 5 Stelle: alcuni sono stati espulsi, ma molti altri se ne sono andati di loro iniziativa, perché non avevano capito bene dove erano stati eletti (tesi benevola) o lo sapevano benissimo (tesi malevola). Il caso Defranceschi rientra in realtà nel più generale caso emiliano, del quale ci eravamo occupati nell’estate del 2014 nei commenti a questo post (scorrete in fondo per arrivare ai commenti) e più in dettaglio in quest’altro post. In Emilia c’è molta nostalgia per il partito che fu: sin dall’inizio si chiedono congressi nazionali, regolamenti dettagliati, una struttura codificata. La cosa grottesca è che, quando Grillo e Casaleggio risposero picche, furono accusati di essere il “partito 5 Stelle” proprio da coloro che nei fatti volevano trasformare il MoVimento 5 Stelle in un partito organizzato come gli altri. Il MoVimento 5 Stelle è diverso dalle altre forze politiche sia nei contenuti che nella non-organizzazione e questo certo può disorientare, può non piacere, può essere semplicemente difficile da capire perché va fuori del senso comune italico. Io stesso teorizzai in quell’agosto del 2014, nel post “I talebani de noantri” di cui sopra, che ci doveva essere un Meetup per Comune e due anni dopo ho fondato il secondo Meetup di Pisa, quando ho finalmente capito che i Meetup non sono espressione organica del MoVimento 5 Stelle, ma semplicemente gruppi di persone che si incontrano per sviluppare idee (e infatti sono inibiti all’uso del simbolo). Agli imbranati come me lo hanno spiegato per filo e per segno Fico e Di Battista nel luglio 2015, nella loro “Lettera ai Meetup“. Ancora non sappiamo se alla fine per la legge Defranceschi sarà innocente o sarà confermato colpevole, perché il procedimento, mentre scrivo (maggio 2016) è ancora in corso. Però già ora possiamo dire che Defranceschi non si è arricchito con la politica ed è un distinto signore dal quale si potrebbe tranquillamente comprare un’auto usata. Perché nel caso di Defranceschi non c’è stata solo o tanto la condanna, c’è stato il fatto di aver pagato dei giornalisti per farsi intervistare: un comportamento molto, molto partitico. Se si analizzano attentamente le varie espulsioni, ci si accorge che la causa di fondo per cui si viene sicuramente espulsi dal MoVimento 5 Stelle è di aver tenuto comportamenti “partitici”. A vigilare sui comportamenti nei partiti tradizionali ci sono i probiviri, quelli per intenderci che nel PD hanno sentenziato che le primarie di Napoli si erano svolte in modo regolare ed hanno escluso Bassolino dalla corsa a sindaco. Nel MoVimento 5 Stelle questo compito è stato svolto sin dall’inizio dai due cofondatori e dopo la scomparsa di Casaleggio dal solo Beppe Grillo, il quale, sempre sin dall’inizio, è coadiuvato da uno staff. Gli attivisti del MoVimento 5 Stelle, grandi consumatori del web, hanno sempre saputo che i componenti di questo staff erano alcuni dipendenti dell’azienda di Casaleggio per la parte tecnica (compresa la disamina dei messaggi inviati al blog di Grillo dagli iscritti). In seguito sono stati aggiunti come parte più politica cinque deputati, cioè il Comitato Direttivo (secondo la definizione aziendalista di Casaleggio), più conosciuto come Direttorio (secondo la definizione giornalistica che si richiama alla Rivoluzione Francese). La Casaleggio Associati, come dice anche il nome, è una delle tante aziende familiari che costellano l’Italia e quindi che in un’azienda di questo genere il figlio subentri al padre è la norma. Tuttavia, per troncare ogni possibile polemica, i rapporti tra Casaleggio Associati e MoVimento 5 Stelle saranno presto regolati attraverso una Fondazione. Negli anni lo staff ha scritto svariati codici di comportamento per gli eletti alle varie cariche ed esiste anche un regolamento che norma le espulsioni, per cui non è esatto dire che nel MoVimento 5 Stelle manchino le regole. La stella polare resta però sempre quella famosa frase: “”Il MoVimento 5 Stelle non è un partito politico né si intende che lo diventi in futuro“. Frase alla quale si agganciano molte cose, compresa quest’altra frase, estratta dal Regolamento: “Gli iscritti al MoVimento 5 stelle non possono né rappresentare il MoVimento 5 Stelle, né utilizzare il simbolo per iniziative e manifestazioni non espressamente autorizzate dal capo politico del MoVimento 5 Stelle o, se nominati, da delegati territoriali”. Personalmente conosco questi meccanismi interni del MoVimento 5 Stelle dal 2012, ma a me li hanno spiegati altri attivisti che li conoscevano già da prima ed insieme ne abbiamo molto discusso, in quel 2012, prima di chiedere allo staff (sì, proprio allo staff) il permesso di usare il simbolo alle elezioni comunali del 2013. Lo so, di questi temi al 99% degli elettori non importa nulla, in genere si vota un gruppo politico per quello che fa o non fa all’esterno e non per come funziona o non funziona all’interno, anche se il funzionamento interno è sempre il presupposto per l’azione esterna. Supponendo però che i pochi lettori del Bar 5 Stelle siano degli appassionati della politica, spero di essere riuscito a dar loro qualche dritta per meglio interpretare quello che sta accadendo tra Livorno, Parma, Genova e Milano.