Il governo che verrà

Nell’Italia tripolare scaturita dalle elezioni politiche del 2013, la Lega non può vincere le elezioni, perché gli manca il Sud. Neanche il PD può vincere le elezioni, perché gli mancano i giovani ed il Nord. Forza Italia nemmeno può vincere le elezioni, perché ha esaurito la sua spinta propulsiva. Quanto al MoVimento 5 Stelle, è primo solo in Sicilia (forse), ma giusto perché nella particolarissima situazione isolana gli altri gruppi politici sono frantumati. Poi, facendo la somma algebrica nazionale, il MoVimento può aspirare ad essere la lista più votata, ma solo se non si vota in collegi uninominali senza recupero dei resti. Le debolezze delle varie liste, d’altronde, non possono essere compensate con le tradizionali coalizioni delle tornate elettorali precedenti, perché in questa legislatura che si sta concludendo la tensione politica tra i vari gruppi è andata ai massimi. E il MoVimento 5 Stelle non si coalizza con nessuno, per principio e per prudenza. Dunque, in questo grandioso gioco di veti incrociati, a decidere chi vince e soprattutto chi perde le elezioni è unicamente la legge elettorale. Si capisce quindi perché le forze politiche siano interessatissime all’argomento. Narra la leggenda metropolitana che la stragrande maggioranza degli italiani invece non ne voglia più sentir parlare, ma il nostro futuro immediato dipenderà proprio dalla legge elettorale.

§ 1 – L’antefatto.
La Costituzione repubblicana non prevede al suo interno le modalità con cui eleggere le 2 Camere, cosa che viene rimandata a una legge a parte. Del resto era così anche nel Regno d’Italia, dove anche lo Statuto Albertino rimandava a una legge ad hoc le regole di elezione della Camera (il Senato allora era di nomina regia e quindi il problema non si poneva). Il vantaggio di questa scelta è che è facile adattare la legge elettorale alle mutate esigenze, senza dover passare dal lungo processo previsto per le modifiche costituzionali (con più passaggi tra le 2 Camere, maggioranze qualificate ed eventuale referendum confermativo finale). Lo svantaggio è che possa essere approvata una legge elettorale anticostituzionale ed è quello che è successo in Italia per ben 2 volte negli ultimi anni.

§ 2 – Il guastafeste.
L’avvocato Felice Besostri è un vecchio socialista, che fu eletto anche senatore ai tempi dell’Ulivo e il cui nome torna puntualmente quando c’è da eleggere un giudice costituzionale o il Presidente della Repubblica e puntualmente non viene mai eletto. Resterà però comunque nella storia del Belpaese perché guidò i ricorsi che avrebbero portato la Corte Costituzionale a dichiarare l’incostituzionalità di Porcellum ed Italicum. Prima di lui, nessuno pensava che fosse possibile ricorrere alla Corte Costituzionale da semplici cittadini: fino ad allora la Corte veniva tirata in ballo solo se un giudice, nel corso di un processo, ipotizzava qualche incostituzionalità della legge che avrebbe dovuto applicare. Tutti questi dettagli giuridici venne a spiegarli anche a Pisa, in un incontro che resta negli archivi del Bar 5 Stelle.

§ 3 – Signori, la Corte.
Tralasciando gli aspetti legali che lasciamo volentieri agli addetti ai lavori e guardando le cose con gli occhiali della politica, cosa ha concluso la Corte Costituzionale con le sue varie sentenze sulle varie leggi elettorali? Tre cose principali.
1) Non è la stessa cosa eleggere Camera e Senato ed eleggere un consiglio comunale (o provinciale o regionale o di una città metropolitana). Il potere di un ente locale è enormemente inferiore a quello di un Parlamento, quindi è ammissibile che gli enti locali vengano eletti anche con leggi fortemente maggioritarie. Questo non è obbligatorio, cioè il legislatore può scegliere anche per gli enti locali una legge proporzionale, ma se sceglie una legge maggioritaria questo non dà luogo a incostituzionalità. Attualmente negli enti locali c’è addirittura l’elezione diretta del Sindaco o del Presidente, sono ammesse coalizioni di liste, nei Comuni oltre i 15.000 abitanti è previsto il ballottaggio al secondo turno (che può portare una lista che al primo turno aveva avuto il 20% ad ottenere il 60% dei seggi), nei Comuni sotto i 15.000 abitanti è possibile ottenere la maggioranza dei seggi anche con un solo voto di differenza. Per Province e Città Metropolitane si è arrivati a limitare il diritto di voto ai soli consiglieri comunali, su questo c’è in corso un’ulteriore battaglia legale di cui ho parlato nel video n. 64 del Bar 5 Stelle.

Sono tra i firmatari dell’esposto presentato sul tema al Tribunale di Pisa (come in molti altri tribunali italiani), perché il MoVimento 5 Stelle è per abrogare le Province, ma per riportare l’elezione delle Città Metropolitane nelle mani di tutti i cittadini e non solo dei consiglieri comunali. L’avvenuto taglio del numero dei consiglieri in tutti gli enti locali ha reso ancora più maggioritario l’esito finale delle elezioni, tarpando molto le ali alle forze di opposizione. Non credo che tutto questo sia un bel risultato per la democrazia. Siamo passati dal proporzionale puro (in cui le forze minori ricattavano la maggioranza, facendo balenare la caduta della giunta) al maggioritario parossistico, in cui uno vale per tutti. Tanto per non scalfire il vecchio luogo comune che una cosa normale in Italia mai.

2) Anche per i 2 rami del Parlamento è costituzionale prevedere, se lo si vuole, un premio di maggioranza, purché sia indicata una soglia minima da raggiungere per ottenerlo. Attualmente l’Italicum (quel pezzo di Italicum sopravvissuto ai rilievi della Corte Costituzionale) prevede una soglia del 40%, soglia non abrogata dalla Corte, che però non ha detto se questa percentuale possa o no essere abbassata e quanto. Parere personale, il 40% (presente anche nella legge elettorale della Regione Toscana) è una soglia troppo bassa, perché lascia fuori troppi elettori. Ai tempi del Polo e dell’Ulivo il vincitore arrivava al 45-46% e coalizzando tutto il coalizzabile, dunque lì un premio di maggioranza aveva più senso. C’è poi il problema che l’Italicum vale ad oggi solo per la Camera, per il Senato è restato il Porcellum riveduto e corretto dalla Corte, perché il PD metteva in conto di vincere il referendum e trasferire l’elezione del Senato ai consiglieri regionali.
3) Non è obbligatorio prevedere le preferenze, ma se si sceglie di cassarle allora ciascuna lista che l’elettore si trova davanti deve essere composta da un numero ragionevole di nomi, in modo che l’elettore sia messo nelle condizioni di farsi un’idea su chi sono i candidati. La Corte non ha specificato quanti nomi massimo, l’Italicum attualmente in vigore ne prevede da 3 a 9. Molto dipende da come il Ministero dell’Interno disegna i collegi, con le note eccezioni delle Regioni a statuto speciale. Tradizionalmente si partiva dalle province, ma con molti aggiustamenti affinché il rapporto tra numero degli elettori e numero dei seggi fosse più o meno uguale in tutti i collegi. Però questo porta spesso a risultati illogici, per esempio Pisa, se i collegi resteranno quelli previsti dall’Italicum, verrà accorpata a Livorno, scorporando però la Zona del Cuoio (che andrà insieme a Empoli in uno dei collegi satelliti di Firenze). Tradotto, i pisani potrebbero votare un capolista livornese o viceversa i livornesi un capolista pisano, che stante l’abolizione delle preferenze avrebbe la certezza di essere eletto (almeno per i gruppi maggiori). E’ facile immaginare che su questi accorpamenti in Toscana ci saranno molti mal di pancia. Per il Senato, invece, il collegio sarebbe ad oggi l’intera Regione e quindi, forse, con una lista di nomi troppo lunga per i parametri fissati dalla Corte.

§ 4 – Cosa conviene a chi.
Da qui alle prossime elezioni politiche del 2018 il Parlamento tenterà nuovamente di porre mano alla legge elettorale. Ogni forza politica, ovviamente, tirerà l’acqua al proprio mulino. E’ di questi giorni la proposta del PD, spalleggiato da Verdini, di abrogare il ballottaggio nei Comuni maggiori, se uno dei contendenti, da solo o più verosimilmente in coalizione, superasse il 40%. Lo capisce anche un bambino contro chi è rivolta questa proposta, ma prima della fine della legislatura di belle pensate ne vedremo molte altre. In genere nella politica italiana, quando troppi interessi si scontrano, si adotta la soluzione minima, che in questo caso sarebbe l’applicazione anche al Senato dell’Italicum (sempre nel senso di quel pezzo di Italicum sopravvissuto). Se così sarà, andremo al voto senza coalizioni e le coalizioni, eventualmente, si faranno dopo il voto. E siccome ben difficilmente ci sarà una singola lista capace di raggiungere il 40%, sarà come andare a votare con una legge quasi proporzionale. Queste strida che state sentendo in lontananza sono le truppe di editorialisti disperati per un possibile ritorno ai fasti della Prima Repubblica. Ignorateli, dobbiamo prendere atto che in Italia il maggioritario non ha funzionato. Se fai le coalizioni, metti le sorti del paese nelle mani di gruppi minuscoli, da Mastella a Turigliatto, il che forse non è molto democratico. Nelle elezioni del 2013 sotto questo aspetto abbiamo raggiunto il massimo del grottesco, con la coalizione PD-SEL che intasca il premio di maggioranza previsto dal Porcellum e si sfascia subito dopo. Senza quella coalizione, il premio di maggioranza sarebbe andato al MoVimento 5 Stelle e sarebbe stata tutta un’altra storia (nel Porcellum alla Camera il premio andava a chi era arrivato primo in Italia, senza contare la circoscrizione estero, solo contando la quale il primo diventava il PD). Ma se non fai le coalizioni e dai la maggioranza a una lista che non ha la maggioranza nel paese, tempo 3 mesi e da quel gruppo parlamentare gonfiato con gli ormoni cominciano a nascere, per germinazione spontanea, 2, 3 mille altri gruppi. E a quel punto non si tratta più sui temi, si tratta solo ed unicamente sulle poltrone. No, l’Italia è un paese diviso, con molti tipi di divisione al suo interno. L’unica è avere tanti gruppi politici, ognuno con un preciso blocco sociale di riferimento al quale rendere conto di quello che ha combinato in Parlamento, se vuole essere presente nel Parlamento successivo. Spetterà poi “tecnicamente” al gruppo risultato più grande formare un governo non strettamente “di partito”, con gli altri che gli danno la “non sfiducia”, con la certezza che ogni singolo provvedimento dovrà essere concordato tra tutti o quasi tutti i gruppi, con sintesi politiche degne di questo nome. Senza leggi imposte dall’alto, con decreti e voti di fiducia. Sarebbe la strada per riavvicinare paese legale e paese reale, è la strada indicata a suo tempo da Gianroberto Casaleggio nell’incomprensione generale (perché un eventuale governo Bersani sarebbe stato un governo molto “di partito” e molto chiuso alle istanze del MoVimento, come si chiuse a riccio l’Ulivo di Prodi alle raccolte di firme promosse a suo tempo da Beppe Grillo). Se tanti osteggiano questa strada così antica e così moderna, avranno le loro buone ragioni, buone per loro, ma meno per noi. Saranno gli italiani, con le prossime elezioni, a decidere se riscoprire la democrazia parlamentare o affidarsi ancora una volta al ducetto di turno. Il grande merito del MoVimento 5 Stelle è di essere riuscito in pochi anni a dare agli italiani la possibilità di scegliere un’alternativa istituzionale fattibile e quindi credibile. Se questa possibilità non verrà colta, poi sarà inutile lamentarsi e sarà ingiusto fare il processo al MoVimento, che il suo l’ha fatto. Il resto dobbiamo farlo tutti noi, togliendo dalla scena e consegnando alla Storia tutti i Napoleoni della politica italiana.