Il Fiscal Compact

FISCAL COMPACTLa difficoltà principale nell’ultima campagna elettorale per le Europee è stato spiegare ai cittadini cosa sia diventata, nel tempo, l’Unione Europea e quale siano le sue politiche economiche e monetarie da alcuni anni a questa parte.
Sono argomenti tecnici, oggettivamente ostici, ma volutamente non spiegati e non semplificati, affinché il cittadino non li capisca. In Italia, paese notoriamente poco propenso alle lingue straniere, si ricorre anche all’uso delle parole inglesi per confondere. La truffa della semantica. Impressionante poi come il sistema dell’informazione, salvo qualche raro caso, agisca all’unisono in quella o quell’altra direzione in modo da distrarre le masse e far passare nel silenzio più assordante eventi epocali, praticamente un MinCulPop 2.0. La gente, da anni bombardata di minchiate ed argomenti frivoli, ha così un’oggettiva difficoltà a seguire ragionamenti di una certa complessità e, difficilmente, riassumibili in quattro chiacchiere da Bar.
Così anche se vede gli effetti, non è in grado di discernere le cause…
A volte capita che i cittadini capiscano la gravità della situazione, ma rimangano increduli! Nella propria formazione scolastica d’obbligo agli italiani non viene insegnato nulla né di economia né di Unione Europea. L’Europarlamento è un posto dove spedire politici trombati o per accontentare vecchi e nuovi amici. Delle sue regole assai poco democratiche, tipo le conseguenze di finire tra i non iscritti, nessuno sapeva un’acca. In realtà è tutto l’impianto dell’Unione Europea ad essere complicato tra Consiglio Europeo, Commissione Europea, Consiglio dell’Unione Europea, Parlamento, Corte di Giustizia della UE, Banca Centrale Europea.
Uno dei temi più gettonati, ma anche meno compresi, è quello identificato con l’anglicismo “Fiscal Compact”.
Innanzitutto chiamiamolo con il suo nome italiano cioè Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance dell’Unione Economica e Monetaria.

  • Quando è stato firmato? Il 2 marzo 2012.
  • Quando è entrato in vigore? L’1 gennaio 2013.
  • Chi sono i Paesi contraenti? 25 membri dell’Unione Europea (tutti i 18 paesi che adottano la moneta Euro), ad eccezione del Regno Unito e della Repubblica Ceca. L’Irlanda è l’unico Stato membro ad aver indetto un referendum per autorizzare il proprio Parlamento a ratificare il trattato. La firma del trattato era subordinata, infatti, alla ratifica dei singoli Parlamenti Nazionali dei paesi firmatari. I primi a ratificare, guarda caso, sono stati i greci appena 26 giorni dopo la firma. Durante il governo “tecnico” di Mario Monti (diventato Presidente del consiglio nel novembre 2011 dopo le dimissioni di Berlusconi), la Camera dei Deputati ed il Senato della Repubblica approvano fulmineamente (nonostante il bicameralismo perfetto) a larghissima maggioranza (PDL e PD favorevoli) nel luglio 2012 l’adesione al trattato.
  • Cosa è in sostanza? E’ un patto vincolante contenente delle “regole d’oro” che comportano la cessione di una fetta della propria sovranità economica (in particolare della politica fiscale) di ogni paese a ll’Unione Europea. Queste clausole e vincoli vanno inserite all’interno di ciascun ordinamento statale con norme di rango costituzionale o equivalente. Chi non le rispetta subisce automaticamente dei meccanismi coercitivi e delle sanzioni economiche fino allo 0,1% del Prodotto Interno Lordo (PIL). Sebbene sia stato negoziato da 25 Paesi dell’Unione europea, l’accordo non fa formalmente parte del corpus normativo dell’Unione europea.
  • Cosa prevede? I due pilastri del trattato sono:
  1. L’obbligo del pareggio (o di avanzo) di bilancio cioè ogni anno le Entrate dello Stato devono essere uguali alle Uscite. Per ora è l’unico vincolo che è stato inserito nella nostra Costituzione modificando l’articolo 81 nell’aprile 2012. Fin qui è tutto chiaro, lo è molto meno il come si rispetta. L’obbligo si considera rispettato se il “saldo strutturale annuo” della pubblica amministrazione (al netto di misure una tantum e temporanee) è pari all’obiettivo di medio termine specifico per il paese, quale definito nel patto di stabilità e crescita rivisto, con il limite inferiore di un disavanzo strutturale dello 0,5% del PIL. I Paesi con un rapporto debito Pubblico/PIL sotto il 60% hanno un limite inferiore dell’1,0% rispetto al PIL, quindi maggiori margini di manovra. La tempistica vincolante del raggiungimento dell’obiettivo di medio termine è stata decisa dalla Commissione Europea che non è un’organo elettivo.
  2. Per i Paesi con un rapporto tra debito pubblico e PIL nominale superiore al 60%, l’obbligo di ridurre il rapporto di almeno 1/20 all’anno, fino al raggiungimento della soglia del 60%. Per l’Italia che ha un rapporto quasi del 134% e circa 2.000 miliardi di debito pubblico significa uno sforzo immane, anche se sono previste eccezioni che terranno conto della struttura del debito pubblico e della quantità del debito privato.

Ma perchè è uno sforzo immane scendere al 60%? Perchè il pareggio di bilancio previsto dal punto 1. non permette più al singolo Governo politiche espansive di crescita economica finalizzate al sostegno della domanda e dei consumi. Per cui senza il sostegno della spesa pubblica per uscire dalla stagnazione, il denominatore del rapporto (il PIL nominale) cresce troppo poco o addirittura decresce (secondo le teorie dell’economista J. M. Keynes applicate nel “New Deal” dal presidente americano Roosevelt per uscire dalla Grande Depressione) e l’unico modo per rispettare il punto 2. è diminuire i 2.000 miliardi di debito pubblico.

Come si fa a ridurre il debito pubblico senza avere più la Lira?

  1. aumento della tassazione;
  2. tagli alla spesa pubblica (la famosa spending review inauguarata da Monti) che si abbattono sui servizi e sul cosiddetto Stato sociale ovvero sulle fasce più deboli della popolazione;
  3. vendita di beni ed aziende pubbliche (privatizzazioni).

Ma, paradossalmente, le prime due azioni aggravano la situazione deprimendo proprio il PIL e richiedendo, matematicamente, un aumento della riduzione annua del debito pubblico.
Siccome entra in ballo anche l’inflazione (cioè la variazione annuale dei prezzi che influisce sul PIL nominale), non è così semplice stabilire una cifra: 20, 30, 40, 50 miliardi all’anno da destinare alla riduzione del debito? Stimare questo numero serve solo a capire la durata dell’agonia…
Un “cappio al collo” privo di logica, come dice il prof. Domenico Da Empoli.
E’ davvero incredibile come nel preambolo del Fiscal Compact ci sia scritto: “DESIDEROSI di favorire le condizioni per una maggiore crescita economica nell’Unione europea (…)”.

  • Come nasce, infine, il Fiscal Compact? Non è altro che la trasposizione in trattato del Regolamento comunitario 1466 del 1997, messo a punto dall’ex responsabile delle Finanze di Berlino Theo Waigel, approvato dalla Commissione Europea guidata da Jacques Santer e dal titolare del Mercato interno Mario Monti con la piena condivisione del capo del Tesoro italiano Carlo Azeglio Ciampi, nonostante i moniti avanzati dal premio Nobel per l’Economia Franco Modigliani. Un Regolamento, guarda caso, che prefigurava una moneta fondata sul primato immutabile del rigore di bilancio a breve termine, su un vincolo imposto a realtà non omogenee dal punto di vista economico-sociale, sulla stabilità elevata a dogma. Una moneta unica che non era altro che il Marco Tedesco (la valuta forte del Sistema Monetario Europeo) travestito da Euro…