Il comunismo di guerra

L’espressione “il comunismo di guerra” fu utilizzata nel periodo posteriore alla rivoluzione bolscevica per caratterizzare la situazione in cui ci si trovò a governare. La rivoluzione comunista avvenne alla fine del 1917 e nel 1918 si concluse la prima guerra mondiale. A seguito di questa Lenin si trovò ad affrontare una guerra civile interna e una guerra contro TUTTE le forze europee prima in conflitto tra loro. Il “comunismo di guerra” doveva caratterizzare il necessario carattere dittatoriale del nuovo governo perché costretto appunto a difendersi da nemici interni ed esterni. Il comunismo in realtà non doveva diventare una dittatura politica ma una repubblica consiliare. Dalla dittatura operaia, di per sé già problematica ma comprensibile e preferibile a quella zarista, si giunse invece alla dittatura di partito e allo sterminio di ogni dissidente .

 
Il MoVimento 5 stelle rischia oggi di trovarsi in una situazione analoga. Ha LETTERALMENTE tutto il panorama politico interno e mondiale CONTRO di sé. La guerra ideologica adesso per fortuna si fa, finché è possibile, con i media e noi ne vediamo l’esempio quotidiano in Italia. I 5 stelle giustamente non hanno puntato ad impadronirsi dei media italiani, ma pagano il prezzo di questa loro correttezza e lasciano il cosiddetto problema della comunicazione insoluto. 
Forse il paragone storico sembrerà esagerato ma personalmente penso che non lo sia affatto. Il comunismo voleva essere una forma totalmente nuova di governo, realmente popolare e basata sulla conoscenza, che ha condizionato la geopolitica mondiale per un secolo, ed ha sonoramente fallito per cause interne. Questo sviluppo dittatoriale e genocida non era però necessario e la contingenza storica ha giocato pesantemente il suo ruolo. La battaglia che il MoVimento 5 stelle deve condurre è innanzitutto CULTURALE, come in molti hanno capito, il che significa innanzitutto di dialogo, confronto e condivisione di valori, pazienza, capacità di argomentare, riflettere, darsi tempo per ascoltare. Esattamente tutto quello che i media NON vogliono lasciarci fare. NOI però non dobbiamo prenderlo come scusa per limitarci a gridare contro le grida, a insultare chi ci insulta, a ignorare chi ci snobba. Sarebbe una riedizione del comunismo di guerra. 


Alle ultime elezioni europee abbiamo perso oltre la metà dei voti e questi voti si sono trasformati per lo più in astensioni, come se non fossero bastate quelle delle ultime regionali. QUESTO è il problema, aver perduto la fiducia e la partecipazione dei concittadini italiani. Al parlamento europeo riusciamo molto ridimensionati, quando le aspettative erano di andare a diventare il perno di una nuova politica in Europa. La risposta alla catastrofe elettorale è stata da parte del capo politico la riaffermazione ostinata della propria leadership. Per Di Maio si è trattato di un regolamento di conti interno, un voler ribadire chi comanda. Il tema centrale della comunicazione sembra invece sottaciuto e semmai da risolversi con una ristrutturazione interna che agevoli il “dialogo” con la base. Ma l’errore di fondo resta: sottovalutare la comunicazione. Occorre capire che con l’uscita di scena di Beppe dal MoVimento e poi con il ritiro di Di Battista la componente emotiva ed intuitiva della nostra comunicazione sono andate scomparendo. L’esperienza di governo ci sta rendendo molto simili a dei tecnici che operano e ragionano in base a calcoli e numeri, ignorando la componente simbolica del MoVimento. Solo di recente la si sta attivando in modo scomposto con il richiamo nazionalista agli interessi economici dell’Italia o al made in Italy.

In occasione delle elezioni politiche a Bologna, ormai alcuni anni fa, ricordo che Di Maio fece la seguente affermazione, a proposito di meetup dissidenti nella città: “Chi vuole farsi un circolo culturale lo faccia altrove, abbiamo un Paese da governare.” Questa separazione tra Cultura e Politica è secondo me l’insidia principale per l’affermazione dei valori del MoVimento 5 stelle. E’ una separazione governista che si è consolidata con il governo Giallo-Verde. E’ la stessa separazione che portò dal comunismo di guerra alla dittatura di Stalin e al suicidio dell’intellettuale Majakovski. Rischiamo di non riconoscerci più per quel che siamo. Il primo errore di Di Maio è stato la mossa plebiscitaria della votazione online. Sta commettendo l’errore di concentrare tutto sulla sua persona perché è assolutamente convinto di fare bene. Questo può andar bene adesso come ministro, ma non come capo politico. Occorre farlo retrocedere da questo ruolo e affidarlo a qualcuno come Di Battista che sa meglio esprimere l’anima rivoluzionaria e antagonista del MoVimento. Il nostro “Che” non deve andare in Bolivia, altrimenti facciamo la fine di Cuba con Fidel Castro. Tutti questi personaggini in giacca e cravatta che vediamo passare sui media ci rendono omologhi a dei tecnocrati e ancor di peggio quando agitano la bandiera italiana. “Patria o muerte?!” No grazie, ne abbiamo abbastanza. Abbiamo esempi come Appendino e Raggi che ci mostrano come governo possa andare insieme a partecipazione e quanto l’ascolto sia importante, l’ascolto di istanze e la costruzione di progettualità condivise. La miglior città ideale è un inferno senza la partecipazione e la gioia dei suoi cittadini.