I mistificatori


Un luogo comune molto diffuso (come tutti i luoghi comuni) è che i politici sono bugiardi. Ma se in un momento di disperazione volessimo rileggere o riascoltare i discorsi dei politici della “Prima Repubblica”, ci accorgeremmo che essi non mentivano affatto e dicevano proprio quello che pensavano, solo che lo dicevano in un linguaggio specialistico, il famoso “politichese”, che per la maggior parte dei comuni mortali necessitava di una traduzione. Il giornalista del TG2 Gino Pallotta sul politichese, all’epoca, scrisse pure un dizionario. Il vertice del politichese sono unanimemente considerati i discorsi di Aldo Moro e l’apice assoluto il suo discorso al congresso democristiano del 1962, cinque ore per sancire la nascita ufficiale del primo centrosinistra. Il politichese divenne una lingua morta quando, anche in Italia, alla politica cominciarono ad essere applicate le tecniche della pubblicità, prima da Craxi (in modo artigianale) e poi da Berlusconi (per esteso). I tentativi di far sopravvivere il politichese si infransero nei discorsi oscuramente involuti di De Mita e al politichese subentrò il semplicismo mistificatorio tipico del marketing pubblicitario, che riduce la complessità dei problemi per offrire come risolutive soluzioni che sono delle false soluzioni. L’ultimo anello di questa storia, il più tecnicamente evoluto, è il renzismo, uno stile politico interamente basato sulla mistificazione. Mistificare è qualcosa di più che raccontare delle bugie, è imbrogliare alla grande, rimescolando completamente le carte e cercando di nascondere il vero senso delle cose. Facciamo un esempio: un tipico ritornello renziano è che in passato la politica italiana non decideva nulla e ora, invece, sì. Eppure, solo per restare alla “Seconda Repubblica”, Romano Prodi decise di entrare nell’euro a tutti i costi, Tiziano Treu decise di introdurre il precariato, Silvio Berlusconi decise di promuovere il digitale terrestre della televisione invece della banda larga di Internet. Tre decisioni epocali, che hanno fortemente condizionato lo stato presente dell’Italia, prese nonostante il bicameralismo perfetto. E decisioni importantissime furono prese anche nella Prima Repubblica, nonostante che allora, oltre al bicameralismo perfetto, ci fosse anche il proporzionale. Quindi la traduzione corretta del Renzi pensiero potrebbe forse essere che “I politici precedenti non hanno mai approvato le leggi che penso possano servirmi per mantenere il potere ed accrescerlo”. Per quanto tempo la realtà può essere mistificata così senza che questo non venga avvertito e punito dall’elettorato? I fatti hanno comunque una loro forza intrinseca. In politica un metodo infallibile per giudicare qualcosa è vedere le reazioni che suscita. Prendiamo il cosiddetto “Jobs Act”, anglicismo deteriore per indicare una legge delega ed alcuni decreti attuativi in tema di lavoro. Se fosse vero quanto affermato da Renzi (cioè che questi provvedimenti legislativi sono la panacea di tutti i mali), i sindacati per primi dovrebbero farne il peana, gloriarsi con i lavoratori del brillante risultato raggiunto e fare incetta di iscritti per gratitudine. Invece i sindacati, tutti i sindacati mai uniti come in quest’occasione, sono contro il “Jobs Act”, dunque pensano che sarà un fallimento totale e si preparano a fare iscritti alla testa di battaglie “contro”. Renzi e sindacati, uno dei due sbaglia le previsioni. Io credo di sapere chi, non so voi.