I figli so’ piezz’ e core – giovani e società I.

Nel Blog di Beppe è uscito poco tempo fa un post sul diritto di voto ai sedicenni. Qui si legge: “A sedici anni puoi lavorare, puoi pagare le tasse, ma non puoi votare. Un giovane non può determinare il suo futuro attraverso la scelta del governo nazionale del suo Paese. E’ un controsenso perché il giovane è il primo a doversi esprimere sul futuro, è colui infatti che lo vivrà più di altri, che ha più diritto a esprimersi su scelte realmente sostenibili. […] Il M5S ha votato per l’estensione del voto ai sedicenni nella riforma della legge elettorale europea, nel Parlamento italiano ha presentato una mozione di riforma costituzionale e istituzionale […]. Entrambe le proposte sono state bocciate. La paura dei giovani è l’unico motivo per non dare loro il voto, forse perché sono i più informati e sfuggono al controllo dei media…”.

Questo discorso sui giovani mi sembra collegabile ad un video abbastanza recente, dove Beppe sottolineava, fra il compiaciuto e lo sconfortato, il carattere anomalo, lui diceva “disadattato” e “frustrato”, di chi entra a far parte del MoVimento 5 Stelle. Questi sarebbero secondo lui i segni di chi porta con sé l’innovazione e cerca di realizzarla, e non può quindi adattarsi alla realtà così com’è. Beppe parlava in questo caso degli attivisti, ma l’esempio che faceva di Steve Jobs e del primo personal computer porta secondo me a considerazioni di più ampia portata. Come al solito Beppe sa toccare nel suo modo apparentemente arruffato e goliardico temi di grande rilevanza. Sia la questione del voto ai giovani che certe caratteristiche psicologiche di chi si impegna nel MoVimento rimandano al grande tema delle modalità interne di rinnovamento etico e di sviluppo sociale e tecnologico di una società moderna, ovvero della sua capacità di sapersi predisporre alle future nuove generazioni e così tradurre positivamente ogni ciclico conflitto generazionale.

La società italiana odierna non è in grado da almeno un paio di generazioni di garantire questa dinamica evolutiva, costringendo così i giovani a ridurre verso il basso le proprie aspettative e a doversi adattare al meno peggio – o a espatriare, come stanno facendo centinaia di migliaia di giovani da circa un quarto di secolo. Un riflesso del neoliberismo su questo piano è lo sfruttamento intensivo della manodopera e la sua precarizzazione, insieme a un esercito di riserva di disoccupati da incubo. E’ una storia conosciuta: se non accetti questo lavoro ce ne sono dieci pronti a farlo al tuo posto. L’esito è la creazione del panico sociale, della ricerca spasmodica del “lavoro per il lavoro”, del lavoro accettato sotto qualunque condizione perché “così è la vita” e non bisogna essere “troppo choosy”, troppo “schizzinosi”, come ebbe a dire la Fornero. Questo, da noi – e giusto da noi – viene spacciato per realismo, sembra un segno di capacità di accettazione e magari anche di maturità.

Il richiamo di Beppe e l’iniziativa del MoVimento ci vengono a dire invece che fare i difficili in certe circostanze non è solo un difetto, ma può essere un elemento essenziale a garantire la vitalità e la vivibilità di una società. Chi si adatta al lavoro che trova, chi prende la vita così com’è, chi sa adeguare le proprie aspettative alle circostanze, potrà forse garantirsi un provvisorio benessere, ma non sarà mai un elemento propulsivo della società, uno capace di rinnovarla e migliorarla. L’assoggettarsi alle cosiddette “esigenze del mercato”, il lavorare gratis per “fare curriculum” o per “farsi conoscere”, il finire in un call center dopo laurea e master, sono comportamenti comprensibili sul piano individuale, dettati dalla disperazione, ma non possono essere spacciati per un valore, proprio perché bloccano le potenzialità giovanili e fanno letteralmente regredire la società e la civiltà di un popolo – e aprono invece la strada a chi capacità ne ha poche ma sa leccare il culo e farsi zerbino del primo capetto.

Quando osserviamo la “nuova” classe dirigente italiana impersonata da Renzie, ci troviamo sotto il naso proprio questo esercito di figli e figlie di papà. Renzie, dalla sua maggiore età unico assunto nell’impresa del padre di contro a un esercito di precari, rappresenta proprio una generazione che non ha apportato niente di nuovo e di diverso al mondo che la circonda, che ha saputo solo adattarsi e mettersi sotto la tutela dei padroni già esistenti – memorabile la foto di lui ventenne con Andreotti da una parte e Buttiglione dall’altra. I Renzie, le Boschi, sono proprio quei – anagraficamente – “giovani” che sono venuti meno al loro compito di innovatori e contestatori e hanno impiegato tutte le loro energie e la loro arroganza di figli di “buona famiglia” per rinvigorire e, se possibile, esacerbare le regole di autoaffermazione sociale già vigenti: la clientela, il favoritismo, la piaggeria, il cinismo, la menzogna… e chi più ne ha, più ne metta. Solo chi non ha niente di proprio e di autentico da dire e da affermare come questi personaggini da rotocalco, può accettare con serenità il proprio ruolo di cane da guardia del neoliberismo.

Poniamo adesso la questione vera e propria: quale dovrebbe essere dunque il ruolo delle nuove generazioni? Non sono forse “i giovani” quanto di più inaffidabile e pericoloso ci possa essere? Quale sarebbe mai il loro vantaggio culturale ed esistenziale rispetto alle generazioni più o meno già inserite nella società? Ma andando ancora più a fondo chiediamoci: perché mai i giovani dovrebbero assumere questo compito? Che cosa viene fatto nella nostra società affinché le nuove generazioni abbiano la possibilità di svolgere un ruolo innovativo e creativo per il bene collettivo? Una “generazione” non è qualcosa di ciclico come i cambi di stagione o la raccolta della frutta. Una nuova generazione si crea in determinate circostanze storiche, quando dei giovani sanno assumere e affrontare il loro presente in modo propositivo, direi addirittura aggressivo. Ma da quando parliamo di generazioni?

I giovani ci sono sempre stati, ma è forse da quando la società ha accelerato i suoi meccanismi di produzione e circolazione delle merci che esistono i giovani come portatori di nuove istanze. E’ con la società industrializzata prima e informatizzata poi che ha senso vedere cesure generazionali di venti o trenta anni. In Italia, è con gli Alfieri e i Beccaria, i Foscolo e i Leopardi che si afferma per la prima volta qualcosa come una generazione che vuole essere il superamento di un’epoca legata ai padri – e dove meglio che in Leopardi si legge il dramma di una vita oppressa dalla presenza paterna e desiderosa di mettersi in gioco? Queste personalità hanno voluto essere giovani di una nuova generazione, portatori di nuovi valori e nuovi contenuti, di innovazioni letterarie ma anche culturali e civili. Da allora questo compito viene a segnare di volta in volta i giovani del momento, quelli ad esempio dei moti carbonari del Risorgimento o quelli della Resistenza. Essere giovani non basta, occorre volerlo essere come portatori di innovazione. E per venire ai giorni nostri, dobbiamo forse riconoscere che mai la cultura sembra aver maggiormente celebrato i giovani negli anni ’60 e ’70 con la musica rock, gli spinelli e la rivolta studentesca. Dopodiché la società sembra essersi immunizzata da questo fenomeno: ci si aspetta che un giovane sia diverso, si accettano certe sue eccentricità, anzi si commercializzano e gliele si rivendono, e poi lo si fa rientrare nei ranghi. E così ritorniamo all’oggi e alle considerazioni iniziali sul lavoro come ricatto e sui Renzie e le Boschi.

Questi recenti fenomeni degenerativi non possono però, a mio avviso, eliminare due fattori connaturati alla gioventù: l’aspetto psicologico e soggettivo dell’adolescente, che per così dire deve opporsi innanzitutto alla realtà familiare per trovare se stesso e capire cosa vuole; e quello poi di natura culturale che lo vede inserirsi nel mondo adulto in modo inedito grazie appunto alla sua inesperienza. Consideriamo un aspetto della questione. E’ noto che il bambino e il giovane hanno capacità di apprendimento inusitate rispetto a un adulto. Quello che il giovane impara a conoscere è però proprio il mondo che l’adulto ha creato – volente o più spesso nolente. Per il giovane diventa presupposto di esperienza e suo punto di partenza ciò che per l’adulto è risultato e termine ultimo. Vivono nello stesso mondo ma non vedranno mai la stessa cosa. Ed è un bene che sia così perché starà al giovane sviluppare le proprie premesse in modo innovativo.

Un esempio banalissimo, ma nemmeno poi tanto, è quello del rapporto con la tecnica. Un giovane impara in un attimo l’uso di una nuova tecnologia e sa presto sfruttarla in modo anche innovativo. Un adulto è restio ad aggiornarsi e tutto ciò che è nuovo lo affatica. Se trasponiamo questo esempio alla vita civile in generale possiamo capire quale dinamite si celi in un giovane. E’ il suo vuoto per così dire costitutivo, vuoto di esperienza e di conoscenza, che gli fa bruciare le tappe, che lo rende spesso insoddisfatto e inquieto del presente. Il giovane deve acquisire e fare proprio tutto ciò che trova nella realtà in modo suo e diverso da chi lo ha visto nascere. Spesso si accontenta di un “no”, ma sta anche alla realtà sapersi rendere plasmabile alle sue mani.

Sono questi due elementi, ricerca di identità e appropriazione conoscitiva del mondo, che danno la miscela esplosiva chiamata “gioventù”. Il primo elemento, l’autoaffermazione, è soprattutto legato alla volontà ed è all’origine dei tipici conflitti generazionali. E’ il grande “No” al mondo adulto che spesso porta a comportamenti discutibili. Al momento è il fenomeno più appariscente, quello con cui vengono identificati i giovani. La mia convinzione è che questa innata e voluta conflittualità giovanile sia una molla critica essenziale per la vita di un cittadino. Essa non deve essere frustrata dal “ora sei giovane ma poi capirai…” ma deve essere messa alla prova della realtà e non solo del mondo familiare. Qui dovrebbe essere la scuola a fare la sua parte come canale verso il mondo. Così veniamo all’aspetto propriamente civile dell’educazione. Una scuola dove non si imparino solo “le materie” per il futuro lavoro, ma si impari a stare con le proprie gambe nel mondo e a sviluppare i propri interessi. La conoscenza è sempre più un elemento costitutivo della cittadinanza. Dal semplice imparare bisogna passare al saper imparare. La capacità di aggiornarsi e di riconvertirsi professionalmente sono elementi che appartengono alla vita intera di un cittadino adulto. Quello che un giovane deve imparare non dovrà mai dimenticarlo, e cioè sapersi coltivare culturalmente, sapersi interrogare e saper imparare. In questo senso è molto importante saper “restare giovani”.

C’è poi un discorso da fare che riguarda la specifica arretratezza italiana: la permanenza dei giovani in famiglia fino a un’età inverosimile. La maggior parte dei giovani esce di casa solo per sposarsi e creare un’altra famiglia. Altrimenti “i giovani” invecchiano in casa con mamma e papà. Questo prolunga la condizione adolescenziale e di immaturità civile fino a tempi cosmici e impedisce l’effettiva maturazione dell’individuo. Il passaggio qui da realizzare è proprio quello dell’indipendenza materiale, dell’avere qualche soldo da gestire, del pagare le spese e controllare i consumi delle bollette, del fare i conti a fine mese e vedere se sarà possibile fare le vacanze oppure no. Finché questa realtà quotidiana viene schermata al “giovane” dai genitori, dai nonni e dai parenti vari, che ti regalano questo e quello, che magari ti lasciano mettere su famiglia a spese loro – finché questo regime di immaturità cronica chiamato “la famiglia” sarà parte costitutiva della società italiana, non avremo giovani degni di questo nome e avremo una società sempre più instupidita.

E’ invece sulla base delle due caratteristiche su evidenziate, la conflittualità e il bisogno di conoscere, che diciamo la Natura ha voluto disporre perché l’umanità non morisse di inedia, che occorre costruire in modo positivo. I giovani non sono caselle da inserire in un piano prestabilito, è semmai proprio interesse della società che i giovani trovino in essa possibilità di sviluppo e di realizzazione di nuove forme di vita. Una società, innanzitutto le sue strutture educative e ricreative, dovrebbe misurare la sua vitalità proprio dalla capacità che ha di lasciare spazio alle nuove generazioni. Questo significa per gli adulti anche assumersi la responsabilità di accettare il conflitto. Il mondo adulto – e penso a tanti casi di genitori “moderni” – non dovrebbe tanto sforzarsi di venire incontro ai giovani, dovrebbe semmai attrezzarsi positivamente al conflitto sapendo dare e trovare ragioni del proprio essere. Dovrebbe, in altre parole, vivere nel mondo che ha creato consapevolmente e pensando a cosa ne diranno un giorno i giovani, ed essere capace – se lo può – di giustificarlo e accettarlo – meglio sarebbe: continuare a migliorarlo. E’ in questo modo che si creano anche “ponti” tra le generazioni, come quello di chi ha combattuto come partigiano per la nostra democrazia e forse riconosce nei giovani del MoVimento un nuovo futuro.