I conti della Corte dei Conti

Dollari_vs_GiustiziaIn attesa del nuovo magico mondo renziano, dove per legge (e non solo di fatto come nel vecchio modo craxian-berlusconiano) la commistione tra lobby e partiti sarà totale, la legislazione sul finanziamento ai partiti è ferma per il momento ai rimborsi. Per darsi una parvenza, insieme ai rimborsi venne introdotta a suo tempo la rendicontazione delle spese, sotto il controllo della Corte dei Conti. A livello nazionale una beffa, perché poi l’importo dei rimborsi prescindeva da quanto effettivamente speso ed era molto più alto (veniva fissata in pratica una cifra per ogni voto ricevuto). A livello regionale una cosa penosa, perché sono stati presentati scontrini inverosimili, dalle vacanze al mare ai SUV alla biancheria. La Corte dei Conti ha un modo molto formale di vedere le cose e pertanto su questi scontrini sono partire indagini a raffica, che hanno riguardato gran parte dei consiglieri regionali. Alcuni personaggi hanno indubbiamente approfittato della situazione, ma alcuni interrogativi non troveranno mai una risposta, per esempio se le cene possono o no essere considerate attività politica. I più acuti non hanno mancato di far notare che i partiti sono associazioni private e se gli dai dei soldi sono liberi di farci quello che gli pare. Non sono stati però di questo avviso i giudici, che hanno condannato diversa gente che aveva usato il finanziamento pubblico per cose non strettamente politiche e, questo forse è il discrimine, per spese essenzialmente personali, magari dopo essersi abilmente impossessati, in qualità di tesorieri, anche delle quote degli altri consiglieri. Con alcuni candidi appena usciti dalla bambagia, come l’ormai ex 5 Stelle della Regione Emilia trattino Romagna, che pagava i giornalisti per farsi intervistare, un altro che aveva capito tutto dello spirito del MoVimento (a proposito di dove originano certi risultati elettorali poco entusiasmanti). Sotto il governo Monti, in un impeto di tentata riconquista dei favori degli elettori, i partiti della Seconda Repubblica ebbero l’idea di estendere la rendicontazione delle spese anche alle elezioni comunali. Una cosa puramente formale, perché per le liste comunali non c’è nessun rimborso. Sono previsti dei limiti massimi di spesa, ma trattandosi di autodichiarazioni nessuno dirà mai di aver speso più del consentito, quand’anche l’avesse fatto. Inoltre come singolo candidato puoi spendere fino a una certa cifra senza rendicontare, come lista devi rendicontare anche se hai speso un centesimo. E siccome chi controlla le spese delle liste è la sempre molto formale Corte dei Conti, i rendiconti debbono essere molto precisi e corredati dei giustificativi di spesa. A livello periferico, in quella primavera del 2013 in cui si tennero le prime elezioni comunali rendicontate, le forze politiche non erano preparate a gestire una cosa del genere e addirittura quasi tutti, anche a Pisa, ignoravano proprio che fossero stati introdotti tutti questi obblighi di rendicontazione. Con la perla per ogni singolo candidato di dover presentare comunque una dichiarazione alla Corte d’Assise di aver speso meno del limite avendo speso meno del limite. Insomma alla fine le dichiarazione dei candidati sono arrivate alla Corte d’Assise spesso in tragico ritardo e i rendiconti delle liste sono arrivati alla Corte dei Conti spesso pure incompleti. Quindi Corte d’Assise e Corte dei Conti si sono dovute attivare per richiedere quello che mancava e alla fine la Corte dei Conti di Firenze, circa un anno e mezzo dopo le elezioni, ha potuto finalmente produrre il resoconto finale, che il Comune di Pisa ha pubblicato qui.
Si tratta di due documenti: il primo è la deliberazione finale, il secondo è la relazione vera e propria, molto istruttiva per gli studiosi del fenomeno Italia. I magistrati narrano le acrobazie concettuali che hanno dovuto fare per applicare alle elezioni comunali una legge nata per quelle nazionali e si capisce che ci sono ovvi problemi interpretativi che ogni Corte dei Conti regionale ha risolto in maniera diversa e fin qui siamo alla famosa “certezza” del diritto per cui l’Italia è famosa nel mondo. Si capisce anche che la Corte dei Conti di Firenze ha fatto i salti mortali per non comminare alle liste la spropositata multa prevista dalla legge per gli inadempienti (essendo una legge nazionale, anche la sanzione era di livello nazionale). Sempre nel secondo documento vengono passate in rassegna tutte le liste che hanno partecipato alle elezioni elezioni comunali del 2013 in Toscana. Trovate la lista del MoVimento 5 Stelle di Pisa a pagina 23. Tre le contestazioni: un acquisto di volantini rendicontato con l’ordine stampato dal computer e non con la fattura della stamperia, l’intestazione delle fatture a singole persone e non al MoVimento e la provenienza non documentata dei contributi ricevuti. La nostra salvezza è stata che i volantini li avevamo ordinati a una stamperia di Bolzano, che con precisione teutonica non ha avuto difficoltà a fornirci la copia della fattura a stretto giro di e-mail. Quanto alle fatture intestate a singole persone, abbiamo controdedotto che come lista non avevamo un codice fiscale e quindi le fatture erano giocoforza a nome di candidati ed attivisti. I contributi ricevuti erano le piccole somme raccolte ai banchetti e durante le manifestazioni, di sicuro non ce le avevano date delle Ditte, ma dei privati, ognuno per pochi euro. Però come lo dimostri? Abbiamo dichiarato quindi (e in fondo era vero) che la maggior parte di questi contributi era ascrivibile direttamente ai candidati. E tutto questo panegirico (fatture, dichiarazioni, Corte dei Conti) per quale cifra? Ben 1.362,44 euro, un vero patrimonio. Diviso tra le 33 persone che componevano la lista, circa 41 euro a testa. Noi 5 Stelle ovviamente eravamo dei novellini e quindi c’era da aspettarselo che non saremmo stati particolarmente brillanti, ma gruppi politici ben più blasonati hanno fatto anche peggio di noi, con situazioni grottesche. Si distingue il fu PDL, che a Pisa (pagina 29) non riesce a documentare spese per oltre 8.900 euro, a Viareggio (pagina 58) per oltre 3.900 euro, a Massa (pagina 81) per 48 e rotti euro, a Campi Bisenzio (pagina 110) anche qui per 48 e rotti euro. Ma a Campi Bisenzio anche Rifondazione (pagina 113) non riesce a documentare spese per 100 euro, affermando di aver smarrito gli scontrini. Del resto anche il partito più grosso e più organizzato in Toscana, cioè il PD, non riesce a fornire al primo colpo tutta la documentazione e se la cava spesso in corner, affermando che le ricevute mancanti sono mancanti perché ancora da pagare, in attesa del tesseramento autunnale (vedi per esempio il PD di Pisa a pagina 28, anche lui affetto dalla non completa indicazione dell’ammontare e della provenienza delle fonti di finanziamento). In conclusione, il MoVimento 5 Stelle è da sempre per la massima trasparenza, ma guardiamo in faccia la realtà: questa è una delle tante leggi italiane che non fermano i delinquenti e rendono la vita impossibile alle persone oneste, intasando i tribunali, mentre andrebbe applicato come sempre un po’ di pragmatismo, avendo il senso delle proporzioni e un po’ anche quello del ridicolo. Se fissi un limite di spesa per il candidato sotto il quale non è necessario rendicontare, è stupido che i candidati che hanno speso meno del limite siano obbligati a dire alla Corte d’Appello che hanno speso di meno. Dovrebbe valere la regola del silenzio-assenso: se non dichiaro nulla, vuol dire che ho speso meno del limite. Se il limite di spesa sotto il quale non è necessario rendicontare lo fissi per il singolo candidato, a maggior ragione lo dovresti fissare per la lista, che è formata da più di un candidato. Sono realisticamente ipotizzabili loschi maneggi se ciascun candidato versa mediamente 100 o 200 euro? Credo proprio di no, il limite di spesa per la lista sotto il quale non rendicontare potrebbe essere tranquillamente di 100-200 euro per candidato. Sempre con la regola del silenzio-assenso. Ma poi, in definitiva, a cosa serve un meccanismo che si fonda sull’autodichiarazione, dove nessuno è in grado poi di verificare eventuali imbrogli? D’altronde non è neanche pensabile sguinzagliare forze dell’ordine e Magistratura a indagare sulle infinite liste elettorali presentate negli oltre 8.000 Comuni italiani, ma vi rendete conto? Dunque l’aver esteso la rendicontazione delle spese anche alle elezioni comunali è stata una cosa idiota, non è così che si combatte la corruzione. O forse è stata una furbata furbissima, perché mentre tutti perdono tempo dietro alle idiozie, la corruzione, quella vera, dilaga. Le vere vincitrici di questa storia sono tutte quelle liste che hanno dichiarato di aver incassato zero euro e di aver pagato zero euro, per tutte la lista del MoVimento 5 Stelle di Siena (pagina 96). Che poi, intendiamoci, per la stragrande maggioranza delle liste locali di fatto è la pura verità: a metterci i soldi (pochi) sono essenzialmente i candidati e solo i grandi partiti possono contare su contributi esterni consistenti. E’ comunque l’ennesima dimostrazione che solo gli italiani sanno brillantemente risolvere i problemi che si sono creati da sé medesimi. La lista del MoVimento 5 Stelle di Siena assurga a fulgido esempio per le prossime elezioni comunali e regionali. Anche per le elezioni nazionali, comunque, nel nuovo magico mondo renziano, per coerenza, alla fine dei rimborsi dovrebbe corrispondere la fine delle rendicontazioni. Se i finanziamenti sono solo privati, più che come ho speso i soldi diventa importante sapere più che altro chi me li ha dati e per quale cifra.


In cima a questo post trovate un estratto (manca la parte musicale) della leggendaria partecipazione di Gilberto Govi al Musichiere di Mario Riva, nel 1959, agli albori della televisione italiana. L’audio è d’epoca, ma con un po’ di pazienza si capisce cosa dice. Trovate la soluzione del paradosso matematico di Gilberto Govi nel prossimo mitico post “La matematica di Gilberto Govi“.