Garamond

In Italia, lo sanno tutti, ci sono 60 milioni di Commissari Tecnici, compresi quattro milioni e passa di stranieri ormai stabilmente residenti in Italia e che nel linguaggio universale del calcio si sono subito trovati a casa. Solo pochi reietti, come il sottoscritto, continuano a non capire in cosa consista un fuorigioco. Ma negli ultimi anni abbiamo scoperto che in Italia ci sono anche 60 milioni di economisti. Del resto, questo è il paese dove un distinto signore labronico ha fatto per 14 anni il Governatore della Banca d’Italia con una semplice laurea in Lettere, stupendosi lui per primo. E dopo le magre figure rimediate ultimamente dagli economisti con 3 lauree (quelli che la crisi non l’avevano prevista e quelli che la crisi era superata), ormai un po’ tutti si sentono autorizzati a dire la loro in tema di economia e ne abbiamo davvero sentite tante. Ci sono quelli che gli USA uscirono dalla crisi del 1929 con i lavori pubblici e quindi bisogna fare tanti fantasmagorici lavori pubblici, una cento mille TAV: ma al primo mezzo cantiere i soldi, non si sa come, sono già finiti. Allora ci sono quelli che se non ci sono più soldi che problema c’è, se ne stampano degli altri, tutti quelli che servono a coprire tutti i debiti.

Ma quanti ne servono veramente a coprire tutti i debiti, se più soldi stampo e meno valgono? Macchè soldi, rispondono i raffinati: si stampino altri titoli di Stato, lo Stato si indebita lo stesso, ma vuoi mettere il giro che metti in piedi anziché stampare semplicemente moneta. E poi basta dire che sono un’emissione speciale, praticamente roba da collezionisti e la gente accorrerà a frotte a comprarli, da tutto il mondo. Non mancano mai, come al solito, i nostalgici del quando c’era Lui, caro lei: Lui, che negli anni ’30 del secolo scorso alle sanzioni rispose con l’autarchia, anni di miseria nera, ma come si fa a resistere all’eterno fascino del catenaccio, primo non prenderle. Peccato che ottant’anni dopo bloccare il commercio internazionale è come reggere la diga col dito.

E poi ci sono anche i nostalgici della lira, quelli che tutti i guai sono cominciati con l’euro, usciamo dall’euro ed è fatta. Ma prima dell’euro il problema non era la lira? Ti viene il terribile sospetto che il problema sia l’Italia. No, invece il problema sono le banche, incalzano i debitori cronici, perché il problema non è il debito, ma l’interesse che il nordeuropa ti costringe a pagare. Ma allora rimettiamo i dazi e facciamola finita, dicono quelli del libero commercio fino a un certo punto. Oppure continuiamo a indebitarci, che differenza c’è se hai il 100% o il 300% di debito pubblico, tanto sei fallito lo stesso, l’essenziale, come il conte Mascetti, è darsi un contegno.

L’economia si fa ripartire abbassando le tasse, ci martella da vent’anni chi da vent’anni ha governato avendole alzate. Ma è possibile abbassare le tasse a un disoccupato? Specularmente, l’altra scuola chiede salari più alti, sempre sorvolando sui disoccupati. Non ci resta che emigrare tutti, come all’inizio del ‘900, ribattono i più pessimisti. Sì, ma dove, se l’unico posto dove si fa manifattura è l’Asia, cioè il continente dove se c’è una cosa che non manca è la manodopera? E poi un italiano può vivere con un pugno di riso? L’interrogativo se l’era già posto negli anni ’60 Eduardo in una sua commedia, ma anche vista da Napoli la risposta era stata no, con tutta la buona volontà. Un’altra economia è possibile, ripetono da sempre gli “alternativi” a corrente alterna, ma per ora la decrescita non è stata affatto felice. Utopie, bisogna ridurre la spesa pubblica, ribatte l’altro fronte, praticamente azzerare lo Stato: senza Stato, non c’è più debito pubblico. Ma senza Stato, in Italia, ci sarebbe un’economia moderna o un’economia ancora più mafiosa? In tutto queso fervore di proposte, il centrodestra renziano si aggira come sperduto. Vorrebbe, sembra, applicare la ricetta liberista del lavorare peggio lavorare di più, pagando molto per sempre meno servizi. Ma siccome vuole stravincere le elezioni, si trattiene e fa ogni tanto una piccola mossa, per non dare nell’occhio. Come la Regione Toscana, che vuol recuperare fondi adottando il Garamond in Sanità, peraltro con esiti alquanto incerti. E mentre si temporeggia, sulle orme di Quinto Fabio Massimo e soprattutto di Giulio Andreotti, intanto la crisi va avanti, perché nessuno ne sta affrontando le ragioni vere: l’aver trasferito all’estero gran parte del manifatturiero classico, non aver sviluppato filiere industriali più contemporanee, né comparti “altri” come turismo, servizi, agroalimentare, economia verde e quant’altro. Il tutto in un paese che, non avendo mai creduto veramente di essere tale, continua ad evadere le tasse e ad arrangiarsi molto tra corruzione, malavita e affarismo in genere. Quanto potrà durare Renzi, con le sue promesse e nessuna idea forte? Almeno vent’anni come il suo maestro Berlusca, assicurano tutti gli uomini di mondo, quelli che hanno fatto il militare a Cuneo.

Già, ma Berlusconi, venuta la crisi, è durato solo 4 anni. Fare delle previsioni non è mai prudente, perché si corre sempre il rischio di essere smentiti, ma è difficile sottrarsi all’impressione che Renzi, ormai, abbia solo un grande avvenire dietro le spalle. Come dicono gli immortali versi, “la Storia del passato ormai ce l’ha insegnato che un popolo affamato fa la rivoluzion”, ma siamo nel Duemila e in Italia, chissà davvero cosa verrà dopo Renzi.