Figli di un Dio – ancora – ignoto

Alcuni giorni fa Di Battista scriveva uno sconfortato post su Facebook in cui lamentava l’incomprensione e l’ostilità dilaganti in Italia verso il MoVimento 5 Stelle. Non importa cosa i 5 Stelle facciano o meno, il loro bicchiere è sempre mezzo vuoto. Si tratta di un’ostilità tanto più preoccupante quanto più istintiva, quasi irrazionale. Di solito è bene fidarsi del proprio istinto quando argomenti o posizioni troppo schematiche hanno dimostrato alla lunga di non essere una buona soluzione a una situazione difficile. Un istinto troppo a lungo represso può però trovare sfogo in atteggiamenti insani. Dobbiamo renderci conto, noi del MoVimento, che una crisi economico-politica come quella odierna ha delle ricadute psicologiche sugli individui che non sono da ignorare: il fallimento di un’impresa, le continue difficoltà quotidiane per svangare la giornata, la guerra insensata tra poveri per accaparrarsi chissà cosa, abbassano la fiducia nelle proprie capacità razionali e di iniziativa e alimentano il senso di abbandono, il rifugio nel privato. Ci si abbandona al proprio umore e si danneggia soprattutto se stessi. Si diventa rassegnati, fatalisti e diffidenti, si “aspetta e spera” non si sa più bene cosa. Ovvio allora che “eventi” come quello di ieri in televisione con Renzie ospite della D’Urso trovino riscontro: l’attesa messianica del Redentore porta adesso i panni di un “cretino vestito da bambino”, che però decide della vita di un popolo.

Tutto questo è molto triste e sembra confermare nell’opinione che al peggio non c’è mai fine. Il problema è però che un arroccamento da parte del MoVimento in una posizione di autenticità ostentata e di saccenteria potrebbe solo approfondire l’abisso tra noi e i cittadini. Non mi sto riferendo a una qualche forma di autocritica, il MoVimento poggia su basi positive e solide. Si tratta forse solo di fare un ulteriore passo avanti nella direzione già presa. Cominciando dal capire con quale problema abbiamo a che fare. Che il “capo” del MoVimento sia un comico è un segno della sua natura creativa e immaginifica. Il carattere “irrazionale” dell’ostilità verso il MoVimento deve farci riflettere sul nostro essere positivamente irrazionali. Dare dei cretini e dei beoti a chi continua a sostenere Renzie non è la soluzione.

L’uso della televisione e dell’informazione in Italia ha caratteristiche peculiari. E’ un mezzo straordinario di controllo e di formazione del consenso. Questo è un dato generalizzato, ma dobbiamo capire in quale tessuto di abitudini e modi di pensare si colloca da noi in Italia. La metafora del salvatore che ho usato prima per Renzie non è affatto solo una metafora, è un modo di vivere l’esperienza televisiva dell’italiano. Siamo troppo ingenui noi del MoVimento quando parliamo del “sistema” di informazione e/o disinformazione dell’Italia basandoci sul criterio della verità o meno dei fatti. Il media di massa non è innanzitutto un mezzo di informazione, ma uno strumento di identificazione per il singolo, di creazione di orizzonti di vita e di aspettative e nel particolare dei media di informazione è uno strumento per creare un’immagine del mondo, la realtà stessa. Assumere di fronte a questo fenomeno l’atteggiamento dell’illuminista settecentesco rispetto alle religioni rivelate, denunciarne il carattere di superstizione a favore di una conoscenza obiettiva della realtà, è secondo me sostituire a una religione un’altra pessima religione. Per voler conoscere “la realtà” occorrono individui in grado di affrontarla e questo è sempre meno il caso di noi italiani. Per questo rispetto alla realtà si preferisce la fuga nel redentore. Sulla natura e la storia di questo atteggiamento non è il caso di accennare, tanto sono ovvi.

Il punto è invece capire come riorientare il bisogno “religioso” e come dare spazio alla facoltà umana che gli presiede, l’immaginazione. Il MoVimento ha capito fin da subito che la “vera religione” è quella della solidarietà umana e della comunanza, quella del “nessuno deve restare indietro!” Il MoVimento ha capito che l’esempio e non la propaganda sono il migliore insegnamento e modo di comunicare agli altri: molta meno “piazza” per strillare i propri diritti o pretese e molto lavoro concreto per pulire quella spiaggia, quel giardinetto, quel locale abbandonato. Non si tratta però solo di agire per dare l’esempio. Occorre fare di più, occorre ricondurre la realtà alla propria progettualità, occorre finalmente dare spazio alla propria fantasia e alla sua capacità di formare la realtà. Il rapporto fatalistico con la realtà e quello fideistico verso l’autorità si spezzano proprio là dove la realtà si plasma sulla base del mio progetto: il progetto di fare un orto, di gestire un locale, di riqualificare un quartiere, di investire sulla cultura e la formazione. Per questo secondo me ha ragione Di Battista quando dice che il problema non è andare di più in televisione. Quello che dobbiamo fare è imparare a ridimensionare l’importanza della televisione, a sapere che può essere uno strumento di intrattenimento o di formazione e comunicazione, ma che poi la mia realtà e soprattutto la mia immaginazione trovano altrove il loro senso, là dove sono io in prima persona quello che “fa” comunicazione in quanto agisce e interagisce, produce e salvaguarda se stesso e il proprio ambiente. Non dobbiamo soltanto annunciare i dati catastrofici dell’economia, come a voler costringere qualcuno a “prendere coscienza” di qualcosa. Dobbiamo incentivare invece la positive possibilità progettuali dei cittadini, che riaprono locali, prendono iniziative culturali e turistiche, si occupano del loro marciapiede sotto casa.