Famiglia cristiana

Una o forse la principale e sacrosanta battaglia di civiltà del MoVimento 5 Stelle è sicuramente quella per la legalità e il rispetto della legge. Perché un contenuto come questo sia divenuto il cardine di una politica di movimento non è difficile da capire: perché in nessun paese europeo – almeno finché lo siamo ancora – il cancro della corruzione, della mazzetta e del clientelismo, è così diffuso in modo capillare e così efficace in tutti i settori della vita civile. Questo della corruzione è in più un dato preoccupante della globalizzazione, ne è una caratteristica precipua, perché va di pari passo con la necessità di scavalcare o aggirare gli “ostacoli” di natura politica e istituzionale posti dai governi democratici. La partecipazione e l’influenza dei cittadini alla gestione della quotidianità è un ostacolo al “libero” sviluppo economico delle multinazionali e dove la coercizione non è consentita subentra la corruzione dei centri di potere: le lobby stanno come iene nei palazzi del governo nazionale, europeo e internazionale, pronte a sbranarsi il patrimonio pubblico e gli elementi fondamentali della nostra vita. Questo fa dell’Italia un laboratorio privilegiato, in negativo purtroppo, in cui si è sviluppata all’ennesima potenza una tendenza dominante a livello globale. Ciò potrebbe però anche significare che, se il MoVimento 5 Stelle dovesse trovare contromisure e antidoti contro questo cancro, forse il suo contributo potrebbe estendersi all’intero globo. Se si trova una cura alla malattia là dove essa è più truculenta, c’è speranza che la si possa estirpare per sempre. Non voglio fornire una risposta al problema, vorrei piuttosto sviluppare una riflessione sull’argomento.

Chiediamoci innanzitutto: perché la corruzione è da noi così dilagante? Siamo sicuri che contro la corruzione basti l’affermazione perentoria della legalità? E che significa far rispettare la legge? Significa forse avere più polizia o tribunali più efficienti? Se solo questo fosse vero significherebbe che il tessuto sociale sta in piedi solo sulla base del timore della pena e più che uno stato di diritto sarebbe uno stato di polizia. Non illudiamoci però che questo sia ormai per noi impossibile, che noi ci troveremmo ormai in una fase tale di sviluppo delle istituzioni democratiche e di radicamento della democrazia che esiti autoritari o comunque violenti sarebbero impossibili. Ancora una volta l’Italia ne è testimonianza, quando la polizia pratica la tortura e se ne compiace pure, e attraverso politici dell’ultim’ora trova una sorta di giustificazione.

La corruzione è dilagante in Italia, secondo me, perché l’Italia ha una lunga tradizione di illegalità e di mancanza di dignità e di rispetto civile. Intendo: non solo di mancanza di rispetto per la legge, dell’aggirare la regola per il proprio interesse, ma di una cultura dell’illegalità. E dal momento che questa riflessione si rivolge innanzitutto ad attivisti di un movimento politico, è bene dire da subito che i movimenti politici italiani, specie quelli di sinistra del secolo scorso, sono stati i primi fautori dell’illegalità come pratica sociale antagonista e diretta contro lo Stato. Certo, questo accadeva a fronte di uno Stato coinvolto con lo stragismo, governato dal partito della mafia e legato mani e piedi alla chiesa cattolica e all’imperialismo criminale americano. Eppure c’è da dire che per almeno due decenni certi positivi e socialmente adeguati contenuti di emancipazione e di cambiamento sociale dei movimenti politici italiani sono convissuti con il culto della violenza e dell’illegalità. La loro morte con il terrorismo brigatista non è stata solo un fenomeno indotto dall’esterno.

Come appena accennato però questi movimenti nascevano in un humus già pregno di illegalità. Lo Stato stragista nasceva dalla necessità di tener fede al patto con l’America e di impedire che qualunque forza di sinistra, Pci compreso, si avvicinasse al governo nazionale. La collusione con la mafia risaliva a data ancora più antica ed è forse da reperire già nei modi di accordo dell’unificazione nazionale. Un meridione arretrato e finanziariamente da spolpare era tutto quello che interessava ai Savoia ed era perfettamente naturale che in questa soggezione politica e sociale trovassero alimento forme primitive di convivenza come la mafia, basata sul legame di sangue, sulla fedeltà personale, sull’autorità del capo – forme di vita ancora medioevali, per non dire semitribali.

Ma qual è la forma di vita associata ancora più antica che da sempre esercita un potere in Italia e che non è legata per principio alla legge di una qualche istituzione umana? Si tratta proprio della chiesa cattolica. Questo contro-potere in Italia, uno Stato nello Stato, che solo da un secolo e mezzo ha abbandonato ogni pretesa di dominio temporale, è a mio giudizio l’origine non dico certo della illegalità come fenomeno sociale spicciolo, ma appunto della cultura dell’illegalità intesa come un modo di pensare e di vivere collettivo al di fuori o senza riguardo alla legge istituita e condivisa dagli uomini, foss’anche una legge che questi uomini si danno in nome di Dio. Insomma, non credo di dire niente di nuovo affermando che la chiesa cattolica è il principale ostacolo alla vita civile italiana fin dal sorgere dell’epoca moderna.

La mia riflessione vorrebbe però aggiungere un ulteriore tassello a questa diagnosi. Non si tratta di demonizzare la chiesa cattolica e di attribuirle tutti i mali del mondo, specialmente oggi che ha insediato un papa così buono, intraprendente e anche simpatico. Si tratta di capire su quale possibile base culturale e psicologica questo potere si sia costituito in rapporto alla nostra vita. Già in epoca Comunale con Dante, e poi agli inizi dell’età moderna, ad esempio con un Machiavelli, e su su fino all’Illuminismo settecentesco, si è tentato di capire il fenomeno religioso e il suo rapporto possibile con il potere politico. Il risultato è stato ciò che la cultura occidentale vanta come base delle sue istituzioni politiche, la separazione tra chiesa e stato, fede e ragione, sfera privata e pubblica. La realtà che ci troviamo a vivere però – non da oggi, ma almeno da quando i totalitarismi novecenteschi ci hanno mostrato che i due ambiti non sono così facilmente separabili – sembra smentire l’efficacia di questa fondazione. Più vogliamo tenere la fede come sentimento privato e intima condivisione separata dalla ragione come progetto razionale e collettivo di governo, più esse tornano a mischiarsi in nuove forme aberranti come quelle odierne dell’odio etnico e del fondamentalismo religioso. Ora, piuttosto che affrontare il problema per così dire dall’alto, cioè dalla prospettiva del potere, vorrei proporre una riflessione che parta innanzitutto dalle molteplici forme di vita del cittadino.

Quando si dice che la chiesa cattolica è come una grande famiglia, si afferma secondo me qualcosa di straordinariamente vero e insieme paradossale. Tutta la simbologia ecclesiastica cristiana e la trama dei rapporti gerarchici che le sono propri è imperniata sulla sacralizzazione della famiglia e sulla negazione della dimensione mondana dell’uomo. Il clero cattolico interpreta questa separazione dal mondo come rimozione della sessualità – affermazione del celibato – e come rimozione della nuova socialità dominante – rinuncia al lavoro retribuito e all’impresa economica per vivere. Con il primo si trae fuori dall’intimità erotica e dagli affetti filiali (e giuridicamente dal possesso e dall’ereditarietà, una cosa che rende indiviso il patrimonio), con il secondo dalla relazione sociale anonima, quella propria del lavoro, e dal rapporto “mercificato” con le cose e con se stessi. A ben vedere la madre chiesa cristiana è una proiezione sublimata della famiglia reale, che è invece basata proprio su intimità e lavoro, è un tentativo di vivere su questa terra una fittizia ‘idealità’ di rapporti umani, è l’istituzionalizzazione di una regressione psicologica che vuole il permanere di rapporti inadeguati al vivere della specie umana nel mondo.

Con il risorgere della modernità urbana alla fine del Medioevo e il ripristino generalizzato dell’economia monetaria la chiesa cattolica si trovò nella necessità paradossale di sostentarsi e mantenere una struttura patrimoniale e un personale enorme senza prestare lavoro e senza possedere un sapere utile alla città – ad eccezione in parte del settore educativo. Si volse così alla speculazione su settori sociali e culturali emarginati dall’urbanizzazione come il cavaliere, additandogli terre sante di conquista, oppure coltivando i sensi di colpa dei nuovi ricchi commercianti e promuovendo riparatrici donazioni di beni. Insomma il clero italiano divenne un freno alla civilizzazione e l’artefice di una politica culturale parassitaria e psicologicamente regressiva, inadeguata ai tempi nuovi. L’esito storico fu sul piano religioso l’accentuarsi di tendenze separatiste (i cosiddetti eretici e i nuovi ordini) e guerrafondaie (lotta ai musulmani), del mercimonio delle coscienze (indulgenze) e del dogmatismo dottrinale (Controriforma); sul piano strettamente politico la corruzione negli incarichi di potere, il terrorismo culturale (secoli di roghi di ‘eretici’ e ‘streghe’, il rogo per Giordano Bruno e il processo a Galilei) e il mantenimento della disgregazione nazionale del nostro paese. L’Italia conserva da allora un ritardo cronico secolare rispetto a Inghilterra, Francia e Germania.

Quando dei giovani oggi mostrano cartelli del tipo: “un bimbo concepito dallo spirito santo e generato da una vergine vi sembra una famiglia normale?” colgono esattamente il senso del problema dal punto di vista basso della quotidianità e recuperano proprio quella tradizione culturale passata che ha le sue basi nella modernità, quando la vita civile fatta di rapporti e conflitti con gli uomini e per le cose cercava una nuova cultura, il cosiddetto Umanesimo, adatta alla propria vita. La chiesa cattolica con i suoi dogmi e le sue forme di vita antimoderne è il residuato di una vita non cittadina, sarebbe da dire in-civile, in perpetua contraddizione con la vita ordinaria, con le sue miserie e il suoi pregi. Questo distacco dal mondo umano – che i chiamati in causa preferiscono definire piuttosto “trascendenza” – è il tratto ancora perdurante nella chiesa, e solo il nostro trovarci spersi e senza orientamento nel mondo ridà forza a questo bisogno di ‘trascendenza’.

In questi ultimi anni la cronaca ci sta mostrando quanto poco il clero riesca davvero ad essere all’altezza dei compiti morali che si pone, e potremmo già dirci soddisfatti se i responsabili di crimini cadessero sotto la giustizia umana. Il punto è però un altro e cioè che noi prendiamo questi individui a misura della nostra vita e ci facciamo dire da chi non vive la nostra vita come noi dobbiamo vivere la nostra. Bene, oggi è forse venuto il momento di chiedersi: perché avviene questo? Nei rapporti quotidiani e ordinari noi ci avvaliamo costantemente dell’aiuto o del consiglio di altri, la dipendenza da altri è un fatto incontestabile della vita civile. Ma porteremmo la nostra auto a riparare proprio da qualcuno che sa fare tutto meno che il meccanico? Andremmo al ristorante da uno che non è cuoco? Andremmo a confidarci e a chiedere consiglio a qualcuno che non vive i nostri conflitti interiori – detti “peccati” – e che quindi non capisce di cosa stiamo parlando? E’ chiaro dunque il punto: il nostro atteggiamento è un controsenso, indice di un conflitto irrisolto e forse nemmeno consapevole, e dimostra che non abbiamo ancora fatto i conti con noi stessi come cittadini di questo mondo. E’ la nostra paura della vita impersonale associata così esposta al rischio, al conflitto e al caso, è il nostro panico per la relazione intima, coinvolgente e in certa misura eversiva dei valori stabiliti, è in ultima analisi la nostra immaturità e il nostro rifiuto della responsabilità di una legge condivisa e autonomamente posta che ci fa ricercare forme di vita regressive e ci lascia sedurre dalla loro estraneità alla nostra vita civile. Se vogliamo abolire ogni forma di delega sul piano politico, sarebbe ora di cominciare ad abolirla anche su quello religioso.

Per tornare al problema iniziale della legge e della corruzione. L’illegalità non è solo il crimine e la corruzione non è solo un fenomeno di degrado etico individuale. Illegalità e corruzione sono sempre più sistemi di vita ordinaria, forme economiche di profitto, modalità di esercizio del potere e di creazione del consenso. La legge formulata, condivisa e posta a principio della vita associata come forma ottimale per il suo mantenimento è la manifestazione più alta di responsabilità e di libertà per l’uomo. Per sfuggire alla libertà e alla responsabilità non ci sono solo le droghe, l’alcol o la delinquenza, non c’è solo l’abbrutimento collettivo della violenza e della denigrazione di altri esseri umani, o l’arrivismo neoliberista – sempre più spaesato – alla Renzie. C’è anche la famiglia elevata a sistema e a modo di vita fondamentale come voluto dalla chiesa cattolica.

Quando si vede nella famiglia il pilastro della società si afferma proprio questo: tu non sei fondamentalmente un libero cittadino responsabile, ma a seconda dei casi un figliol prodigo al quale perdonare una scappatella (tipico il caso di mafiosi ‘pentiti’, un concetto etico-religioso per edulcorare la delazione), il fortunato beneficiario del buon samaritano che ti regala qualcosa e ti impegna a un servizio con questo suo regalo; oppure anche il figlio succube di un padre autoritario che ti tiranneggia senza dare tante spiegazioni o il mammone di una madre isterica e magari anche un po’ incestuosa che ti convince che tutte le altre donne sono puttane e che nessuna donna mai potrà amarti di un amore puro come il suo.

Nella famiglia cristiana fonte di vincolo è l’amore incondizionato e non ciò che sai fare e realizzare nel mondo, in essa vince su tutto il sentimento e non l’argomento, non il dialogo e la parola data, ed ogni errore compiuto non è l’occasione per imparare e responsabilizzarsi, esso è semmai affogato nella magnanimità e perdonato purché si sappia riconoscere in chi perdona una autorità onnipotente e inviolabile. No, su questi principi non si fonda alcun vivere civile, semmai si contribuisce al perpetuarsi di una sudditanza inebetita e demotivata che non crede al valore del comune e alle sue principali fonti di sussistenza e di potenziamento, che sono anche l’osservanza della legge, la competenza professionale e il rispetto per la città e i cittadini.