Extracomunitario a chi?

Nella storia del pensiero politico c’è una metafora ricorrente e che sempre ha accompagnato la riflessione sui fondamenti del vivere associato: quella del contratto. Il fatto della convivenza umana, specialmente quando questa viene in crisi e mostra i suoi lati più deleteri, sarebbe riconducibile a un originario, più o meno consapevole accordo stipulato da ogni singolo con una più generica società. Questo accordo realizzerebbe inoltre il passaggio da un precedente stato individuale e naturale, dato per svantaggioso o comunque insostenibile, a favore di un nuovo stato politico e razionale.

L’idea di un contratto originario di ingresso nella vita civile ha forse avuto così tanto successo fino ad oggi proprio perché rimanda ad atto di riflessione che ognuno di noi può in ogni momento realizzare: vale la pena di fare quello che sto facendo? A quali condizioni sono legato in questa attività? Posso trovare altrove migliori condizioni di esercizio della mia competenza? Al lavoro, alla vita affettiva, a ben vedere persino al vincolo religioso tra uomo e dio presiede un contratto, cioè un accordo più o meno consapevole che impegna i contraenti, li vincola a un determinato comportamento.

Questa lunga tradizione sembra riproporsi oggi di fronte a due “emergenze” di livello europeo: la situazione della Grecia e l’immigrazione più o meno clandestina dall’Africa. Il nuovo governo greco si trova a dover – o meglio, a non voler più – rispettare accordi presi da governi precedenti perché le conseguenze si sono dimostrate insostenibili a livello sociale. Fuoriuscire dall’UE significa però annullare o tradire il patto stabilito a favore di un’incognita. Le popolazioni africane chiedono invece di entrare in un nuovo ordine politico perché fuggono da una sorta di stato di natura a carattere hobbsiano, l’uomo lupo dell’altro uomo. Più che chiedere sembrano voler imporre la loro presenza a noi europei a motivo della loro disperazione. In entrambi i casi, un ordine consapevolmente convenuto e stabilito sembra minacciato e violato da bisogni e forze irrazionali, di carattere istintivo e incontrollato. La cittadella ben fortificata della civiltà è aggredita da fuori e da dentro da forze bestiali, primitive. Per non parlare poi del terrorismo islamico… C’è da non sentirsi più al sicuro da nessuna parte.

Dal momento che sono un appassionato di gossip e di porcherie varie, ricordo di aver letto da qualche parte che la celebre showgirl Madonna sia stata un tempo maritata e che al contratto di matrimonio abbia posto delle clausole ben precise al malcapitato maschio, tra le quali ovviamente non poteva mancare il numero di prestazioni sessuali a cui il partner era tenuto periodicamente. Questo esempio, forse poco ortodosso, rivela a mio avviso la vera natura di ogni contratto: la diffidenza. Si stabiliscono le regole di un accordo con altri solo nella misura in cui sia possibile impugnarle a proprio vantaggio. Dietro l’apparente razionalità della regola scritta e convenuta si nasconde l’interesse personale, il vantaggio unilaterale vero e proprio. Ci si appella al rispetto della regola quando questa esprime il proprio vantaggio e non per la regola in se stessa. E’ nella misura in cui il vantaggio è reciproco che i contraenti hanno interesse a rispettare il contratto.

Nel caso della Grecia abbiamo a che fare con una situazione analoga. Quella forma di contratto europeo affermatasi negli ultimi decenni e sancita con la moneta unica si è rivelata per la Germania riunificata estremamente vantaggiosa, un buon affare, e per questo la Germania è la portabandiera dell’UE, mentre la Grecia si è trovata a giocare il ruolo di terzo mondo improduttivo, parassitario e soprattutto importatore. Questi ruoli erano però già scritti, si trovano nel dna di quel tipo di economia chiamata capitalismo basata sula concorrenza e sullo sfruttamento.

Si dice che il difetto principale di questa Europa monetaria sia la mancanza della politica, una Europa solo delle banche e non dei popoli o addirittura della civiltà occidentale. Ricordiamoci però che l’Europa è stata un campo di guerra fratricida per secoli, dall’Europa sono partite le scoperte e le devastazioni degli altri continenti, in Europa si sono scatenate nel secolo scorso due guerre mondiali e in Europa sono nate e si sono propagate le due ideologie criminogene del nazismo e del comunismo. Per unire questo covo di serpi chiamato Europa ci voleva che gli europei si convincessero di una necessità oggettiva e presuntamente esterna alle loro volontà: quella economico-finanziaria. Con il crollo del Muro e la fine dei blocchi Est-Ovest l’Europa doveva assumere le caratteristiche di un continente unificato se voleva resistere alla concorrenza dell’America e dei nuovi imperialismi extraeuropei. Di questa “emergenza” la Germania si è fatta portavoce ed ha fatto la sua scommessa europea sperando di poter giocare un ruolo di primo piano. Quello della Merkel è un nazionalismo di nuovo tipo, un nazionalismo europeista. L’Europa deve restare in piedi perché è il suo mercato di esportazione di riferimento. Per questa Europa la Grecia non è più disposta a morire. Gliene possiamo fare un torto?

Se c’è chi vuole fuggire dall’Europa, c’è anche chi in Europa ci vuole entrare a tutti i costi. Chiediamoci perché. A mio giudizio semplicemente perché si fugge da una realtà giudicata intollerabile a favore di un’altra che, perché pressoché sconosciuta o nota attraverso i media, è comunque giudicata migliore. Il caso vuole – ma sarà proprio un caso? – che i paesi più drammaticamente coinvolti siano anche quelli più in difficoltà con la gestione del proprio bilancio, il sud dell’Europa. Alla base dell’immigrazione non sembra esserci nessun motivo culturale di preferenza, semplicemente la disperazione passa per il tramite più aggirabile anche se rischioso: il mare. Almeno questo è chiaro: nessuna predilezione per l’Italia, siamo semplicemente un tramite per il nord Europa, per le ragioni già viste. Chi sottolinea la nostra ipocrisia in questa faccenda ha ragione: li abbiamo colonizzati, schiavizzati, massacrati, neo colonizzati con le multinazionali e li foraggiamo di armi per le loro guerre intestine. Abbiamo anche la faccia di lamentarci se vengono da noi?

Quello che qui mi interessava sottolineare è però un tipo di riflessione a cui questi due fenomeni dovrebbero indurci a proposito del significato e del valore del contratto politico e della cittadinanza. Gli africani non vengono dalla barbarie per venire nella civiltà, così come i greci non vogliono abbandonare la civiltà per tornare nella barbarie. Forse dovremmo imparare a immaginare che ogni ipotetico contratto politico, ogni forma convenuta di cittadinanza, non ha il suo valore in quanto neutralizza o annulla una precedente forma di vita primitiva e asociale. Il problema è semmai opposto e cioè capire come valorizzare le dimensioni di vita operativa e cooperativa già esistenti e dare loro nella forma provvisoria del contratto uno statuto proprio e riconoscibile.

Non è vero che fuori dal contratto esiste la barbarie e la guerra di tutti contro tutti. La tecnologia informatica che sempre più permea la nostra vita può essere usata come medium produttivo di benessere e di cooperazione tra le individualità. Grazie ad essa abbiamo la possibilità di conoscere e di avere contatto empatico con le più disparate realtà del mondo, da quella umana a quella animale, dal singolo oggetto di consumo alla teoria o all’immagine più ardite. La permeabilità e la capacità di immedesimazione possono raggiungere livelli sconosciuti prima e dare luogo a forme e stili di vita più ricchi e vari. Se l’attività, la cooperazione, la conoscenza e la condivisione sono ancora elementi costitutivi della nuova cittadinanza, adesso come non mai abbiamo la possibilità concreta di realizzarli e di potenziarli, nella vita lavorativa e personale, nelle forme di partecipazione politica.

Se c’è forse ancora un motivo di orgoglio nell’essere occidentali, se noi come occidentali possiamo ancora dare un contributo positivo alla civiltà, questo è dovuto al fatto che grazie alla conoscenza e alla tecnica l’uomo ha in mano possibilità inusitate di vivere – e non solo di distruzione e di autodistruzione. Della grandiosa tecnologia che abbiamo creato nel corso dei secoli nessuno però ha ancora scritto le istruzioni per l’uso né le controindicazioni e sarebbe sciocco andarle a cercare chissà dove, perché le abbiamo in noi anche se sembriamo ignorarlo. Trovare un fogliettino che ci spiegasse tutto sarebbe come pretendere di avere in mano la propria vita con un’assicurazione contro gli infortuni.

Dovremmo allora ricordarci che anche noi siamo stati emigranti, non come italiani moderni intendo, ma come primi cittadini del nuovo occidente. Questo è accaduto nel lontano medioevo al sorgere dell’epoca comunale, quando il servo della gleba decise di mollare la terra e la schiavitù per arrischiarsi nel borgo cittadino, centrato vicino a un porto o a un mercato. Molto probabilmente anche lui non aveva una idea chiara di cosa lo aspettava, forse avrà qualche volta rimpianto quel passo così avventuroso. Ma una volta trovato o inventato un lavoro da fare e un tetto dove dormire, deve essersi sentito migliore e fiero di sé per aver scelto una vita fatta con le sue mani, affermata con le unghie e con i denti insieme e anche contro altri individui. Non più possesso di altri, ma cittadino di un Comune libero.