Ex-IT

Stavo preparando questo post quando è arrivata la BREXIT al termine di una nottata emozionante durante la quale i sondaggi sono stati per l’ennesima svolta smentiti, per cui si consiglia ad Enrico Mentana di non fare più maratone televisive notturne. Qualcuno, credendo ai sondaggi, si era pure affrettato a scaricare Nigel Farage…

Che dire: ho goduto! La working class britannica se ne è allegramente infischiata delle indicazioni dei sindacati che volevano il ‘Remain’ ed ha votato in massa per il ‘Leave’. Il 66% dei giovani, quelli della generazione Erasmus con la quale la propaganda di regime ci ha ammorbato nei giorni successivi al voto, manco si è recato alle urne! La reazione isterica e terroristica dei mass media italiani e dei suoi vari influencer che pontificano dalle TV è lo specchio della classe dirigente italiana che li controlla. Una borghesia liberista dei salotti buoni, trasversale e transfrontaliera, che con la UE e l’Euro si è enormemente arricchita di rendita finanziaria a scapito del resto della società e dell’interesse nazionale e che ora ha paura di dover rendere conto del proprio tradimento se partisse l’effetto domino. Poichè l’Italia è un contributore netto della UE, purtroppo, ci toccherà mantenere (forse) 5 milioni di scozzesi e 2 milioni di nord irlandesi. Che il Paese più libero dalle catene della UE sia anche il primo ad andarsene non è un paradosso, ma la conseguenza di questa libertà d’azione. Non c’era nessun rubinetto della liquidità da poter chiudere da Francoforte sul Meno come con la Grecia dello sprovveduto Tsipras.

rino-gaetano-visto-che-mi-vuoi-lasciare-itDetto questo, torniamo a noi ed all’oggetto del post ovvero l’eventuale uscita dell’Italia dall’Eurozona per la quale il M5S ha raccolto pure le firme per un referendum delle quali, per ora, si sono perse le tracce. Mi sono reso conto che esistono generazioni di lavoratori a reddito dipendente anteriori alla mia terrorizzate dallo spettro dell’inflazione, fenomeno che ha profondamente segnato l’immaginario collettivo degli italiani  tra il 1972 ed il 1980. Rino Gaetano cantava a Sanremo, non a caso, nel 1978 “Gianna difendeva il suo salario dall’inflazione”… E in questi milioni di persone, nel migliore dei casi con confuse nozioni economiche apprese leggendo il Corsera o la Repubblica, che nell’Italia della piramide demografica rovesciata sono la maggioranza relativa, è facile instillare la paura dell’uscita dalla monetona unica con l’equazione svalutazione = inflazione = perdita del potere d’acquisto. Il cavallo da battaglia di questa propaganda è il monito sull’esplosione del prezzo della benzina che, negli italiani cresciuti col mito della motorizzazione di massa, fa sempre grande presa.

Allora guardando, invece, i dati si nota chiaramente che i fenomeni inflazionistici a due cifre degli anni ’70 non erano legati al fatto di avere una moneta sovrana, bensì all’azione combinata di fattori macroeconomici come gli shock petroliferi, la sovraproduzione industriale e la scala mobile. L’oscillazione del cambio c’era e si cercò di limitarla con l’adesione al Sistema Monetario Europeo (preceduto nel 1972 dal Serpente Monetario Europeo dal quale l’Italia uscì dopo appena 2 anni con il primo shock petrolifero) che nel primo anno (1979) portò al 15% di tasso d’inflazione e nel secondo anno (1980) al record del 21,2%. Ci vorranno altri 5 anni per tornare sotto le due cifre, ma perchè era l’intera economia dell’Europa ad aver imboccato quel trend dopo essersi ristrutturata. Un trend che continuerà negli anni ’90.

inflazione_ita

Nel 1992 Italia e Regno Unito vengono investiti dalla tempesta valutaria ed a settembre escono dallo SME: l’Italia svaluta la lira istantaneamente del 7% e del 17% sul restante anno che fa 24% tondo tondo. Ebbene nel 1993 e nel 1994 l’inflazione continuerà a calare. Essendo, l’Italia, un paese industriale che trasforma le materie prime e crea valore aggiunto (ed infatti il petrolio incide sul costo industriale della benzina per il 21% e del gasolio per il 25%), non c’è questo mitologico rapporto 1 a 1 tra svalutazione ed inflazione e, soprattutto, non è automatico, ma entrano in ballo anche altre variabili macroeconomiche.

E la benzina? Sempre considerando che sul prezzo alla pompa la leva fiscale ha un effetto enormemente distorsivo visto il suo peso percentuale (per cui è manovrabile all’occorrenza dal Governo), vediamo come la svalutazione dell’ultimo quadrimestre de 1992 portò ad un aumento di 17 millesimi di Euro (+1,4%) per la benzina e 41 millesimi (+4,6%) per il gasolio nel 1993. Aumenti ben lontani, quindi, dal 24%. Ma cosa avvenne nei primi due anni di adozione dell’Euro? La benzina passò da 1,208 a 1,234 e poi a 1,354 ed il gasolio da 0,893 a 0,949 e poi a 1,075. Questo per dire che l’economia di un Paese industriale non si può ridurre al prezzo dei suoi carburanti al distributore.

prezzi carburanti

Piuttosto si osserva come l’Italia sia nel 2016 in deflazione e questo non accadeva dal 1959: solo che nel 1959 avevamo il PIL che cresceva a botte del 7% annuo ed il rapporto debito/PIL al 33%, mentre ora si festeggia per gli zero-virgola ed il rapporto debito/PIL è al 135% ed in costante crescita. L’austerità di Monti necessaria per rimanere nell’Eurozona e proseguita dai suoi successori piddini, manifesta tutti i suoi effetti nefasti cioè la distruzione della domanda interna.

E’ possibile una Ex-IT? Non si tratta di essere possibilisti, essa è oramai inevitabile. Fossimo usciti dall’Euro due o tre anni fa, forse si poteva salvare anche l’Unione Europea. Ma ora si é superato il punto di non ritorno. Il problema è come arrivarci e quando. Temo che la politica, in generale, non sia in grado di agire con decisione e fermezza anche perchè mostra di non aver focalizzato la gravità del problema, mancandogli una visione d’insieme. Sull’altare dell’Unione Europea e dell’Euro, purtroppo, si sacrificheranno ancora altre risorse e pezzi di apparato produttivo fino al tracollo finale. Allora si uscirà o, meglio, la Germania taglierà la cima lasciandoci al nostro destino.