E’ ora!

Una convinzione che si può ricavare nel corso degli anni riguardo al modo in cui le persone reagiscono alle nuove idee o alle nuove situazioni politiche è purtroppo riassumibile come segue: molto spesso le persone non solo non capiscono qualcosa, il fatto è che NON vogliono proprio capire quello che dici. Di fronte a un argomento o appunto a un avvenimento che cambia le carte in tavola, queste persone si limitano a rispondere con riflessi condizionati, opinioni preconcette, luoghi comuni circolanti sui media. Oppure addirittura aggrediscono, attaccano la persona che porta l’argomento, cercano di scovarne chissà quali motivazioni inconsce o pregiudizi tribali. Oppure ancora sminuiscono la portata dell’evento, cosa facilissima nel via vai dell’informazione italiana, dove non si distingue una lucciola da una lanterna, e si richiamano a ciò che nella propria cerchia di persone è riconosciuto come vero e indiscusso. Il dato che ne emerge è che ognuno vive nel proprio mondo, comprensibile solo a chi ne fa parte, e che il dialogo obiettivo è un’utopia. Il sentimento o la sensazione prevalgono su tutto, una cosa è vera perché senti che è così e basta.

Quelli che ho richiamato sono elementi più o meno psicologici, che sembrano avere poco a che fare con la cosiddetta realtà. A questo ci sarebbe innanzitutto da rispondere che questi elementi hanno bene a che fare con la realtà, esattamente con la realtà umana che noi stessi siamo. Ma di questo più avanti. Chi tende ad ignorare queste presunte distorsioni individuali della realtà preferisce più spesso appellarsi alla realtà effettiva, quella storica, materiale o economica, tanto più quando il tipo di questione in gioco è di natura politica, come è il nostro caso qui e adesso. L’analisi del debito pubblico, che sembra paurosamente cresciuto sotto Renzie, il problema dei costi della guerra in Afganistan contro i tagli ai servizi, la questione del blocco delle nostre esportazioni in Russia a causa delle sanzioni dichiarate dall’Europa e che danneggiano la nostra economia… Tutti elementi che sembrano obiettivamente valutabili, misurabili, riconducibili a decisioni prese da qualcuno e a responsabilità. Da questo si misura la validità di una strategia politica e su questo si conquista il consenso. Che cosa ci dovrebbe essere di più convincente per capire dove sta il giusto e lo sbagliato?

Chi si pone dalla parte della realtà, chi parla con i dati e i numeri, trova sì un elemento di confronto positivo, ma si scontra sempre più con l’ignoranza dei più e dei quali cerca il consenso. Deve perciò anch’egli dare una spiegazione dell’incomprensione delle altre persone, che è anch’essa di natura psicologica: le persone che non vogliono capire sono stupide, sono manovrate, sono succubi del sistema, si lasciano guidare dei sentimenti o dai biechi interessi personali e non dalla santa ragione. Prima si sarebbe parlato di religione come oppio dei popoli, adesso che il popolo non ha nemmeno più una religione, ma semmai una ben organizzata amministrazione della superstizione, non resta che dare la colpa a quei pochi manovratori occulti delle menti delle masse. Chi sa invece, chi vede veramente la realtà com’è, è costretto all’isolamento e all’incomprensione, deve arroccarsi sulla sua cittadella di idee vere e inviolabili, e attendere tempi migliori.

Il risultato di entrambe le tendenze è poco consolante: impossibilità del dialogo e chiusura in se stessi, in attesa di un evento salvifico. Bene, la mia opinione è che sia ora di cambiare registro. Dobbiamo innanzitutto capire che nel caso della politica abbiamo a che fare con un tipo di discorso molto particolare. Il discorso politico non è come quello di un consesso di specialisti, esclusivamente interessati al prevalere del migliore argomento, preoccupati di spaccare il capello in quattro per sapere dove stia la Verità. Ma non può nemmeno diventare il mugugno che parla agli istinti e alle paure della gente, al suo risentimento e alla sua frustrazione, pena l’imbarbarimento della vita civile. Ma nell’imbarbarimento ci stiamo già, si potrebbe dire, il punto è semmai come uscirne. E qui siamo d’accapo a dover persuadere altri di una situazione che forse vediamo solo noi…

La natura del discorso politico ha a mio avviso dovuto subire una radicale trasformazione con l’affermarsi della società di massa nel 900 conseguente all’industrializzazione crescente dell’800. Come è noto le grandi dittature del 900 con la provvisoria messa da parte del liberalismo si sono affermate con questa massificazione della società, paradossalmente in paesi in ritardo politico e economico. Spersonalizzazione e alienazione dell’individuo vanno di pari passo con la massificazione dei comportamenti, dalla fabbrica all’esercito, e più tardi nell’amministrazione. In questo quadro le aspirazioni individuali di cambiamento confluiscono nei partiti politici come promotori di una visione del mondo, molto simile a una redenzione. Il culto del capo e della gerarchia rafforzano e danno una identità alla massa informe e all’individuo svuotato e danno l’illusione di dirigere un processo storico quando solo si sia conquistato il maggior numero di persone a farne parte, confermando l’importanza del consenso conquistato come che sia e con qualunque mezzo.

Da questo incubo siamo usciti grazie a una guerra e a una cessione di sovranità agli unici vincitori della guerra: gli Stati Uniti. L’influenza culturale ed economica di questo paese perdura tutt’oggi anche nelle forme di comunicazione politica, detta anche spettacolarizzazione. Quest’ultima va di pari passo con la nuova strategia di governo neoliberista transnazionale, dove la sovranità è di chi gestisce la finanza e non di chi elegge e viene eletto alle elezioni. Il partito non ha più bisogno di una visione del mondo, semmai di una narrazione plausibile e commercializzabile per comprare voti in cambio di una provvisoria salvezza dal genocidio sociale attraverso un lavoretto quale che sia. Conseguentemente l’individuo non si identifica più nel partito, semplicemente si garantisce la sopravvivenza vitale o aspira, attraverso il crimine, a un’esistenza preclusa ai più. In questo modo ogni elemento simbolico o valoriale viene escluso dal discorso politico ufficiale, nemmeno più il realismo lo governa, ma il cinismo di chi è disposto a tutto pur di sopravvivere.

In questo nuovo contesto il MoVimento 5 Stelle nasce come affermazione di nuove virtù cittadine adatte a una rinnovata convivenza civile. E’ la vita stessa del cittadino ad essere in gioco nel discorso politico – e NON la sua mera sopravvivenza. In questo contesto l’argomento politico non è più essenzialmente riconducibile a un calcolo mezzi e fini, poiché sono i fini a dover essere innanzitutto commisurati alle esigenze della vita cittadina. Non interessa più a nessuno vivere per il progresso della tecnica o per la conquista di nuove fonti di energia, quando il prezzo da pagare è la distruzione della natura e di altri consimili. Interessa solo ciò che promuove e qualifica la vita civile stessa e in quanto tale. L’argomento è in funzione del sentimento e non fine a se stesso, quando per sentimento si intenda il semplice amore per se stessi come individui e parti costitutive di una comunità civile. Il sentimento del cittadino non è più innanzitutto l’egoistico amor proprio, poiché quest’ultimo porta all’isolamento e alla paura, quando non al crimine e all’emarginazione. In una società sempre più interconnessa, nelle informazioni e nei simboli, l’egoismo è divenuto irrazionale, così come la razionalità è sempre più carica di buon senso e di portato etico. E’ l’ora che siano le ragioni del cuore a vincere!