Di quante stelle sei? Rinascere cittadino è un buon proposito di Natale

Sono uno dei tanti italiani residenti all’estero e sono solo da pochi giorni nella Bella Italia Natalizia… e le mie consuete o nuove riflessioni sull’italica sorte tornano ad opprimermi la mente… Come al solito è lo spettacolo quotidiano dei media ciò che di pubblico maggiormente mi si impone, ma anche il suo possibile riflesso sulle menti delle persone che vi assistono. Vorrei iniziare innanzitutto da una sensazione fondamentale: gli italiani preferiscono parlare – il più delle volte male – di quello che fanno gli altri piuttosto che impegnare loro stessi in qualcosa. Ieri il giornalista Scanzi riferiva dalla Gruber una sua tesi consueta e cioè che Renzie ami fare proclami e dichiarazioni sulle cose da fare piuttosto che farne in concreto in prima persona – e sorvoliamo su quelle poche che ha fatto. Un beota del suo partito, un ospite in studio di cui non ricordo il nome, si diceva del tutto convinto che queste cose dichiarate fossero anche state fatte dal Renzie… Ora, mi domando, quando già in partenza non si riesce a stabilire se una cosa esiste o meno, quando il problema raggiunge questo livello di “metafisicità”, sull’essere o il non essere di quel che si dice esistere, non sarebbe forse il caso di fermarsi a riflettere sul “disagio” della nostra inciviltà o condizione storica e culturale? Tant’è, queste sono ritenute cose da intellettuali e ci sono sempre validi pretesti per rimandarle…

Ma il punto drammatico, e qui vengo alla mia sensazione fondamentale, è che adesso questa “dote” renziana, il parlare del fare senza il fare, mi sembra anche precipua caratteristica del popolo italico tutto. E c’è di più… Questa condizione di loquace non fare sembra la migliore premessa per dire ad altri in che cosa sbagliano nel loro fare e che cosa a loro volta dovrebbero piuttosto fare… Perché il mio non sembri un vuoto arzigogolare con le parole, voglio qui riferire una mia esperienza personale a delucidazione del detto. Come insegnante di italiano è mio compito portare lo studente straniero a parlare e ad esprimersi nella mia linguamadre. Ora, è un’esperienza ricorrente verificare che chi è di volta in volta spronato a parlare sappia dare il peggio di sé, mentre gli altri che assistono vengono improvvisamente pervasi da una conoscenza e una loquacità straordinarie. Il tempo di passare poi alla persona successiva, e chi prima stentava a dire “io mi chiami…” adesso erompe in un effluvio di parole, mentre l’altro di turno perde di colpo la sua spregiudicatezza e inizia anche a lui a dire “io mi chiami…”. La natura psicologica del problema è evidente: timidezza, essere giudicati e parlare di fronte ad altri. La mia domanda è: non sarà così anche per la maggior parte degli italiani? E questo non riguardo a una lezione di lingua ma alla loro vita stessa? E se così fosse, quando mai verrebbe il momento per un esser se stessi normale e positivo nei confronti della realtà, per essere insomma cittadini di questo mondo?

Quello che ho descritto sembra una situazione paradossale, inventata a bella posta per fare sfoggio di acume o presunta ironia. E se fosse invece una realtà? L’italiano sembra in effetti vivere il suo normale approccio con la realtà – da quando guida a quando vota, quando è al lavoro o con gli amici, quando “si occupa” di politica – come una specie di interrogazione scolastica, che, come si sa, è una gran palla, che prima finisce e meglio è, e… “che cazzo! Proprio a me doveva fare questa domanda?!” oppure: “Quello che ha chiesto a te io lo sapevo!” per poi rifugiarsi negli “affetti familiari”… una cosa sulla quale è bene sorvolare per decoro. Dunque, se c’è del vero nella mia impressione, se questo disagio civile è così radicato e diffuso, a cominciare dal premier Renzie per finire con molti dei suoi sudditi, allora, ripeto, dovremmo porci qualche domanda. Ad esempio: che ne è di una “realtà” vissuta a questo modo e che ne è della sua “rappresentazione”? Che cos’è la quotidianità civile per l’italiota medio e qual è la forma della sua rappresentazione? La realtà civile quotidiana dell’italiota medio è il suo incubo, una realtà frustrante e da incubo, fatta di inconcludenze e fraintendimenti, e dalla quale cerca di fuggire o distrarsi mediante lo strumento mediatico più diffuso ed efficace: la TV, la scatola di immagini parlanti e semoventi. Nell’incapacità di agire nella e sulla realtà civile, e nella conseguente incapacità di collegare quel che si pensa a quel che di pubblico si fa, l’immaginario diventa la funzione mentale più sviluppata dell’italiota e la più pericolosamente e patologicamente attiva. A questa funzione mentale di per sé selvaggia e poco governabile si rivolgono i media italiani, e con questa funzione così impalpabile sanno intrattenere il più efficace e normativo dei rapporti.

Personalmente provo un grande sconforto quando sento parlare dei media come strumenti di informazione e di comunicazione. È così evidente che cosa sono in realtà che qualsiasi altra concezione mi sembra il frutto di malafede. Ma anche questo sarebbe eccessivo. E dunque riporto dati dell’esperienza concreta, un esempio della fruizione del medium. Il Tg Piemonte di ieri sera, ore 19.30 – vado a memoria. I no tav hanno avuto pene attenuate perché i loro atti non sarebbero terrorismo; interviene il ministro e lancia un attacco anche verbale spropositato contro la sentenza; tra il servizio e l’opinione del ministro non c’è nessuna differenza di nessun tipo: il tg semplicemente amplifica l’opinione del ministro a verità definitiva, a realtà ultima. Poi servizio sulla Regione: primo piano su non so quale politico che – letteralmente – grida: “Nella nostra Regione non ci sono ladri!” e ancora una volta questa non è presentata come opinione del politico – tra l’altro una difesa che è già un’autoaccusa! – ma come la verità sulla Regione Piemonte. Infine servizio sui trasporti, compare l’assessore di turno e io mi dico: vuoi scommettere che finisce con un “e tutto questo per consentire un più efficace servizio per il cittadino…” e così infatti è, insomma uno sponsor per l’amministrazione locale. Il quadro conclusivo è: in Italia c’è un pericolo terroristico, c’è un governo di onesti che tutela il cittadino e che si occupa della sua vita civile. E questo almeno fino alla prossima edizione del telegiornale.

Adesso concludo. Mentre scrivo queste cose mi sembra di essere uno di quegli astiosi critici della religione in epoca moderna che volevano debellarla come superstizione in nome della ragione e del principio di realtà. Oppure come quei critici dialettici di inizio 900 sempre pronti a denunciare la corruzione culturale della società di massa senza peraltro sapere a quale altro santo votarsi. Credo invece che ci siano ragioni di ottimismo adesso – e qui lo scrivo e qui lo ricordo a me e a chi ha come me almeno 5 Stelle nel proprio orizzonte mondano. La tecnologia informatica come ultimo sviluppo di quella grande tecnica dell’immaginario che sono i cosiddetti media, può essere usata e vissuta altrimenti che come sedativo e propaganda. Il punto sta certo nella qualità di ciò che si trasmette e nel modo in cui attraverso la nostra immaginazione in opera intendiamo rappresentarci, ma sta anche altrove. E cioè nel rompere quel meccanismo cui accennavo all’inizio di queste considerazioni natalizie, ovvero nel riappropriarsi della realtà quotidiana e reinserirla nel nostro flusso immaginifico o, per restare all’immagine dell’insegnate di lingua e dei suoi studenti, nel fare in modo di saper non solo rispondere all’interrogazione ma nel saperne fare un’occasione creativa di sfida e di crescita: in altre parole, prepararsi all’obiettivo vero e proprio, che è parlare e capire in Italia l’italiano – e nonostante l’ovvietà dell’affermazione non ci si può nemmeno immaginare quanti pretesti ci si possono inventare per aggirare questo punto.

Fuor di metafora adesso, il punto non è guardare con diffidenza a che punto stanno gli altri nel loro rapporto con la realtà, chi è più bravo e chi meno, ma nel saper fare della propria esistenza il principale compito che si ha, un compito di cittadinanza che non si può assolvere se non guardando in modo nuovo il mondo che ci circonda e che ci condiziona e nel volerlo trasformare secondo i propri desideri: il marciapiede impercorribile sotto casa, le macchine che intasano le strade, la spiaggia sporca della tua costa e in buona parte cementificata, il degrado delle periferie e del patrimonio culturale… solo intervenendo concretamente e creativamente su questi e molti altri fattori della nostra vita potremo veramente emanciparci dai venditori di fumo e dai politici di “professione”. Solo da un migliore rapporto con le cose che ci circondano potremo sperare in un migliore rapporto con noi stessi, con le nostre fantasie e con gli altri.