Del perché non abbiamo partecipato alla votazione della mozione Siamo tutti Charlie.

Dopo la strage avvenuta nella redazione del giornale satirico francese Charlie Hebdo, abbiamo assistito alla consueta indignazione italiana a tempo, sui media i politici, i giornalisti, gli intellettuali, i semplici contenitori di pensiero preconfezionato si sono precipitati a dimostrare quanto siano indignati di questo vile attentato alla libertà di stampa, al grave attacco allo stato di diritto di poter esprimersi liberamente, i social sono impazziti condividendo immagini di un giornale di cui , la maggior parte degli italiani, ignorava l’esistenza.

Nel mio piccolo ho assistito alla farsa di un consiglio comunale pronto all’indignazione a intermittenza, con il classico minuto di silenzio con una matita in mano, ma subito dopo pronto a leggere la velina di partito con una mozione nemmeno condivisa con le minoranze.
Perché io non sono Charlie Hebdo? Perché non lo sono gli altri! Perché si sentono vittime di una forma estrema di censura coloro i quali utilizzano al censura quotidianamente?
Nella prima serata delle reti generaliste, il giorno dell’attentato, non è stato dedicato un minuto all’approfondimento della tragedia, i giornali hanno posto l’accento sulla Jihad, sull’odio religioso, sulla purezza della democrazia occidentale, qualcuno pure sulla Bossi-Fini, ma nessuno dei guardiani della democrazia italica ha posto l’accento sulla libertà di stampa in Italia.
Eppure l’Italia se la passa malino, i media preferiscono aderire agli ordini dei padroni, cercando di orientare il pensiero comune. Pisa ad esempio aderisce convintamente a questa linea censoria di pensiero unico dominante, anche attraverso una piattaforma padronale del Partito Democratico, pagata con i soldi dei contribuenti, dalla quale spesso escono giudizi sferzanti sulle forze politiche di opposizione.
Farsi pubblicare sui giornali locali una colonnina di poche righe in cui si va controcorrente è un impresa titanica e gli ordini vengono dall’alto e sempre rigorosamente rispettati.
Perché un partito decide cosa debba passare sui media? Cosa sia gradito al sultano e cosa no? Alla base ci sono molti intrecci, finanziamenti più o meno oscuri, intrecci anche sentimentali, insomma una ragnatela mista a interessi e relazioni che nell’ombra non permette che le notizie circolino.
Il problema della libertà di stampa è indubbiamente legato a doppio filo con la libertà di espressione, con la censura. L’Italia ha anche questo triste primato, quello di censurare la satira, spesso e volentieri per preferire una satira di regime, un Benigni va bene un Luttazzi no! Una Litizzetto è ammissibile, Biagi venne cacciato.
Sarà il cattolicesimo di cui è intrisa la nostra cultura che ci porta a essere giudici ogniqualvolta, di cosa possa essere morale e cosa immorale, eppure anche l’apertura del Pontefice si dimostra più realista del re.
Ecco perché aderire per conformismo alla campagna “Siamo tutti Charlie” è più deleterio che mai, le vignette di Charlie Ebdo erano oggettivamente forti, eccessive, troppo libere, sicuramente, a cose normali, ciascuno di coloro i quali hanno mediaticamente aderito alla campagna di perbenismo indetta dalla rete, si sarebbero indignati, le avrebbero segnalate, proprio perché l’Italia  non è un paese che difende la libertà di espressione, ed ecco perché mi auguro meno bavagli boldriniani alla rete e più onestà intellettuale da parte di tutti!