Contro la politica del pizzo

Sabato scorso 50 mila persone hanno percorso la distanza tra Perugia e Assisi al grido di „… onestà! ….onestà!…“ una cosa mai vista e mai sentita in Italia, soprattutto adesso in questa Italia, dove la corruzione sembra aver raggiunto dimensioni inusitate e invasive come un cancro. E sono il corpo e la mente di ogni italiano che soffrono di questo cancro che sembra inguaribile e inestirpabile. La terapia può essere solo drastica e radicale, non come il governo renzie vuol dare ad intendere quando fa finta di colpire certi privilegi.

Vorrei proporre una riflessione sul significato culturale e politico di questa battaglia per l’onestà. Mi ricordo quando, all’inizio della nostra battaglia parlamentare ormai più di due anni fa, ci furono quasi subito rigurgiti di intransigenza da parte di certi “onorevoli” degli altri gruppi, che inveivano contro di noi e ci minacciavano. Mi ricordo di un distinto signore in cravatta che gridava al nostro indirizzo: „moralisti di merda!“ Eravamo dei moralisti perché volevano una politica pulita e al servizio dei cittadini. Quel grido era significativo, non solo della paura che il tran tran governo e finta opposizione finisse, ma che fosse per finire un malcostume ormai consolidato da decenni, quello del consenso e dei voti comprati dai partiti in cambio di favori e lavoro.

A ben riflettere però era molto più lunga e forse anche più nobile la tradizione che vuole la politica come terreno autonomo dall’etica e fonda le proprie ragioni sulla base di un’analisi materialistica della società. Il marxismo era ben radicato da noi e la presenza del maggiore partito comunista europeo in Italia aveva giocato la sua parte. Per la verità c’erano organizzazioni politiche uscite dalla Resistenza, come il Partito d’Azione, che sottolineavano il valore etico ed emancipatorio della politica e che si contrapponevano alle “due chiese” Pci e Dc, ma il loro significato rimase marginale.

Qual era il vantaggio di una lettura “materialistica” della società per l’azione politica? Quello di poter trovare consenso in una crescente classe operaia industrializzata, di saper parlare all’operaio di fabbrica un linguaggio che poteva capire: quello della sua condizione di sfruttamento e della necessità di uno stato sociale. La lotta operai e capitale era il perno della politica di sinistra. Sul piano simbolico invece era imprescindibile il contributo alla Resistenza e la presenza dell’Unione Sovietica come paese dal socialismo realizzato, visto come tappa inevitabile verso il comunismo. In questo visione della società l’individuo contava come un punto della massa, era il soggetto di un interesse e non di valori. L’ambito dei valori e della “coscienza” era semmai relegato al sentimento, alla componente religiosa dell’individuo, difesa e salvaguardata – almeno in linea di principio – dall’altro partito di massa italiano, appunto la Democrazia Cristiana.

E’ prima con l’avvento dell’informatica e poi con il crollo del muro di Berlino che l’orizzonte materiale e simbolico della Sinistra inizia a sfaldarsi e il consenso di massa a diradare. Senza lo spettro del Comunismo e con sempre meno operai dalle mani callose la politica democratica doveva – o avrebbe dovuto – reinventarsi, trovare nuovi orizzonti da perseguire e saper rispondere alle nuove esigenze di qualità della vita nella sua complessità che emergevano dalla società. La risposta politica a livello mondiale fu invece il neoliberismo, a livello culturale il postmoderno e il culto del disincanto, la qualunquistica e “insostenibile leggerezza dell’essere”, a livello economico l’esportazione dell’attività produttiva. In Italia, dopo mani pulite venne il berlusca.

L’ideologia della classe dirigente italiana, specie quella di “sinistra”, restò però immutata: il problema era e restava l’occupazione perseguita ad ogni costo, il lavoro per il lavoro. L’idea di fare politica non cambiava: la delega e il partito e se proprio si doveva la “mobilitazione” delle masse con a fianco il sindacato. Il cercare e il dare lavoro, anche quando non ce n’è, diventano l’imperativo categorico della politica e il suo privilegio. La società del lavoro espulsa dalle fabbriche si organizza in mille forme individualizzate, per così dire “in proprio”, ed esplora e collabora alla creazione di nuovi bisogni qualificanti, come una diversa alimentazione e cultura del corpo, una diversa istruzione e un nuovo rapporto con il sapere, un diverso modo di trascorrere il tempo libero e di godere del gioco. Di fronte a queste innovazioni che chiedono statuto sociale e riconoscimento politico, che chiedono istituzioni nuove, i partiti rispondono con un muro: niente si realizza in Italia che non passi dalla tessera, dalla clientela, dall’inserimento in una gerarchia. In tutto questo il sapere e l’innovazione soffocano, si rintuzzano – o se ne vanno all’estero.

E’ in questo contesto che la parola onestà acquista un nuovo significato. Da una parte, in quanto si contrappone alla disonestà e alla corruzione come forme di gestione del consenso e quindi di potere politico. La corruzione è non solo una mancanza etica, è il nuovo sistema di sfruttamento del lavoro, è il balzello sulla tua attività produttiva, è il pizzo politico da pagare all’amministratore. Dall’altra, perché onestà significa adesso anche intelligenza sociale e comprensione vera del mondo che ci circonda. L’onestà non è solo una questione di costume, nel senso almeno di un problema personale e che riguardi solo la coscienza della persona. L’onestà e la solidarietà diventano una chiave di incivilimento collettivo e di promozione sociale. E’ per il rispetto per l’ambiente e per il nostro corpo che acquistiamo alimenti diversi e in questo modo contribuiamo a un altro orientamento della catena produttiva. E’ perché il sapere informatico è penetrato nelle nostre case e nella nostra vita che l’immaginazione e la condivisione chiedono nuove scuole e mostrano insofferenza per il baronato nelle università. E’ perché il cittadino è e deve essere posto al centro della vita civile che ogni forma di controllo e di mediazione sulla sua vita risultano obsoleti, letteralmente contro-produttivi.

Ecco perché gridare onestà è diventato una scelta politica di movimento. Dal punto di vista individuale questo significa fare il centro in se stessi non sull’interesse o sul benessere esteriore ma sulla propria integrità e realizzazione personale. La politica adesso diventa una nuova sfida che non è possibile delegare a nessuno e che deve avere come obiettivo la nostra realizzazione come cittadini del mondo. Non so se l’espressione “diritti” sia ancora adeguata a questa richiesta radicale, se almeno con diritto si intende l’individuo come persona giuridica, per la quale i rapporti con gli altri e con le istituzioni richiedono una mediazione normativa, delle regole. Nella politica che caratterizza il MoVimento 5 Stelle c’è molto di più in gioco: è la nostra vita civile in un mondo globalizzato, dove la globalizzazione tocca o può raggiungere ogni singola corda della nostra esistenza. Questa politica di onestà vuole risolvere in positivo il rapporto/conflitto che ognuno di noi ha con il mondo e con se stesso, vuole fare in modo che il mondo intero diventi il nuovo orizzonte d’azione del singolo cittadino