Cogli l’attimo!

Pochi giorni fa è stato pubblicato su “il Tirreno” l’articolo del professore di storia e filosofia Lamberto Giannini in occasione di nuovi fatti di cronaca che riguardano “giochi” pericolosi nel mondo giovanile. Ormai sono decenni che si discute su violenza, alcol, droghe tra i giovani, ma adesso si aggiungono strani rituali collettivi o individuali il cui scopo sembra quello di voler mettere gratuitamente in gioco la vita. Ecco il link in cui è l’articolo e il brano iniziale.

http://iltirreno.gelocal.it/regione/toscana/2015/03/16/news/alcol-ed-eccessi-si-gettano-tra-le-auto-in-mezzo-al-traffico-1.11057226

“Durante l’età evolutiva il bisogno di essere visibile è prioritario, in quanto, non avendo ancora un’identità strutturata, la conferma del valore dell’esistenza arriva all’adolescente dallo sguardo dell’altro per lui significativo. Colpire l’attenzione deriva da un duplice ed antinomico bisogno: quello del consenso e quello del dissenso. Il consenso è necessario per crescere attraverso un processo di indifferenziazione nei confronti dei modelli significativi attraenti, ma serve, al contempo, anche il dissenso per distruggere alcuni aspetti del sè che sono stati costruiti per avere approvazione ma che non ci appartengono oppure non ci appartengono più e che, per essere distrutti, implicano la necessità di differenziarsi da quegli stessi modelli. La sfida va raccolta scandalizzandosi ma, allo stesso tempo, valorizzando il coraggio dello sfidante, anche se l’elemento più importante è la capacità di dimostrare che ci siamo accorti della sua presenza e che siamo pronti allo scontro che deve naturalmente preludere, grazie alla forza dell’adultità, ad un incontro ancora più significativo e nutriente in grado di rafforzare la relazione.”

L’immagine che il professore Lamberto Giannini ci propone dell’adolescente è piuttosto consueta: non è ancora un adulto, non ha ancora una identità precisa e per trovarla deve essere educato dalla famiglia e dalla cultura. Questa identità però si creerebbe in modo conflittuale, da una parte identificandosi in un certo tipo di atteggiamento tendenzialmente trasgressivo e dall’altra contrapponendosi a un altro atteggiamento che aveva ma che non sente più proprio. Insomma l’adolescente non vuole essere più un bambino e farebbe di tutto per dimostrarlo, a se stesso ma soprattutto ai suoi genitori. L’educatore conoscerebbe questo suo bisogno e dovrebbe apprezzare lo sforzo, ma senza per questo cedere sul terreno dell’”adultità”, ovvero dell’essere adulto, il quale dovrebbe avere come caratteristica – suppongo, perché il professore non è esplicito su questo – l’essere responsabile e sapere dove porre dei limiti da non superare al giovane.

Tutto questo argomento – se posso esprimermi in modo schietto – sembra risolversi nella solita ramanzina ai genitori che viziano i figli, che non hanno abbastanza polso e vogliono fare i moderni. Al che mi verrebbe da chiedere: E se fosse che gli attuali genitori ne hanno già assaggiata abbastanza di “adultità” da parte dei loro genitori e magari sono alla ricerca di un atteggiamento diverso, meno autoritario e più vicino ai figli? Rispondere a questo ulteriore argomento, però, ci porterebbe altrove, perciò torniamo alla questione delle caratteristiche dell’essere adolescente secondo il professore.

A me questa sembra solo la tipica immagine stereotipata che l’adulto ha dell’adolescente, come educatore o come genitore. Nella sottile analisi fornita dal professore manca una cosa fondamentale secondo me: il problema nel giovane del rapporto con la realtà immediata e con il mondo, forse anche per una certa sopravvalutazione dell’immagine che sia l’educatore che il genitore hanno di sé. Fondamentale – secondo il professore – sarebbe per l’adolescente “lo sguardo dell’altro”, ovvero dell’adulto o del coetaneo, e soprattutto “colpire l’attenzione”. Non nego che un atteggiamento del genere sia diffuso, il punto è capire se tutto si risolve in questo, o non semmai nel trovare il modo di uscire da questo gioco di specchi e riuscire a far realizzare veramente i giovani per se stessi.

Il punto non è passare dal conflitto contro tutto alla serena accettazione di un qualcosa di culturale e ragionevole in cui trovare la propria identità – dato da chi, poi? dagli educatori? e chi educa gli educatori, chiedeva Schiller già a fine 700? -, magari solo perché ci garantisce il consenso di qualcuno di autorevole – oggi il prof, domani il boss. Non è neppure accettare certi limiti solo perché ci sono imposti. E figuriamoci se un no “preventivo” previene veramente qualcosa! Previene semmai solo che il giovane ci dica quello che ha intenzione di fare, che insomma “faccia le cose di nascosto”. In tutto questo argomento si perde di vista secondo me l’essenziale: l’educazione a cosa e per che cosa.

L’essenziale è, come ho detto, l’educazione alla realtà immediata e al mondo, a saperli affrontare positivamente e ad essere in grado di crearsene di propri. L’adolescente infatti non è solo un “non-più-bambino” che vuole diventare adulto, ovvero qualcuno di estremamente dipendente dalla persona e dalla volontà di altri e che deve uscire da questa sudditanza. Il punto è fargli capire che non è violando la volontà e la personalità dei genitori che si farà adulto, ma solo affrontando le prove che il mondo, indipendentemente da quello che fanno o dicono i genitori, gli porrà sempre più nel corso della vita. Se c’è qualcosa di cui il genitore e l’educatore dovrebbero veramente farsi esempio, dovrebbe essere del modo in cui si sono giocati la loro partita con il mondo: trovando o meno una professione adatta a loro, sapendo impostare le loro relazioni fondamentali o fallendo in questo, cercando di portare alla società in cui vivono un proprio contributo. Un genitore dovrebbe agire ogni giorno in modo da comunicare questo messaggio: “Così ho trovato la mia strada nel mondo, figlio mio, adesso trova la tua.”

A questo punto però verrebbe da chiedersi in quanti sarebbero in grado di assumere un simile atteggiamento, o meglio sarebbe dire: di assumere questo stile di vita. Non parliamo delle condizioni oggettive che creano molti ostacoli a questo, limitiamoci a osservare la quotidianità di una relazione familiare. Troppo spesso i genitori sono insoddisfatti di se stessi e della loro relazione, e non trovano niente di meglio da fare che farsi la guerra tra loro o rinfacciarsi torti e fallimenti. Troppo spesso il ruolo di genitore consente di spacciare ai figli una maturità fittizia, magari servendosi – loro sì veramente! – dello sguardo del figlio per arrogarsi una identità e una sicurezza mai possedute e per credersi quello che non sono.

E in questo il bambino, pur nella sua inconsapevolezza, può diventare una grande minaccia per il genitore, perché anche se non ha ancora capacità di razionalizzare e verbalizzare, sa e sente molto di più sul conto dei suoi di quello che un adulto può supporre. A buon motivo si parla dell’importanza dell’esempio, cioè del modo in cui ci comportiamo quotidianamente con i figli. Saper dare l’esempio è tanto importante quanto difficile. Ho un bel dire come genitore che mio figlio deve studiare o essere onesto e rispettoso degli altri, quando io sono il primo a non essere coerente con quello che dico e in questo modo mino la mia credibilità. E se non sono credibile, potrà mai essere rispettata la mia volontà? Se io non vivo ciò che dico o consiglio ad altri, potrò mai essere preso sul serio? A buon motivo no, e chi mi è vicino me lo dimostrerà nel modo più eloquente.

Dietro obblighi e divieti – sempre per gli altri! – troppo spesso si cela solo l’arroccarsi di una identità precaria, incapace di dialogare, di mettersi in discussione – si è mai visto un genitore parlare con il figlio adolescente delle sue proprie difficoltà, esistenziali o di lavoro, una cosa in cui il figlio lo capirebbe perfettamente?! Un genitore ha innanzitutto la responsabilità di aver messo al mondo una creatura meravigliosa che dovrà affrontare prove inusitate – il futuro in Italia non è migliore del passato da almeno un paio di generazioni – e che per questo ha bisogno come alleati dell’amore e della obiettività dei suoi creatori. Rendergli la vita facile non lo aiuterà di certo, perché una vita senza sfide finirà presto per perdersi nel non senso dell’abbrutimento, della violenza gratuita e dell’inebetimento. Un genitore deve essere in ultima analisi un buon cittadino di una buona comunità, uno felice e orgoglioso di sé e della sua città, e solo allora potrà essere anche un buon genitore per i suoi figli.