Cittadino e Infanzia

La visione e la pratica dei rapporti familiari e interpersonali stanno vivendo ormai da molti anni una profonda trasformazione. Chi desidera la stasi e l’immobilismo nelle relazioni umane è sempre più costretto a trincerarsi in un’affermazione per lo più necessariamente ipocrita, plateale e autorassicurante di Valori supremi, inviolabili e sacri. La famiglia eterosessuale sarebbe ovviamente uno di questi, vista la lunga tradizione che la sostiene e anche l’opinione di poteri forti quali il clero cattolico. La famiglia etero sarebbe il nucleo originario e fondamentale di ogni rapporto umano, la base ultima di ogni relazione umana, qualcosa di inviolabile e indissolubile a fronte del caos sociale e politico che imperversa nel mondo. La famiglia, il rapporto intimo e filiale, sarebbero l’origine dell’individuo non solo nel senso della procreazione ma anche in senso valoriale, come luogo di formazione ed educazione ad una buona condotta nel mondo del cittadino. Il padre maschio e la madre femmina sarebbero le coordinate guida e la garanzia dell’integrità individuale. Dio, patria e famiglia, tanto per non smentirsi.

Se si tentasse di dimostrare come questa visione sia contraddetta nei fatti, ci si inoltrerebbe in una discussione sterile. Le smentite pratiche non inficiano bensì confermano la validità del principio, che è tale proprio perché ideale guida per riconoscere il giusto e rigettare l’anomalia, e non per impedirne il verificarsi. Se il principio fosse sempre verificato anche nella pratica non sarebbe appunto quello che è, un principio ideale e regolativo. Gli assertori di principi hanno però per lo più il brutto vizio di voler impedire agli altri la trasgressione del principio o se non altro di renderla estremamente sconveniente. Se non sei per l’affermazione della coppia etero puoi anche vivere le tue relazioni altrimenti, salvo doverne pagare il fio con l’emarginazione culturale, il disagio sociale e la messa alla berlina. Il fatto è che questi signori alla ricerca di valori assoluti temono il cambiamento, l’innovazione, la diversità, in una parola la pluralità di comportamenti e di convincimenti. Sarebbe interessante e benefico capire perché vivano di questa paura e di questo bisogno di assolutezza, ma qui vorrei approfondire un altro punto.

Sarebbe un errore pensare che l’atteggiamento appena descritto sia esclusivamente frutto di una ideologia, sia solo in qualche modo indotto nell’individuo per tutelare interessi retrostanti. Ad esempio dicendo che visto che la chiesa cattolica si fa portatrice di questi valori gli individui che ne condividono il messaggio sarebbero delle pedine di un disegno più grande. Dobbiamo partire dalla buona fede del singolo e dall’onestà dei suoi convincimenti indipendentemente dai vantaggi che gliene possono derivare. E d’altra parte il nucleo familiare è una dimensione di vita necessaria per la riproduzione della specie ed è una dimensione condivisa con tutte le altre specie animali. Il punto che vorrei approfondire è però proprio il suo portato culturale, ciò che noi uomini civilizzati e urbanizzati ne facciamo o ne sappiamo fare. In altre parole si tratta di chiedersi se ci sia una modalità di vita più fondamentale di quella familiare, capace di darle un significato all’interno di una possibile dimensione ad essa sovraordinata e onnicomprensiva. Con questa domanda ci poniamo all’interno di una tradizione laica che ha delle origini ben precise. Si tratta di una riflessione inaugurata da Aristotele nella Grecia antica del IV secolo a. C. e che in parte ancora guida ogni riflessione sul Politico.

Non vorrei ora entrare nel dettaglio delle sue riflessioni, ma solo sottolineare come con lui si apra un nuovo ordine del discorso in merito alla famiglia e ai suoi rapporti con lo Stato, ovverosia con il cittadino e la cittadinanza. Solo con Aristotele infatti si afferma per la prima volta nella storia della cultura una riflessione organica sul carattere prioritario della vita civile del cittadino, la quale include e subordina a sé le altre forme di relazione personale ed economica. Qui persino l’esperienza religiosa non è vissuta come questione privata, bensì come costituente la vita pubblica civile. Inutile dire che la riflessione su questa nuova forma di vita poteva avvenire solo sulla base dell’esperienza storica e politica della democrazia della polis, nel caso di Aristotele ormai al termine, e cioè del potere dei molti e del potere della parola e del dialogo in assemblea. La Cittadinanza nel suo sorgere non è un valore assoluto o dato come rivelato, ma un prodotto culturale legato a determinate circostanze storiche. Per noi postmoderni, diciamo che si tratta di un’occasione culturale ed esistenziale ancora da cogliere e promuovere nel presente.

La mia impressione è che oggi in Italia, ma anche al di fuori dei nostri confini, si ripresentino le condizioni per una nuova esperienza della cittadinanza come dimensione prioritaria del vivere civile. Prioritaria vuol dire, ripetiamolo: capace di inglobare e subordinare a sé tutte le altre dimensioni di vita che un individuo può esperire, includendo tra queste anche la famiglia. Per quanto riguarda il suo contenuto specifico la riflessione di Aristotele ci aiuterebbe ben poco, il suo cittadino è sì un democratico in assemblea, ma è anche un tiranno nei rapporti familiari e lavorativi, salvo coltivare l’amicizia esclusiva tra pari. Neppure ammissibile è la sua idea che l’esser cittadino appartenga a una più generale finalità della natura. Con autori moderni come Machiavelli e Hobbes il carattere innaturale, e cioè tutto umano e artificiale, della dimensione politica dell’uomo si palesa con tratti spesso crudeli.

E’ però un fatto relativo alla modernità che si affermi poco a poco una figura di cittadino che ha cura dei suoi familiari e in particolare dei figli. Un esempio è dato da “I libri della famiglia” dell’umanista del 400 Leon Battista Alberti, un’opera che esemplifica la nuova disposizione pedagogica antiautoritaria e civile dell’educazione umanistica. Paradigmatico è poi l’esempio di Rousseau con il suo “Emilio”, tentativo di ritrovare la natura autentica in un individuo intero. Un individuo non avulso dal mondo, ma capace di costruirne uno, se è vero che il suo testo pedagogico per eccellenza era il “Robinson Crusoe” di Defoe. Ed anche nella letteratura inglese e tedesca troviamo nel 700 una forte attenzione per il bambino e l’adolescente che si confronta con il mondo. Se il “Wilhelm Meister” di Goethe è romanzo di formazione come ingresso nella prosaicità del vivere, troviamo anche il suo opposto nell’“Heinrich von Ofterdingen” di Novalis, manifesto del cosiddetto “realismo magico”, una sorta di parabola del permanere da adulto nell’infanzia, a testimonianza dell’inestirpabile romanticismo dei tedeschi. In Italia abbiamo “Pinocchio” di Collodi e “Libro cuore” di De Amicis, due romanzi postunitari per l’infanzia e l’ingresso nel mondo adulto, fiabesco e onirico il primo, classista e patriarcale il secondo.

Da come viene tematizzata questa fase di trapasso, si potrebbero leggere le diverse attitudini dei singoli paesi, gli elementi del “carattere” di una nazione. Nella tradizione svizzera e francese sembra prevalere l’idea che l’adulto sia un prodotto culturale che deve ritrovare le sue radici nella natura e che l’armonia con la natura sia la base per un buon cittadino. Se operi qui un atteggiamento nostalgico verso “il buon selvaggio” o una nozione un po’ idealizzata di natura, questo non mi sembra poi così rilevante, poiché l’esito vuole essere comunque l’indipendenza individuale. Ambivalente è invece l’atteggiamento tedesco, teso tra faustiano dominio del mondo e perdizione, dove natura e sentimento valgono sì come fondamento, ma in funzione dell’immaginario e del potere della fantasia creatrice. Gli inglesi sembrano non smentire il loro tradizionale pragmatismo e spirito d’avventura, dove la moralità è solo un aggiustamento alle circostanze. Negli italiani vige invece il più schietto conformismo, il vero è l’autoritario, con qualche nostalgica tendenza alla regressione infantile.

Con l’aiuto di un altro svizzero, lo psicologo Carl Gustav Jung (1875-1961), vorrei arrivare ad approfondire questo discorso su cittadino e infanzia per formulare una nuova visione del Sacro all’interno dei rapporti familiari. Secondo Jung, se c’è un elemento positivo nella cosiddetta mitologia dell’eroe, di cui ad esempio anche la vita di Gesù fa parte, è quello della nascita in condizioni di precarietà e di bisogno, ciò che tutti noi conosciamo attraverso il presepio con l’immagine del nascituro nella capanna. E in effetti, se osserviamo un bambino appena nato o nel periodo della sua infanzia – parola che significa ‘incapacità di parlare’ – che cosa vediamo? La sua assoluta fragilità non è solo materiale e neanche solo fisiologica, nel senso che ogni nascituro è di per sé bisognoso della nutrizione e delle cure materne. Qui ci interessa il suo portato simbolico, che come tale è accessibile solo ad un adulto. In questa prospettiva la nascita è un evento che contiene in sé possibilità infinite di vita, le quali da questo momento con la crescita verranno man mano definendosi ed escludendosi. Il neonato è questa infinità di possibilità unica e irripetibile che vedrà a poco a poco il configurarsi di una personalità. La nascita come evento reale diventerà anche il paradigma e il simbolo per ogni rinnovamento in età adulta. Questo nascere al mondo, con il suo carico di possibilità e di responsabilità, è il vero mistero della vita e ciò che di Sacro ha l’infanzia.

Questa sacralità laica e profana non ha bisogno di una celebrazione cultuale speciale o sofisticata. Ha bisogno appunto di una consapevolezza educativa fatta di dedizione e riflessione. Il genitore consapevole non deve cercare un rifugio nell’infanzia del suo bambino e una fuga nell’innocenza, né tantomeno approfittare della sua condizione di potere. Il genitore che cresce il suo bambino deve essere pronto a mettersi in gioco completamente come adulto, deve essere pronto a mettere fra parentesi tutti i suoi convincimenti sulla vita e su se stesso, la sua visione del mondo, per lasciar crescere una vita autonoma e indipendente dalla sua. Non farà del suo bambino qualcosa di fatto a sua immagine e somiglianza, anche se certi tratti somatici e caratteriali potranno indurlo a questo, ma proprio qualcosa di a se stante, di nuovo e autentico.

Un genitore capace di questo potrà essere solo colui che è in grado di far vivere in se stesso il bambino che anche lui è stato – e secondo il genere che sente autenticamente proprio, non secondo i dati anagrafici. Dal carattere reale dell’infanzia, dall’esistenza di un bambino da accudire e amare, si dovrà passare a quello prioritario e archetipico che in realtà è la condizione vera e propria per una vita genitoriale adeguata, e non solo di quella. La sacralità della nascita può essere riconosciuta solo da chi sappia vivere in sé l’archetipo del bambino, da chi sappia da adulto mantenersi in contatto con il bambino che porta in sé al fine di sapersi rinnovare, appunto rinascere, e sapersi considerare un tutto. Come è noto la nozione di archetipo è il tratto caratteristico della riflessione di Jung.

L’archetipo non è un principio regolativo o una norma ideale, è una modalità di vita fatta di sentimento e pensiero che ha la sua manifestazione in una determinata tradizione culturale. E’ opportuno parlare di archetipo perché il significato dell’essere bambino non lo scegliamo e non lo formiamo noi consapevolmente, ma è presente inconsciamente in noi e si è costituito per così dire a nostra insaputa nel corso della nostra storia spirituale come cittadini. Un archetipo trova testimonianza nella mitologia, nelle tradizioni religiose e nei costumi dei popoli. Arte e filosofia attingono da qui. Un esempio mitologico ne è appunto la natività di Gesù come il Salvatore. L’archetipo del bambino ci dice che ciascuno di noi è un Gesù e un salvatore della propria vita e non ha bisogno né di una apposita rivelazione divina né di un clero mediatore.

La nostra disposizione consapevole può comunque modificarne il significato e in condizioni ottimali può consentirne l’efficacia compensatoria. I suoi contenuti si danno sempre come polarità estreme, dove ciò che sembra positivo può anche diventare negativo. L’archetipo del bambino è di per sé la polarità opposta e compensatoria della nostra vita adulta e incivilita e solo un cittadino consapevole può avere interesse a mantenere vivo un rapporto con la propria infanzia. Di per sé essa è l’innocenza e la semplicità spinte fino alla più ingenua credulità, la volontà affermata fino all’ostinazione totalmente gratuita, l’abbandono al sentimento fino alla chiusura affettiva più invalicabile. Ma è soprattutto la fonte di una integrità ed onestà con se stessi che non conosce lacerazioni e smentite: il bambino che siamo stati è la nostra originaria e irriducibile istintualità nel comportamento, la spontanea confidenza in noi stessi e nei nostri impulsi.

In quella che chiamiamo coscienza, quella voce interiore che ci ammonisce e ci consola, spesso si cela un silenzio di approvazione, una complicità o una conferma non espressa ma avvertita, quel sapere di essere sulla strada giusta e di fare ciò che è opportuno. Ebbene, credo che questa presenza amica, questo angelo tutelare delle nostre azioni mondane e dei nostri sentimenti, sia proprio quel bambino che noi siamo stati e che ci osserva vivere. Non giudica e non condanna, appunto è un infante e ‘non parla’, ma ci conferma col silenzio in ciò che di buono facciamo. In qualche modo è forse persino una fonte di certezza o di sicurezza, anche se non ha niente a che fare con una autorità. E’ soprattutto una fonte di indipendenza e di libertà, la condizione essenziale per essere un vero cittadino di questo mondo. Chi deve rispondere al suo intimo esser bambino non ha bisogno di soggezione esterna e sa sempre cosa desiderare dalla vita.

Quella del cittadino e della sua possibile cittadinanza è una condizione interamente costruita e artificiale, un prodotto umano, e come tale precario e deperibile. Il cittadino nella sua vita quotidiana corre sempre il rischio della dispersione nelle cose da sbrigare, dell’alterazione emotiva negli incontri e scontri con altri individui, dell’alienazione nel lavoro che ha o che cerca. Se non c’è il rischio o il pericolo per qualche situazione, c’è spesso la noia per il presente, la nostalgia del passato o la paura per il futuro. Anche la re- e declamazione di diritti ha spesso luogo solo nei momenti di disperazione e disagio, quando manca questo o quell’altro non funziona. Poi dalla verbalizzazione del disagio si torna presto al silenzio. Il ‘rifugio’ negli affetti familiari, nel privato, è spesso solo una scappatoia, il partner o i figli non sanno chi siamo e ci rimproverano del medesimo misconoscimento.

Solo ciò che ha radici in noi stessi ha la forza di condurre la nostra vita, solo ciò che sentiamo nostro merita il nostro impegno e la nostra tenacia per realizzarsi nel mondo. L’Infanzia come polarità archetipica del Cittadino può consentirci di reagire ai pericoli della dispersione e dell’alienazione per ritrovare sempre di nuovo ciò che ci è proprio, ciò per cui vale la pena di vivere nel mondo e con gli altri. L’individuazione in una comunità cittadina, non solo trovare il proprio ‘ruolo’ ma affermare la propria personalità, sono possibili certo attraverso una determinata competenza e il riconoscimento degli altri, ma soprattutto attraverso la costante attenzione e il radicamento nell’intimo della propria infanzia che ciascun cittadino sa realizzare in sé.