Cittadini nel tempo del Terrore

I media italiani gareggiano in questi giorni nel tenere alta la tensione antiterroristica contro il sedicente Stato islamico, o meglio nel coltivare il panico e il terrore che il terrorismo vuole incuterci. In questo senso il terrorismo sta già vincendo. Alcuni casi recenti, anche isolati, di attentati testimoniano che la propaganda delirante dell’Isis trova un terreno fertile nelle anime devastate di molti. A questo vengono poi associati anche fatti come quelli accaduti in Germania, che sarebbero più propri dell’ordine pubblico, dove centinaia di donne sono state derubate e molestate sessualmente da immigrati. Così il gioco è fatto: immigrazione, terrorismo e cultura musulmana sono una stessa identica cosa. Che si tratti di una guerra di culture, di uno scontro di civiltà, lo crede anche il primo passante della strada. Il modello di vita occidentale è in pericolo e il Male minaccia ognuno di noi.

Ma una domanda mi sembra lecita: quale “cultura”, quale “civiltà” sarebbero qui minacciate? Dal momento che l’aggressione assume caratteri religiosi, sembra giusto affermare che sono la nostra religione e con essa la nostra tradizione ad essere attaccate. Per questo le destre europee sono unanimi e forse vincenti nella loro battaglia, perché per esse cultura significa innanzitutto religione e tradizione, oltre che nazione. Chi coltiva una cultura più moderata e laica tende a considerarlo un problema di scontro militare, di polizia all’interno o di esercito all’estero, anche se dovrebbe essergli propria una visione in termini politico-economici che evidenzi le cause del conflitto, con domande del tipo: da quale disequilibrio geopolitico è sorto lo stato islamico? Da chi viene finanziato? Quali mezzi non militari per sconfiggerlo? Questo atteggiamento razionale sembra destinato a restare marginale e a non contare nelle scelte.

I due filoni, in realtà poco conciliabili tra loro, sono al momento complementari e stanno sfruttando la situazione a proprio vantaggio. La componente religioso-emotiva trova in questo conflitto una duplice conferma: che solo la propria religione, quella giudaico-cristiana, è quella vera, visto che quella islamica dimostra con questo conflitto la propria barbarie; l’altra conferma è più interna e concerne i fondamenti della civiltà: sono la religione e il sentimento di valori tradizionali condivisi il vero fondamento di una società e non il progresso tecnico o il benessere, sono i sacri valori di Dio, patria e famiglia ciò che ci contraddistingue come esseri umani, non la ragione calcolante o il materialismo.

La componente laico-razionale si trova anch’essa confermata in un duplice ordine di idee: in quanto professa lo stato laico può dirsi promotrice della tolleranza e della salvaguardia delle minoranze religiose e etniche di contro alla teocrazia intollerante musulmana; inoltre questo conflitto ‘di civiltà’ è un enorme diversivo per la crisi del suo modello di sviluppo economico e civile fondato sullo sfruttamento di uomini e la distruzione di risorse: il neoliberismo. Entrambe le componenti hanno solo da guadagnare da questo conflitto: il rafforzamento – del tutto reattivo – dell’esanime tradizione religiosa giudaico-cristiana e la riaffermazione dell’occidente (Europa e Stati Uniti) come civiltà guida sul pianeta di contro ad altri imperialismi emergenti (Cina , Asia, America Latina).

Questo se consideriamo il problema per così dire dall’alto. Se assumiamo invece il punto di vista della cittadinanza forse le cose acquistano un’altra prospettiva. Le due tradizioni religiose in campo, quella giudaico-cristiana e quella musulmana, sono tutte monoteiste e schiettamente etico-politiche, nel senso che utilizzano la rivelazione divina come norma individuale – ne costituiscono la moralità – e appello ad un popolo storico come suo unico custode. Queste caratteristiche sono proprie in particolare degli ebrei e dei musulmani, che infatti vivono entrambi in regimi teocratici o semiteocratici: legge morale e civile è la parola di Dio. Per il cristianesimo il discorso dovrebbe essere differente, innanzitutto perché ce ne sono diversi, e poi perché è proprio il suo contenuto che male si presta a questa lettura. Fatto è comunque che la sua più diffusa interpretazione, quella cattolica, ha innanzitutto una storia temporale da far accapponare la pelle quanto a guerre, stragi e persecuzioni, e il suo distacco dalle cose secolari è più o meno una farsa. Si chieda a qualunque italiano che peso ha la chiesa cattolica nella politica italiana e si capirà quanto sia reale lo stato laico da noi.

Un discorso a parte meriterebbe la Riforma luterana del 500, intentata per riacquisire il senso originario del cristianesimo attraverso la Scrittura. Senza volerci addentrare nelle disquisizioni teologiche, due fatti culturali sono sicuramente asseribili: la Riforma ha depotenziato la chiesa come istituzione nei confronti dello stato privandola di qualunque potere terreno e ha rafforzato invece l’individuo nella sua coscienza e interiorità. Il singolo è in rapporto intimo con Dio e sua è la piena responsabilità di ciò che fa. Non vi è nessuna delega ad altri uomini del perdono e della grazia, questi vengono solo da Dio. Questa visione così intima della fede ha avuto come paradossale esito storico un fervente impegno nel mondo, fatto di lavoro, di conoscenza e di onestà con se stessi.

Qualunque monoteismo rimane in ogni caso, a mio parere, una religione di governo dall’alto del molteplice, che teme la moltitudine e ne diffida, che non sa vedere nell’Altro niente altro che se stesso o un diverso da sé – e per questo un pericolo. Il monoteismo religioso può essere certamente neutralizzato destituendolo di ogni potere terreno, ma il suo principio è e resta l’autorità del Padre, quel vincolo di soggezione e di obbedienza personale a cui è facile regredire quando la realtà presenta difficoltà che sembrano insormontabili. Il Dio saggio e buono che ci ascolta e ci capisce, che perdona i nostri errori e ci ama, ci riprende nelle debolezze e ci rafforza nella fede, e quando è il caso ci ordina di combattere per Lui, insomma questo e quant’altro il nostro infantilismo e la nostra incoscienza ci potranno mai far immaginare, qui è il cemento con cui il credente si vincola alla sua fede in Dio e alla sua voluta soggezione.

Ma forse un governo assoluto e universale delle cose non è più necessario, forse il cittadino è adesso in grado di affrontare e in parte risolvere i problemi che quotidianamente la vita gli pone. Il cittadino vive in una città, una realtà prodotta dal suo lavoro e dai suoi costumi e non ha bisogno di un Dio del deserto come è quello delle religioni monoteiste, assillate dal problema della Creazione e della Legge inviolabile – e se anche l’amore diventa legge allora non è più amore. Il cittadino vive con e in conflitto con se stesso e gli altri ed ha principalmente bisogno non di credere e di obbedire a qualcuno, ma di riflettere e di mettere in dubbio – e questo innanzitutto per conoscere la realtà e per sapere chi è. L’esperienza di governo della quotidianità è ormai patrimonio di molti di noi e chi la vive sa quanta saggezza e perizia o astuzia richiedano le cose e le relazioni di tutti i giorni. Chi governa dall’alto, da incarichi di potere, non ne ha certamente più di noi, anzi semmai di meno perché il suo campo d’azione è più limitato, ha più vincoli e debiti ed è perciò meno libero, ha come si dice “le mani legate”. Chi ha potere sa solo fare meglio compromessi con i potenti a vantaggio proprio e a scapito di chi potere non ne ha. Ha sempre meno interesse alla conoscenza obiettiva e alla consapevolezza critica.

Conoscenza della realtà professionale e ambientale, consapevolezza di sé e delle proprie relazioni con gli altri cittadini, creazione di nuovi orizzonti di immagini e di sentimenti, queste sono invece alcune delle dimensioni di vita prioritarie di ciascun cittadino, ciò a cui egli può tentare di dare una risposta, di portare un suo contributo, di lasciare una sua testimonianza. Il contenuto positivo delle religioni monoteistiche – che esse devono pur avere, poiché sono produzione umana – può forse essere rintracciato proprio in quel “mono” che ciascuno di noi è, un esser se stesso, uno e indivisibile, così difficile da realizzare e qualche volta anche faticoso da sopportare. Un se stesso che spesso gli altri ci rimproverano, che noi stessi non sappiamo amare, che ci costringe ad assumere una parte o un ruolo dal quale poi è difficile distaccarsi. Bene, questi e tanti altri aspetti dell’esser cittadino come individuo devono essere occasione non di un rifugio nell’indiscutibile autoritario paterno – e se è per questo neppure nel primigenio utero materno – ma proprio di un riavvicinamento al semplice e intimo che c’è in noi.

Un intimo da coltivare come e forse più di una relazione d’amore, perché non ha strumenti per difendersi o per argomentare, non può sedurti con la propria corporeità o loquacità. Un intimo come luogo interiore inviolabile e inaccessibile non solo alla commercializzazione, ma anche alle pretese di un ego tiranno e spesso primo portavoce del mainstream. Non ne disponi e non è di tua esclusiva proprietà, perché spesso parla con la voce o lo sguardo di un’altra persona, quando per caso si crea un’intesa. E’ il luogo di una originaria e mai per niente scontata confidenza in se stessi, di cui è lecito gioire ma che si può anche dimenticare o addirittura smarrire. E’ anche quella cosa che puoi riconoscere negli altri o riscontrare in certe situazioni quando sono particolarmente vitali, dove altri individui sanno agire e cooperare in armonia e sanno fare della loro prestazione una performance, perché portano il proprio contributo in quello che fanno e mostrano uno stile inconfondibile.

Ho iniziato questa riflessione parlando di terrorismo e antiterrorismo, approccio religioso e laico-razionale. Ho cercato di indicare come la guerra sia una opportunità d’oro per entrambi le fazioni in campo e in qualche modo iscritta nel loro codice genetico. Monoteismo e imperialismo occidentale sono due facce della stessa medaglia: il problema del governo assoluto del singolo e di una comunità. Quanto detto a proposito della cittadinanza vorrebbe rinviare a un luogo altro ma estremamente quotidiano, dove il problema del governo e dell’identità culturale – forse meglio sarebbe dire della gestione del presente e del significato dell’esistenza – trovano una nuova formulazione. Si tratta della gestione e organizzazione della nostra quotidianità di cittadini e dei necessari elementi simbolici interiori che consentono di compensarla e potenziarla.

Se un cittadino ricorre alle armi per risolvere i propri conflitti, si vede in questo un gesto criminale e irresponsabile, se invece un governo fa la scelta delle armi, tutti sono pronti a giustificarlo. Come mai? Chi si lascia spossessare del proprio intimo per l’abbandono al fanatismo religioso e si decide per l’omicidio e il suicidio è un terrorista e un pazzo, chi invece si flagella pubblicamente, chi pratica l’esorcismo o addirittura mostra ferite aperte, la cosiddetta stigmate, merita il plauso o la santificazione. Come mai? Essere autentico cittadino contiene già in sé una esperienza e una sapienza che non hanno bisogno di primitive forme di difesa e di autoaffermazione come quelle appena accennate, e che si potrebbero purtroppo moltiplicare all’infinito. Essere un autentico cittadino e avere uno Stato che sia al servizio della cittadinanza, questo è il problema all’ordine del giorno. Governo assoluto, Fede assoluta e Nemico assoluto non ci riguardano più.